Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

Il docente di sostegno: un ponte verso la conoscenza

Il docente di sostegno è una figura al centro del modello inclusivo italiano, e anche una delle più fraintese: a partire da un equivoco che ne compromette la funzione: a chi è assegnato. Articolo divulgativo su ricerca educativa e normativa scolastica. Le procedure vanno verificate presso la scuola e i servizi competenti. L’equivoco di fondo […]

Il docente di sostegno: un ponte verso la conoscenza
Il docente di sostegno è una figura al centro del modello inclusivo italiano, e anche una delle più fraintese: a partire da un equivoco che ne compromette la funzione: a chi è assegnato.
Articolo divulgativo su ricerca educativa e normativa scolastica. Le procedure vanno verificate presso la scuola e i servizi competenti.

L’equivoco di fondo

Il punto normativo è chiaro e sistematicamente disatteso nella percezione comune: il docente di sostegno è assegnato alla classe, non all’alunno con disabilità.

È contitolare della classe e corresponsabile dell’attività didattica insieme ai colleghi curricolari. La sua funzione è rendere possibile l’inclusione, non seguire individualmente un bambino.

Ne segue la conseguenza pratica: quando il sostegno diventa delega (l’alunno con disabilità è affare del docente di sostegno, gli altri sono affare del curricolare) l’inclusione non si realizza, indipendentemente dalle ore assegnate.

Va aggiunto un dato osservativo: la pratica più frequente, cioè il lavoro individuale fuori dall’aula, è quella con le evidenze meno favorevoli. La ricerca sull’inclusione mostra esiti migliori quando l’intervento avviene nel contesto della classe.

Cosa dice la ricerca sull’inclusione

Il quadro è più solido di quanto il dibattito lasci intendere.

L’inclusione in classe comune è associata a esiti uguali o migliori rispetto alla separazione, sia per gli alunni con disabilità sia per i compagni. Il timore che danneggi la classe non trova sostegno nei dati.

Ma la presenza fisica non basta: ciò che determina l’esito è la qualità delle pratiche. La collocazione in aula non produce inclusione da sola.

Fra gli approcci con supporto: la progettazione universale (materiali accessibili a tutti fin dall’inizio, che riducono il bisogno di adattamenti individuali) e l’apprendimento cooperativo strutturato, con benefici per l’intera classe.

Un elemento con evidenze specifiche: la compresenza effettiva dei due docenti, con ruoli negoziati e alternati, funziona meglio della divisione fissa dei compiti.

I problemi strutturali

Vanno nominati, perché nessuna descrizione del ruolo ha senso senza di essi.

La discontinuità: l’elevato ricambio dei docenti di sostegno significa che molti alunni cambiano riferimento ogni anno, il che contraddice il principio che rende efficace la relazione educativa.

La formazione specifica: una quota consistente dei posti è coperta da personale privo del titolo di specializzazione.

La disomogeneità fra territori nell’attuazione dell’inclusione, riconosciuta dalle rilevazioni ufficiali.

E un elemento che riguarda anche il ruolo: il docente di sostegno è spesso il canale attraverso cui passano rapporti con famiglie, servizi sanitari e documentazione, con un carico che eccede la funzione didattica.

Il quadro normativo attuale

Alcuni riferimenti sono cambiati e vale la pena aggiornarli.

Il decreto legislativo 66 del 2017 ha ridefinito l’inclusione scolastica introducendo il Profilo di Funzionamento, redatto secondo i criteri della classificazione internazionale del funzionamento, che ha sostituito diagnosi funzionale e profilo dinamico funzionale.

È un cambiamento di impostazione: la valutazione si sposta dall’elenco dei deficit alla descrizione del funzionamento in contesto, considerando barriere e facilitatori ambientali.

È stato inoltre adottato un modello nazionale di Piano Educativo Individualizzato, con l’obiettivo di rendere omogenea una documentazione che variava molto.

Il criterio di verifica che vale per tutto: chiedersi se ciò che accade in aula sarebbe diverso senza quel documento. Se la risposta è no, il piano è un adempimento e non uno strumento.

Domande frequenti

Il docente di sostegno e assegnato all’alunno?

No: e assegnato alla classe ed e contitolare con i colleghi curricolari. La sua funzione e rendere possibile l’inclusione, non seguire individualmente un bambino.

L’inclusione penalizza il resto della classe?

I dati non lo sostengono: gli esiti risultano uguali o migliori per tutti. Cio che conta e la qualita delle pratiche, non la presenza in aula.

Il lavoro fuori dall’aula funziona?

E la pratica piu frequente e quella con le evidenze meno favorevoli: gli esiti migliori si osservano quando l’intervento avviene nel contesto della classe.

Cosa e cambiato nella normativa?

Il decreto legislativo 66 del 2017 ha introdotto il Profilo di Funzionamento secondo i criteri ICF, ed e stato adottato un modello nazionale di PEI.

Il docente di sostegno e assegnato alla classe, non all’alunno: quando diventa delega, l’inclusione non si realizza qualunque sia il monte ore. L’inclusione produce esiti uguali o migliori per tutti, ma dipende dalle pratiche, e il lavoro fuori dall’aula, il piu frequente, e quello con meno evidenze. I problemi principali sono strutturali: discontinuita, formazione e disomogeneita. E un piano vale se cambia cio che accade in aula.
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