Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

Le Avventure di Pinocchio

La scuola ha appena chiuso i battenti e, finalmente, espletati gli esami di stato, dopo lunghi mesi di studio più o meno intenso, tutti i ragazzi potranno correre dietro alle farfalle, salire su per gli alberi per prendere gli uccellini di nido, mangiare, bere, dormire, divertirsi e fare dalla mattina alla sera la vita del […]

Psicolab — Le Avventure di Pinocchio

La scuola ha appena chiuso i battenti e, finalmente, espletati gli esami di stato, dopo lunghi mesi di studio più o meno intenso, tutti i ragazzi potranno correre dietro alle farfalle, salire su per gli alberi per prendere gli uccellini di nido, mangiare, bere, dormire, divertirsi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo (C Collodi, Le avventure di Pinocchio, Cap. 4, 1881), con lo spirito leggero, la mente in villeggiatura e l’entusiasmo di un giorno di sole …
Nella loro mente, all’improvviso, nasce l’esaltazione del riposo, lontani da ogni enfatico ossimòro concettuale dei compiti per le vacanze, anche correndo il rischio, a settembre, di vedersi tramutati in ciuchini. Due orecchie lunghe e la coda, allora, potrebbero far riflettere sul fatto che, “a voler rivendicare troppo caparbiamente la propria indipendenza da tutto e tutti, si finisce per lasciarsi manipolare dai peggiori burattinai annidati dietro le quinte di quel gran palcoscenico che è la vita” (V. Spinazzola, Pinocchio e C., Il Saggiatore, 1997).
Il ricordo di Geppetto in galera o del Grillo Parlante appiccicato alla parete o le disgrazie e le disavventure che capitano a tutti quelli che fanno codesto mestiere (C. Collodi, Ibidem, Cap. 4) dimostreranno loro che il senso del dovere, l’affetto di un padre, la sollecita tenerezza di una fata turchina sono ancoraggi sicuri dalle sabbie mobili dell’anarchia impulsiva e, spontaneamente, accetteranno l’etica faticosa, ma solida e appagante, della rinunzia, del sacrificio …
Ecco che Pinocchio docet con le sue celeberrime avventure, pur con la “patologica miopia nelle previsioni, con la limitatissima elaborazione dei dati dell’esperienza e il carattere infantile” (G. Jervis, Prefazione a le avventure di Pinocchio, 1968) … Pinocchio, il notissimo personaggio di finzione umanizzato, con la tendenza a nascondersi dietro facili menzogne e a cui cresce il naso in rapporto a ogni bugia che dice, “è, al tempo stesso, libertà e conformismo” (G. Jervis, ibidem); l’autore lo chiama impropriamente burattino, pur essendo esso morfologicamente più simile a una marionetta con il corpo di legno e la presenza di articolazioni. Il romanzo, tradotto in più di 260 versioni tra lingue e dialetti, comprese due trasposizioni in latino (Fondazione Nazionale Carlo Collodi, stima basata su fonti Unesco, fine anni Novanta), entra a far parte del misterioso universo della fantasia come STORIA DI UN BURATTINO, pubblicato prima a puntate, nel “Giornale per i bambini” (G. Biagi, luglio 1881- gennaio 1883), e, poi, edito in volume con il titolo LE AVVENTURE DI PINOCCHIO (1883); la notorietà ha consentito a molti personaggi di divenire archetipi culturali, ancora oggi citati frequentemente nel linguaggio comune, dal Mangiafuoco, burattinaio burbero e irascibile, al Gatto e alla Volpe, falsi amici per antonomasia, figure inaffidabili e ingannevoli, al Lucignolo, l’amico Romeo, compagno di scorribande dell’entusiasta marionetta, al Pinocchio prototipo del bugiardo per eccellenza, al Grillo parlante, istanza superegoica sempre pronta ad afferrare per i capelli il burattino trasgressivo.
