Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

Scuola, educazione ambientale e sviluppo sostenibile.

L’educazione ambientale a scuola produce risultati misurabili sulle conoscenze e sugli atteggiamenti. Sul comportamento, che è ciò che conta, i risultati dipendono da alcune condizioni precise, e da qualche premessa teorica che conviene lasciare fuori. Articolo divulgativo su ricerca educativa. Una premessa da lasciare fuori Il testo originale richiama la teoria delle intelligenze multiple e […]

Scuola, educazione ambientale e sviluppo sostenibile.
L’educazione ambientale a scuola produce risultati misurabili sulle conoscenze e sugli atteggiamenti. Sul comportamento, che è ciò che conta, i risultati dipendono da alcune condizioni precise, e da qualche premessa teorica che conviene lasciare fuori.
Articolo divulgativo su ricerca educativa.

Una premessa da lasciare fuori

Il testo originale richiama la teoria delle intelligenze multiple e in particolare l’intelligenza naturalistica.

Va detto lo statuto di quella teoria: pur avendo avuto enorme diffusione in ambito educativo, non ha ricevuto conferma empirica. Le critiche principali riguardano l’assenza di misure validate per le intelligenze proposte e il fatto che le abilità descritte come indipendenti risultano invece correlate fra loro.

Va aggiunto il seguito applicativo, più rilevante: le pratiche didattiche che ne sono derivate (adattare l’insegnamento al presunto profilo di ciascuno) non migliorano i risultati di apprendimento negli studi con disegno appropriato.

La conseguenza non è che le differenze individuali non esistano: è che non si organizzano in profili stabili su cui costruire percorsi separati.

Il divario fra sapere e fare

È il problema centrale dell’educazione ambientale, ed è ben documentato.

Le conoscenze ambientali e la preoccupazione dichiarata predicono il comportamento in modo debole. Le persone informate e preoccupate non necessariamente agiscono di conseguenza.

Ne segue che i programmi che si limitano a trasmettere informazioni ottengono guadagni su conoscenze e atteggiamenti, e molto meno sul comportamento.

Va aggiunto un elemento che riguarda specificamente i bambini: le campagne basate sulla paura hanno effetti limitati sui comportamenti e, sui temi climatici, sono associate a sentimenti di impotenza documentati fra i giovani. L’ansia climatica è un fenomeno reale e diffuso, e va tenuto conto che un programma può aumentarla senza aumentare l’azione.

Cosa funziona

Gli elementi con supporto empirico sono identificati, e sono meno intuitivi della trasmissione di contenuti.

  • Il coinvolgimento diretto in azioni concrete e verificabili, meglio se decise dagli studenti stessi.
  • La correzione delle norme percepite: le persone sottostimano quanto gli altri agiscano in modo sostenibile, e informare sul comportamento effettivo della maggioranza è fra gli interventi con effetti più consistenti.
  • Gli impegni pubblici e le intenzioni di attuazione: specificare quando, dove e come si agirà.
  • Il feedback sui consumi effettivi, che rende visibile l’effetto delle proprie azioni.
  • L’esperienza diretta della natura, associata in modo consistente ad atteggiamenti pro-ambientali successivi.
  • Il cambiamento delle condizioni: modificare le opzioni predefinite e ridurre l’attrito produce effetti maggiori di qualunque campagna di sensibilizzazione.

Un risultato interessante riguarda la trasmissione intergenerazionale: alcuni studi hanno documentato che programmi rivolti ai bambini modificano anche gli atteggiamenti dei genitori, con effetto più marcato in gruppi inizialmente meno sensibili al tema.

Due cautele

La prima riguarda la responsabilità individuale. Concentrare l’educazione ambientale sui comportamenti personali senza affrontare le determinanti strutturali produce un doppio effetto documentato: attribuisce ai singoli un peso sproporzionato rispetto al loro impatto effettivo, e distoglie l’attenzione dalle scelte collettive che contano di più. È una critica argomentata da tempo e vale la pena includerla nel percorso stesso.

La seconda è l’effetto di licenza morale: dopo aver compiuto un’azione considerata virtuosa, aumenta la probabilità di comportamenti opposti. È un effetto documentato, benché di entità discussa, e suggerisce di non costruire percorsi su singoli gesti simbolici.

La conclusione operativa: l’educazione ambientale funziona meglio quando insegna a agire insieme (competenze di partecipazione, decisione collettiva, valutazione delle scelte) anziché a comportarsi bene individualmente.

Domande frequenti

Le intelligenze multiple hanno base scientifica?

No: mancano misure validate e le abilita descritte come indipendenti risultano correlate. Le pratiche derivate non migliorano l’apprendimento.

Informare basta a cambiare i comportamenti?

No: conoscenze e preoccupazione predicono il comportamento in modo debole. I programmi solo informativi incidono su cio che si sa, non su cio che si fa.

Cosa funziona meglio?

Azioni concrete decise dagli studenti, correzione delle norme percepite, impegni pubblici, feedback sui consumi ed esperienza diretta della natura.

Insistere sui gesti individuali e utile?

Solo in parte: attribuisce ai singoli un peso sproporzionato e distoglie dalle scelte collettive. Meglio insegnare competenze di partecipazione e decisione.

La teoria delle intelligenze multiple non ha conferma empirica e le pratiche che ne derivano non migliorano l’apprendimento: conviene lasciarla fuori. Il problema reale dell’educazione ambientale e il divario fra sapere e fare, che l’informazione da sola non colma e che le campagne basate sulla paura possono peggiorare. Cio che funziona e concreto: azioni scelte dagli studenti, norme percepite corrette, feedback e contatto con la natura, e competenze per agire insieme.
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