Articolo redatto dalla dottoressa Cinzia Guido
Il deficit che riscontriamo nell’autismo, inerente allo sviluppo del linguaggio, racchiude al suo interno un repertorio difficilmente limitabile di conseguenze che, inevitabilmente, non sfociando solo nell’area comunicativa, interessa gli aspetti più vari che caratterizzano la vita di un individuo autistico.
Sappiamo che esiste una vasta gamma di capacità nascoste che sottostanno al codice linguistico.
Tuttavia sembra che nei soggetti autistici tali capacità siano spesso coerenti con il livello generale di sviluppo mentale (ricordando a questo proposito che più della metà della popolazione autistica presenta un medio-grave ritardo mentale).
Gli aspetti pragmatici invece, sono selettivamente danneggiati e si osservano nell’incapacità di iniziare una conversazione, nell’incapacità di adeguare contestualmente l’uso dei pronomi e la prosodia, dunque nella relativa incapacità di usare il linguaggio con lo scopo di comunicare.
Il processo che normalmente guida l’acquisizione del linguaggio, in accordo con la teoria chomskyana, è indubbiamente favorito da un desiderio innato di comunicare. Tuttavia se tale desiderio fosse presente in misura alquanto ridotta, non potremmo aspettarci un normale sviluppo linguistico.
Le forme di pre-parlato, il gioco della protoconversazione sostengono l’idea di un reale desiderio dell’infante a relazionare il sé con l’altro. Il fatto che queste forme di intenzionalità comunicativa non siano presenti nei bambini autistici in un’età precoce, suggerisce invece la loro impossibilità, sin dai primi giorni di vita, se non in utero, di instaurare un normale contatto, soprattutto con la figura materna; contatto che segna le premesse fondamentali per raggiungere le più complesse forme del parlato.
Oltretutto tali difficoltà potrebbero senz’altro scaturire dalla loro inflessibilità e rigidità del pensiero, dalle loro difficoltà nel comprendere ed interpretare ciò che osservano.
Il linguaggio degli autistici presenta menomazioni qualitative come ad esempio la permanenza di espressioni ecolaliche ad una età mentale superiore ai 36 mesi. Inoltre sembrano essere guidati dall’osservazione di un oggetto piuttosto che dal suo significato al contrario di quello che avviene normalmente.
Ciò implica una profonda menomazione dei processi che portano all’acquisizione delle parole proprio perché, ad esempio, la parola “sedia” per un autistico è “quella particolare sedia” e non un´altra.
Le difficoltà nell’usare correttamente i pronomi personali “io” e “tu” sono state interpretate in passato dalla letteratura psicoanalitica come prova del rifiuto cosciente di sviluppare una propria identità1. In realtà potremmo ricondurre il tutto alla mancanza di una certa flessibilità mentale che permetta di adattare il pronome al contesto.
L’assenza di creatività ed originalità rende il linguaggio dei soggetti artistici quasi esclusivamente incentrato sulla ripetizione letterale di frasi già udite, anche esse non adattate al contesto proprio perché non comprese. Alcuni autori ritengono che l’ecolalia più profonda sia usata anche come tentativo di prendere parte ad una conversazione attingendo ai pochi mezzi a loro disposizione. Questo contraddice in pieno tutte quelle idee che escludono a priori che il bambino autistico possa avvertire il bisogno di comunicare. Abbiamo ritenuto significativo mostrare alcune righe sulla storia di Liz, fedelmente trascritte da “Autismo infantile” di Theo Peeters:
Liz ha cinque anni e non parla, ma sa cantare quasi cinque canzoni a memoria nelle quali usa parole come “acqua”, “latte” oppure “pane”. Tuttavia se ha fame o sete, si limita a prendere la madre per mano e la porta in cucina. Perché non dice che vuole del latte? Dopotutto conosce la parola. Qualcuno commenta: “ te l’ho detto: può farlo, ma non vuole”, non comprendendo che esiste una grande differenza tra una parola ripetuta e una usata in maniera creativa. Quando si cantano canzoni a memoria si usa l’emisfero destro del cervello; una parola e una melodia non vengono analizzate dal punto di vista del significato, ma vengono “immagazzinate” dal cervello in maniera piuttosto superficiale e poi ripetute. Per usare una parola in maniera creativa bisogna per prima cosa analizzarne il significato e questo processo ha luogo nell’emisfero sinistro. Liz non ha ancora raggiunto il livello di analisi del significato; questo processo avrà luogo più tardi, adesso non è in grado di farlo.
La ricerca di Markman e Wachtel (1988)2 è stata rivolta ad indagare le capacità dei bambini autistici di imparare e capire le parole “nuove”, attraverso l’uso del vincolo dell’oggetto intero e quello della mutua esclusività.
Il test richiedeva l’interpretazione delle parole nuove attraverso due oggetti, uno noto e l’altro sconosciuto.
I risultati della prova suggeriscono la presenza di difficoltà piuttosto rilevanti nell’uso del vincolo dell’oggetto intero, dal momento che la tendenza di bambini autistici era quella di utilizzare il vincolo della mutua esclusività.
Ciò è coerente con la loro propensione a focalizzare l’attenzione su parti di oggetti invece che sull’oggetto intero, in accordo con i risultati del test sull’elaborazione di informazioni locali/globali dove prevaleva nettamente l’attenzione al dettaglio rispetto che alla struttura complessiva.