Il libro è un inno alla visione fanciullesca della vita, alla sua ingenuità e all’inconsapevole allegria che i bambini possiedono prima che la vita la tamponi con la sua pesantezza (F. Rivelli, Tutti contro Benigni, www.clonedb.tk, novembre 2009); in esso, fantasia e realtà, cuore e ragione s’intrecciano continuamente per trattare temi cari a Collodi (1826 –1890) e per sottolineare l’hic et nunc della reale condizione del Paese. Benigni, che ha girato le riprese del suo Pinocchio “vivendo un sogno e sognando di vivere”, ha definito l’opera “una fiaba eterna” e ha dichiarato apertamente che, “se Collodi fosse ancora vivo, gli manderebbe a casa un mazzo di fiori, perché questo suo libro fa bene al mondo intero” (R. Benigni, Intervista, Ibidem).
Pochi gli attanti ed essenziale la trama, la cui genesi pare sintetizzata nella splendida poesia scritta e musicata da Nino Manfredi per lo sceneggiato di Luigi Comencini (1972), in cui Geppetto dichiara umilmente di essere un “uomo solo che si guarda allo specchio, ogni giorno un po’ più vecchio, … Per non essere più solo, si è fatto un burattino … che gli tenga compagnia … che, adesso, da vecchio, possa dagli anche una mano” …
Carlo Lorenzini, in arte Collodi come omaggio al paese natale della madre, nelle coordinate spazio-temporali vaghe e indeterminate del genere favolistico, inserisce una storia che, “traboccante di piacere, magia, spettacolo, divertimento e crudeltà, esprime tutto il movimento degli esseri umani, di tutte le anime del mondo per portare ovunque allegria e gioia” (Benigni, Intervista, Ibidem). L’autore, con un continuo ping pong tra memoria incipitaria e memoria generativa, invita indirettamente i fruitori del suo messaggio a passeggiare in un viale luminoso del tutto rinnovato per ricercare una verità fresca dentro la cornice consueta di una fiaba. C’era una volta… – Un re! – diranno subito i piccoli lettori. “Il sintagma C’ERA UNA VOLTA è la strada maestra, il cartello segnaletico, la parola d’ordine del mondo della fiaba e, tuttavia, in questo caso, la strada è ingannevole, il cartello mente (G. Manganelli, Pinocchio nella letteratura per l’infanzia, 1977) … No, ragazzi … C’era una volta un pezzo di legno… (C. Collodi, Ibidem, Cap. 1) …
Si è lontani dal VISSERO FELICI E CONTENTI che segnala l’uscita dal mondo irreale e il ritorno alla quotidianità perché PINOCCHIO è “una favola dal tono moraleggiante che invita alla riflessione” (G. Manganelli, ibidem). Un tronco di pino rotola, rotola, rotola, urtando tutte le forze del Paese, dai gendarmi ai baroni, ai personaggi più autorevoli. La metafora prolettica della regia di Benigni (Benigni, Pinocchio, 2002), in un connubio perfetto tra il personaggio del libro e quello del film, dà l’incipit alla rilettura della stupenda creatura esuberante che, sin dal suo primo apparire, ha ricevuto l’apprezzamento non solo di critici, genitori e bambini, ma anche di tanti scrittori, desiderosi di continuare all’infinito l’interminabile tela di Penelope (G Biffi, Contro Mastro Ciliegia, in CulturaCattolica.it, 1997), inserendo, in entrelecement, nuove esaltanti avventure.
Geppetto, un falegname che vive in un’assoluta solitudine e “tanto povero da disegnare sulla parete un fuoco per scaldarsi” (L. Comencini, Le avventure di Pinocchio, Film, 1972), costruisce un pupo di legno, con la segreta speranza di vederlo trasformato in un bambino vero; “quella notte, il cielo è sereno e una stella brilla più di tutte le altre. Non è una stella qualunque, ma una magica creatura, la Fata turchina, che, da lassù, ascolta le preghiere dell’uomo anziano e decide di esaudirle, in premio per una vita all’insegna della bontà” (La follia di Walt Disney, Lungometraggio di animazione, 1940). Un solo colpo di bacchetta e quel burattino inizia a vivere di vita propria; questo non fa di lui un bimbo vero, ma, se esso saprà dimostrarsene degno e sarà buono, coraggioso, disinteressato, un giorno lo sarà davvero.
