Psicologia Clinica e Psicopatologia

L’importanza dello Sport e della Psicomotricità in Età Evolutiva

Per un bambino, giocare e muoversi non è un passatempo: è il modo principale in cui cresce, impara e costruisce la propria personalità. Sport e psicomotricità, in età evolutiva, sono strumenti preziosi per lo sviluppo del corpo, della mente e delle relazioni. Vediamo perché, e come gli adulti possono accompagnare questo percorso senza rovinarlo. Il […]

Psicolab — L’importanza dello Sport e della Psicomotricità in Età Evolutiva
Per un bambino, giocare e muoversi non è un passatempo: è il modo principale in cui cresce, impara e costruisce la propria personalità. Sport e psicomotricità, in età evolutiva, sono strumenti preziosi per lo sviluppo del corpo, della mente e delle relazioni. Vediamo perché, e come gli adulti possono accompagnare questo percorso senza rovinarlo.

Il gioco: il vero lavoro dei bambini

Fin dai primi anni, l’attitudine all’apprendimento è una delle caratteristiche più belle dell’essere umano. Apprendere è cambiare, e i bambini lo fanno di continuo: ascoltando, guardando, imitando. Nella prima infanzia questo apprendimento è soprattutto socio-culturale: nasce dalla cultura in cui il bambino è immerso e dai modelli di riferimento che ha davanti, a partire dai genitori.

In questo processo, il gioco è centrale. Permette lo sviluppo dei tre “saperi”: sapere, saper fare, saper essere: di importanza decisiva per una personalità equilibrata. Eppure, troppo spesso gli adulti lo considerano qualcosa di banale. È un errore: attraverso il gioco il bambino impara moltissimo, e ogni “no” o commento svalutante verso ciò che sta facendo può ferirlo profondamente. Il gioco è, infatti, la forma più naturale e spontanea di socializzazione, e permette di osservare sia le forme di apprendimento sia il livello di crescita del bambino.

Le tappe dello sviluppo

Per accompagnare bene il gioco è utile conoscere le tappe dello sviluppo descritte da Piaget. Il bambino si affaccia al gioco attraverso l’imitazione differita (riproduce ciò che l’adulto fa abitualmente), per poi passare al gioco simbolico, il classico “far finta di…”. Verso i 2-3 anni si manifesta l’egocentrismo intellettuale: il bambino non concepisce ancora il punto di vista dell’altro. Sul piano motorio, intanto, matura comportamenti sempre più complessi, dal camminare al correre, saltare e calciare, fino a un maggiore controllo della mano.

Perché giochiamo: le teorie

Diverse teorie hanno cercato di spiegare perché l’essere umano gioca. Tra le principali:

  • il gioco come sfogo, un modo per scaricare energia (e non solo nei bambini: riguarda tutte le età);
  • il gioco come residuo di funzioni ataviche, che riproduce tendenze legate ai nostri antenati e insegna a socializzare;
  • il gioco come esercizio preparatorio: secondo pedagogisti come Fröbel, Claparède e Decroly, l’attività ludica esercita funzioni biologiche che serviranno nella vita adulta (come il gattino che salta sul gomitolo prepara la caccia).

Anche Freud diede un contributo importante, leggendo il gioco alla luce del simbolismo inconscio: timori, ansie e paure vengono manifestati attraverso di esso. In tutte queste prospettive, il gioco emerge come potente mediatore di apprendimento in ogni fase della vita, capace di stimolare la personalità, preparare all’assimilazione delle regole e favorire l’integrazione sociale, avvicinando persino culture diverse.

Il gioco nella storia dell’educazione

Anche se già Greci e Romani riconoscevano l’importanza del gioco, per loro era soprattutto materia di studio ed esercizio ginnico, né spontaneo né piacevole. È con i pedagogisti moderni (da Fröbel a Montessori, da Decroly a Dewey e Claparède) che il gioco diventa un mezzo per crescere in autonomia. Come sintetizzava Montessori, attraverso il gioco i bambini “afferrano il mondo”, grazie a una mente che lei definiva “assorbente”.

Un punto merita attenzione: oggi i genitori, spesso presi dal lavoro e dai sensi di colpa, rischiano di assecondare le mode e i desideri dei figli, mentre sarebbe più prezioso educare al gioco. Così si dà al bambino l’opportunità di scoprire le proprie inclinazioni e di occupare in modo intelligente il tempo libero. È importante evitare di sostituirsi a lui o di interromperne bruscamente l’attività quando è pienamente coinvolto: è in quei momenti che scopre se stesso e le proprie potenzialità.

La psicomotricità in età evolutiva

Il primo gioco del bambino è quello con il proprio corpo e con quello della madre. Da qui inizia a svilupparsi lo schema corporeo, ed è per questo che, in età evolutiva, la psicomotricità è essenziale. Considera il movimento non come un fine, ma come un mezzo per armonizzare lo sviluppo della persona nella sua globalità: struttura somatica, affettiva e cognitiva insieme.