Tutti i ragionamenti che sottostanno alla facoltà di scegliere richiedono una capacità pragmatica che si esclude nei bambini autistici. Capire l’intenzionalità di chi parla è fondamentale nell’acquisizione di nuove parole poiché porta alla comprensione di ciò a cui si riferisce l’atto comunicativo.
Probabilmente anche l’uso del vincolo della mutua esclusività richiede ragionamenti complessi e questo fa supporre che il bambino autistico, al momento della sua scelta, sviluppi strategie compensative.
Bloom (2000) propone di considerare l’apprendimento delle parole strettamente connesso allo sviluppo della teoria della mente, in ragione del fatto che alcuni studi dimostrano come a 18 mesi i bambini sappiano utilizzare lo sguardo di chi pronuncia una parola nuova per interpretarla correttamente3.
Questo spiega in parte, l’incapacità delle persone affette dal Disturbo dello Spettro Autistico ad interpretare lo sguardo altrui, il ritardo nello sviluppo delle competenze lessicali.
Abbiamo precedentemente anticipato la difficoltà nel fare generalizzazioni spontanee4. Ciò comporta l’incapacità di comprendere che ogni oggetto dispone di un nome che è basato sulla funzionalità dello stesso. Questo significa che se nel nostro raggio visivo abbiamo la presenza di due sedie, nonostante il fatto che tra le due ci siano differenze di larghezza, altezza o colore, hanno entrambe la stessa funzione, quella cioè di farci sedere.
Agli occhi di un autistico questo, che è per noi un banale ragionamento, appare illogico, incoerente e addirittura paradossale, in ragione del fatto che la sua rigidità mentale non gli permette di accettare che si possa attribuire lo stesso nome ad oggetti che non siano assolutamente identici.
Incontrando dunque non pochi problemi nell’acquisizione di parole semplici, possiamo immaginare come sia estremamente difficile, se non addirittura impossibile, acquisire parole più complesse.
Un esempio è dato dalle parole relazionali, dal momento che non hanno valore assoluto, bensì definiscono un oggetto in relazione ad un altro. Un bicchiere ad esempio è “grande” se in relazione con una penna; “piccolo” se in relazione con una bottiglia. I concetti “grande/piccolo” sono tra quelli che richiedono più flessibilità mentale, poiché, al di fuori di un qualunque contesto, non esplicano alcun significato. Agli occhi degli autistici tutto ciò che non può essere definito in modo assoluto non è comprensibile. Non dobbiamo dunque stupirci nel constatare la loro impossibilità di comprendere ed usare termini che abbiano un significato relativo.
Altri studi sullo sviluppo lessicale hanno dimostrato la centralità del ruolo svolto dai processi di categorizzazione5. La categorizzazione è la funzione cognitiva che rende possibile formare classi di oggetti, eventi e quant’altro sulla base di qualche somiglianza.
Nella denominazione, tutti gli oggetti che appartengono ad una classe in particolare, vengono considerati equivalenti nonostante la presenza di svariate differenze tra gli stessi. La capacità di raggruppare gli oggetti in base alla loro categoria di appartenenza (frutta, veicoli, animali) viene esaminata attraverso l’osservazione della tendenza spontanea dei bambini a manipolare, tra tanti oggetti, quelli appartenenti alla stessa categoria.
I risultati del test evidenziano buone prestazioni degli autistici, anche se le buone capacità di categorizzazione non sono sufficienti a garantire lo sviluppo linguistico. Il ritardo nell’acquisizione del linguaggio non può essere dunque riconducibile a difficoltà nella categorizzazione.
Molti autistici riescono con il tempo e il giusto sostegno educativo a raggiungere buone competenze verbali. Alcuni sono addirittura eccellenti grammatici o straordinari lettori, ma nonostante tutto, incapaci di reggere una normale conversazione.
L’insistenza ossessiva, se vogliamo, sulla pronuncia che appare estremamente perfetta, così come la sintassi, suggeriscono ancora una volta tendenze spinte da rigidi e severi meccanismi che sottostanno ad uno stile cognitivo diverso.
Nel considerare le competenze conversazionali, la prosodia è fondamentale quanto lo è il contenuto. Attraverso l’intonazione, il ritmo del discorso, l’altezza dei suoni, rendiamo scorrevole e fluente il nostro parlare, enfatizzando attraverso pause o picchi di intonazione, ciò a cui si vuole attribuire maggiore importanza.
Nello scambio comunicativo queste caratteristiche rendono possibile qualunque manifestazione di pensiero; al contrario, l’uso inadeguato dell’intonazione o la totale in variazione della stessa, nonché l’uso di un ritmo troppo veloce, rendono impossibile che lo scambio comunicativo abbia buon fine.
Gli autistici non riescono o non sanno quando, dove e perché applicare il controllo degli strumenti di conversazione. La loro incapacità di comprendere il significato e l’intenzionalità che si esprime attraverso i caratteri prosodici, ostacola inevitabilmente il loro sviluppo linguistico. Ciò agisce sulla psiche del bambino che non riuscendo a dar senso neanche ai suoi tentativi, spesso vani, di comunicare, si rinchiude in un mondo diverso, un mondo prevedibile, meno caotico: un mondo autistico.