Qui assume il suo ruolo il Grillo Parlante, che, nel cartone animato di Walt Disney, grazie a una promozione sul campo, diviene guida e consigliere della marionetta e, addirittura, anziché essere schiacciato da Pinocchio con un martello e poi ritornare in veste di spirito guida (Collodi, Pinocchio, cap. IV), viene insignito dalla Fata della medaglia d’oro per i suoi meriti di “Coscienza Ufficiale” (Walt Disney, ibidem). Il tronco diventa un burattino libero, scanzonato, birichino che non sa resistere ad alcuna tentazione, ammaliato, di volta in volta, dalla musica dei pifferi, dalla lusinga dell’albero di monete d’oro, dai colpi di grancassa del Teatro dei Burattini, … esperienze tutte che lo portano alla drammatica partenza per il Paese dei Balocchi, sempre spinto, nell’incontro-scontro con la vita, da varie figure negative, il Gatto, la Volpe, Mangiafuoco, Lucignolo, l’Omino di burro … La marionetta, però, seguita dal fedele amico Grillo, severo e insistente, e dalla Fata turchina, indispensabile Méntore, si riscatta! Per il protagonista, a ogni fuga corrispondono tanti guai, ma, a ogni caduta, si segna una tappa importante, anche se, prima di vincere definitivamente la battaglia della sua vita, è necessario che egli cada nel fondo della perdizione morale e patisca la dolorosa esperienza della natura asinina, tanto più abietta e beffarda quanto più la marionetta era vicina alla meta. La redenzione finale verso il processo di umanizzazione vede un Pinocchio spiritualmente rinnovato che, con grande forza morale, lavora a intrecciare canestri di giunco per il mantenimento del suo babbo, rinunzia a comprarsi un vestito nuovo per donare i quaranta soldi alla Fata malata e, “riconosciuta la sorte umana attraverso tutte le disgrazie patite, dà spessore all’ideale educativo del sacrificio per amore dei genitori putativi” (V. Spinazzola, ibidem).
Censura, dunque, di ogni inadempienza ed esaltazione dei principi dell’Italia appena unificata? Celebrazione di una pedagogia volta a rendere docili e ubbidienti i bambini? Repressione di comportamenti devianti, quali la ribellione, la disubbidienza, la pigrizia, l’ozio, la bugia, l’orgoglio, ritenuti cause prime dei mali sociali? Tante domande e tante sfaccettature in PINOCCHIO, contrassegno del Centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, “l’ombelico del sogno, una foresta di simboli” (P. D. Orlandini, Arte e Cultura, 2009), “uno dei pochi libri di prosa che, per le qualità della scrittura, invita a esser mandato a memoria parola per parola, come fosse un poema in versi” (I. Calvino, PINOCCHIO, Saggi 1945-85).
PINOCCHIO espone la drammaticità della vita, ma trova la sua chiusa nella gioia di viverla e nella continua ambivalenza che fanno del burattino “un personalità onnicomprensiva di alcune tra le caratteristiche più intimamente fondanti del popolo italiano, dall’indole monellesca al senso del dovere, al timore del peccato, al tradimento, ai successivi sensi di colpa, alla rigenerazione, all’evoluzione che dal legno lo porterà alla carne” (D. Catallo, in www.blackmailmag.com). Il protagonista è “impulsivo, cordialmente irresponsabile, attaccabrighe, incostante, credulone, dispettoso, generosissimo, ingenuo, insensibile eppure fondamentalmente leale” (G. Jervis, Ibidem) e, soprattutto, vivo; il suo dinamismo fa implicitamente esplodere il clima ristagnante dei difficili anni dell’Italia umbertina, con i drammi di una generazione, il malcontento, l’insoddisfazione per il fallimento degli ideali risorgimentali, la delusione per le nuove questioni e le profonde contraddizioni. “Collodi, più o meno palesemente, strizza spesso l’occhio al lettore, innanzitutto ai ragazzi” (M. Parissi, Le categorie del comico: metafora della realtà, 2000), e fa sentire lo scetticismo polemico nei confronti dell’istituzione scolastica. “Pinocchio non vuole andare a scuola nè vuole lavorare, ma è riuscito proprio bene, più si vede e più piace” … Così, parafrasando il romanzo, recita Nino Manfredi (Poesia musicata, ibidem), facendo sottintendere “l’accusa silente che lo scrittore, nella trasfigurazione di Pinocchio, immette alla logica ricattatrice e vessatoria con cui la pedagogia ottocentesca intrappolava l’infanzia (R. Bertacchini, Collodi educatore, 1964).