Attraverso il gioco e le attività motorie, il bambino passa gradualmente da movimenti spontanei a movimenti organizzati e regolati. Sviluppa la consapevolezza del corpo e delle proprie azioni, e può essere introdotto in modo naturale a qualsiasi attività sportiva o artistica, dalla danza al pattinaggio. La psicomotricità è, a tutti gli effetti, una disciplina educativa, rieducativa e terapeutica, che si realizza attraverso la relazione tra il bambino e lo psicomotricista, in un clima di benessere, fiducia e sicurezza.

Alcune tappe di riferimento

Come ricordano Piaget e Vygotskij, senso e movimento sono i primi mediatori di conoscenza: da lì parte il cammino verso schemi mentali e strutture di pensiero. Indicativamente:

  • a 3 anni il bambino controlla globalmente gli schemi motori generali e riconosce parametri spaziali di base;
  • a 6 anni raggiunge un primo controllo “segmentario” del corpo e riconosce la destra e la sinistra su di sé;
  • tra i 5 e i 7 anni sviluppa la capacità di percepire, analizzare e selezionare le informazioni, costruendo gradualmente lo schema corporeo attraverso l’esplorazione e la manipolazione.

L’attività psicomotoria contribuisce così a sviluppare le funzioni senso-percettive, consolidare gli schemi motori, favorire i comportamenti relazionali e collegare la motricità ad altre forme espressive.

Lo sport: gioco prima di tutto

Lo sport ha un grande valore formativo: permette di scaricare tensioni, frustrazioni e aggressività, diventa occasione di incontro e integrazione, e aiuta a recuperare fiducia in sé stessi aumentando l’autostima. Ha anche un valore preventivo, contrastando abitudini che possono portare a problemi di salute già in età pediatrica.

Il percorso ideale è progressivo: partire dal gioco, passare per la psicomotricità in età pediatrica e arrivare solo dopo all’attività sportiva vera e propria. E un principio è decisivo: ciò che si vuole sviluppare è la mentalità sportiva, non l’agonismo, quest’ultimo da evitare prima dei 14 anni, sia per la struttura fisica ancora in formazione, sia per quella psicologica.

Il fattore più importante, però, resta l’esempio degli adulti, senza il quale ogni sforzo è vano. Come genitori ed educatori, conviene restare vicini ai bambini con una comunicazione adeguata: evitare il più possibile il “non”, mettersi alla loro altezza, usare il loro linguaggio e rispecchiarne le emozioni. È così che si entra davvero nel loro mondo, ed è così che il gioco e il movimento diventano, per il bambino, la strada più naturale per crescere.

Domande frequenti

Perché il gioco è così importante per i bambini?

Perché è il modo principale in cui il bambino apprende e cresce: sviluppa i tre saperi (sapere, saper fare, saper essere), favorisce la socializzazione, l’espressione delle emozioni e la formazione della personalità. Non è un passatempo banale, ma il vero “lavoro” dell’infanzia.

Cos’è la psicomotricità e a cosa serve?

È una disciplina educativa, rieducativa e terapeutica che usa il movimento come mezzo per armonizzare lo sviluppo della persona nella sua globalità. Aiuta il bambino a costruire lo schema corporeo, sviluppare consapevolezza e autonomia e prepararsi ad attività sportive o artistiche.

A che età si può iniziare con lo sport agonistico?

L’agonismo andrebbe evitato prima dei 14 anni, sia per la struttura fisica ancora in formazione sia per quella psicologica. Prima è meglio coltivare la mentalità sportiva partendo dal gioco e dalla psicomotricità, mantenendo sempre la dimensione ludica del movimento.

Come possono aiutare genitori ed educatori?

Educando al gioco senza sostituirsi al bambino né interromperlo bruscamente, e soprattutto con l’esempio. È utile una comunicazione adeguata: evitare il “non”, mettersi alla sua altezza, usare il suo linguaggio e rispecchiarne le emozioni per entrare davvero nel suo mondo.

Per un bambino, giocare e muoversi è il modo principale per crescere, imparare e costruire la personalità. Il gioco sviluppa i tre saperi (sapere, saper fare, saper essere) ed è la forma più naturale di socializzazione: gli adulti non dovrebbero mai svalutarlo. La psicomotricità, in età evolutiva, usa il movimento per armonizzare lo sviluppo della persona nella sua globalità, aiutando a costruire lo schema corporeo e l’autonomia. Lo sport ha grande valore formativo, ma va introdotto in modo progressivo (prima il gioco, poi la psicomotricità, poi l’attività sportiva) coltivando la mentalità sportiva e non l’agonismo, da evitare prima dei 14 anni. Il fattore decisivo resta l’esempio degli adulti e una comunicazione empatica che sappia entrare nel mondo del bambino.
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