Carlo Lorenzini si è inasprito non tanto contro il veicolo primario del processo formativo, quanto contro la rigida emanazione amministrativa dello stato, i programmi ministeriali inadeguati e, soprattutto, la preparazione di “quegli infelici maestri comunali, i quali, in grazia dei loro stipendi diafani e impalpabili come l’aria, sono condannati, da un anno all’altro, a mangiare tutti i giorni una colazione in miniatura, un pranzo dipinto all’acquerello e una modestissima cena in fotografia (Gli ultimi fiorentini, dalla raccolta Occhi e nasi – Ricordi dal vero, 1881). Egli ha tentato di svecchiare il neonato stato italiano ancora in cerca di una propria identità culturale, “di infrangere le barriere della musoneria, di toglier di mezzo tante superstiti ottusità e sordità cattedratiche dietro le quali continua a vegetare il mondo della scuola e dei maestri” (R. Bertacchini, Collodi educatore, Ibidem). Con la strategia dei continui battibecchi tra la testa di legno e il petulante cri-cri, Collodi, “educatore per istinto, a lume di sensibilità e lucido buon senso” (C. Collodi educatore, Ibidem), ha colto la necessità che austeritas magistri, che la severità del docente, “non sit tristis”, non sia rigorosa, e che comitas, la benevolenza, “non dissoluta sit” (M. F. Quintiliano, Inst. orat. II,2, 4-8), non sia eccessiva; BASTA all’imposizione passiva di norme, regole, precetti sterili travasati da libri artificiosi, bisogna instaurare un rapporto di grande fiducia nei confronti degli allievi (Quintiliano, Ibidem).
La priorità massima deve essere quella di eliminare i metodi coercitivi, “sumere animum parentis” (Quintiliano, Ibidem), assumere i sentimenti di un genitore, “allargare gli orizzonti” (Collodi educatore, Ibidem), instaurare un rapporto di grande fiducia nei confronti degli allievi, “percontāri ultro non interrogantes” (M. F. Quintiliano, Ibidem), sollecitare i riceventi passivi, superare il binomio educazione/scuola, favorire l’insorgere spontaneo degli interessi … “E’ più facile, insomma, incitare chi desidera correre piuttosto che smuovere chi è in preda a un inerte torpore” (C. Collodi, Opere, Ibidem). Quando il protagonista avverte il valore dell’istruzione, infatti, sua sponte, volontariamente, nelle veglie della sera, anche se sfinito dal lavoro massacrante della giornata, si esercita a leggere un grosso libro comprato per pochi centesimi e a scrivere servendosi di un fuscello temperato a uso penna, intingendolo in una boccetta ripiena di sugo di ciliegia. Carlo Lorenzini, in sostanza, non rivela apertamente alcuna posizione politica, ma, senza rinunziare al proprio IO, indossa la protettiva lente dell’umorismo e, con l’efficace ossimoro del silenzio assordante, dice senza esporsi. Tra le righe pare di sentire, perciò, la deprecazione dei diktat della classe dominante che, restia alle novità, tendeva ad appiattire la personalità del bambino; nel trinomio Dio-patria-famiglia, che inneggiava all’etica dell’obbedienza, del sacrificio e dell’autoritarismo, erano nascosti strumenti di offesa subdoli. Tali principi, infatti, non venendo più infusi tramite la punizione corporale, perdevano la connotazione più duramente fisica, ma coartavano inconsciamente la personalità e impedivano la formazione di mappe scientifiche di riferimento nella psiche del ragazzino. Collodi “pensa da uomo saggio, ma comunica nel linguaggio del popolo” (William Butlers Yeats, 1865 –1939); con il ricorso al lessico, asciutto, essenziale, ma sempre scintillante e brioso, frammisto alla fraseologia del fiorentino parlato nell’’800 e al “miscère utile dulci” (Q. Orazio, Ars Poetica – Ep. Libro II, 3), vivacizza la rappresentazione e, convinto della funzione militante della sua attività, non manca di lanciare frecce contro le rigide norme morfo-sintattico protette dai pregiudizi classicisti e puristi, conservando viva la suggestione data dal raccontare oralmente una fiaba con cui rendere operative le idee di rinascita socio-culturale. “Veluti medentes, cum conantur dare absinthia tetra pueris” (Lucrezio, De Rerum Natura, I, 936 – 937), come i medici che, quando cercano di somministrare ai fanciulli le amare medicine, “prius contingunt pocula circum oras dulci flavoque mellis liquore” (Lucrezio, De Rerum Natura, I, 937 – 938), prima cospargono l’orlo della tazza di biondo e dolce miele, nello stile del puro divertimento, “si è fatto piccolo coi piccoli e, in tal modo, è diventato maestro di vita” (G. Biffi, Ibidem).
PINOCCHIO è, dunque, una favola allegorica di forti connotazioni socio-politico culturali, evidenti nell’implicita riprovazione della marionetta che, “rientrando nell’ordine, sacrifica alfine la libertà al perbenismo della società umbertina, di cui, in un certo senso, il libro è anche lo specchio” (G. Genot, Analyse structurelle de Pinocchio, 1970).  Il protagonista, personaggio inquietante, spigoloso, eslege e sordo ai comandi, probabilmente, è stato anche l’ombra dei bambini infelici, trovatelli, orfani, che la contemporanea psicologia dell’età evolutiva aveva da poco scoperto e preso come esemplare intimidatorio per tutti gli altri bambini felici ma svogliati. Collodi, in particolare, non sopportava che, parallelamente alle leggi di tutela del lavoro minorile e dell’istruzione di base obbligatoria o alla creazione di comitati per la difesa dei diritti del fanciullo, si registrasse la dicotomia di uno strano atteggiamento filantropico e umanitario; si imponevano, ex cathedra, delle regole, senza “favorire la formazione di una mentalità aperta al confronto dialettico, indispensabile per la reale maturazione di un preadolescente, che già, peraltro, Quintiliano, con molti passi in avanti, aveva preconizzato” (Clizia Sardo, Il Processo di Identificazione negli Adolescenti, Psicolab, settembre 2010).
arlo Lorenzini, attraverso l’avventura esistenziale di Pinocchio, così, dà a ogni bambino la possibilità di accelerare il percorso della sua crescita; rivivendo nel protagonista gli eventi psicologici, indistinti e ancora ignoti, ma già costellati dalle situazioni della vita quotidiana che egli vive spesso con grande timore e anticipando le difficoltà da affrontare, i divieti dei genitori, i sensi di colpa, la paura di perdersi, la necessità di camminare con gli occhi ben aperti, il rifiuto di essere burattino nelle mani altrui, gli insegna a smorzare “il tumulto anarchico di speranze e di paure, in un continuo conflitto di ribellione e accettazione” (M. Parissi, Ibidem). “Lo stesso Lorenzini, d’altra parte, si sarebbe meravigliato e, probabilmente, anche divertito, nel sentirsi lodare come il cantore di quella religione del lavoro, segno distintivo del nuovo laicismo operoso su cui doveva fondarsi lo stato italiano” (G. Spadolini, Il mondo frantumato, Milano 1992). Proprio nel 1881, anno di nascita dell’immortale burattino, a chi si è congratulato con lui per aver raggiunto il giorno bellissimo della pensione, ha risposto che “sarà un bel giorno per chi ha sgobbato cento anni, ma per lui, che non ha fatto http:\\/\\/psicolab.neta, è un giorno come tutti gli altri” (Intervista a C. Collodi, 1881). La riflessione sull’inconsapevole lungimiranza dello scrittore fa sorgere spontanei vari interrogativi su “quanto ci sia di Pinocchio in Collodi” (Ljuba Cordara e Anna Rita Fabbri, Pinocchio, www.convivioastrologico.it).
Tutti i piccoli protagonisti collodiani, per esempio, sono legati da un comune spirito eversivo e, pertanto, si può supporre che tale afflato appartenga intimamente a un narratore nostalgico dell’ingenuità e della vitalità dell’infanzia, una sorta di “fanciullino” di pascoliana memoria che abita nell’intimo della poetica di Carlo Lorenzini. “Sì, Pinocchio è lui e tutti i consigli che la Fatina dà al burattino, sono i medesimi che dovette dare a lui la mamma” (Paolo Lorenzini, in Collodi e Pinocchio, AAVV, Omaggio a Pinocchio, 1981). In qualsiasi romanzo, fiaba, favola o racconto, infatti, chi scrive lascia una qualche inconfondibile traccia del suo privato, “immettendovi il suo stato d’animo, le sue aspirazioni, le sue angosce, le sue ansie, i suoi problemi, provenienti non solo dalla sua sfera cosciente, ma, soprattutto, dal suo inconscio, con quelle note affettive che giacciono dentro di sé, ma di cui non ha un’immediata percezione” (Antonio Vita, La funzione psicoterapeutica delle fiabe, www.psiconline.it, 2007). “L’energia libera, regolata dal principio del piacere che assicura la gratificazione immediata, è spesso soffocata dall’energia legata, sollecitata dal principio di realtà che ha lo scopo di rinviare la gratificazione in funzione delle costrizioni morali imposte dal mondo esterno e ostili al pieno soddisfacimento del piacere” (S. Freud, Il disagio della civiltà, 1924-1929).
Nel romanzo, a parlare è spesso l’anima di Collodi, cautamente diffidente contro la mentalità ottocentesca e decisa a riservarsi un angolo remoto nel regno dei sogni, delle fantasie, dei diversi quanto necessari appagamenti; con tale stratagemma, lo scrittore entra nella macrostoria, la legge, l’interpreta con velato spirito moderatamente polemico e, asservendovi la microstoria del burattino centenario, propone input nuovi per modificarla. Lo scrittore, in particolare, nel sottolineare le inquietudini di un’Italia in fieri, ha fatto leva su chi, stanco di vivere in ginocchio o di morire in piedi, ha trovato linfa vitale negli slanci del personaggio e, soprattutto, la forza di reagire allo stato di smarrimento determinato dalle vistose trasformazioni delle strutture, delle istituzioni, della mentalità, delle abitudini sociali. E’ difficile ormai credere, dunque, che, tra le ragioni della riuscita cosmica del racconto, ci sia il messaggio etico e il suo valore educativo. “C’è, sì, del moralismo facile e convenzionale, ma esso è l’aspetto più uggioso per i giovani. Per fortuna è un moralismo riscattato dall’obiettività dell’autore, il quale dimostra più simpatia per il suo sfaticato protagonista che per il Grillo parlante” (G. Biffi, Ibidem) e, frequentemente, lo stato d’animo di Collodi sembra parteggiare per la noia e l’insofferenza del suo Pinocchio nel ribadire quanto siano disgraziati i poveri ragazzi! Tutti li sgridano, tutti li ammoniscono, tutti danno loro dei consigli (C. Collodi, Pinocchio, ibidem, cap. XIV), tanto da sottolineare come “l’uomo che lavora non possa essere fatto a immagine e somiglianza di Dio perché Dio ha lavorato appena sette giorni e riposa ormai da seimila anni” (C. Collodi, Opere, Ibidem).
La storia di Pinocchio è la metafora di un viaggio di iniziazione dell’uomo che, da una condizione di inconsapevolezza, deve arrivare a conoscere la propria vera natura, realizzare il proprio mito personale, trovare la sua vera strada (Ljuba Cordara e Anna Rita Fabbri, Ibidem); essa mantiene, ancora oggi, un enorme valore formativo, ma in un orizzonte nuovo, come sfida al conformismo e al perbenismo, generata proprio dal coraggio della disubbidienza, che genera crescita interiore e umana. Viene naturale, a questo punto, parlare di bifrontismo collodiano perché, nel percorso di formazione dell’eroe, si sottolinea il contrasto tra “l’energia libera e l’energia legata” (S. Freud, Ibidem); l’aspirazione di Pinocchio a integrarsi nella società, adeguandosi alle sue norme e ai suoi doveri, e il richiamo prepotente del principio del piacere fanno intendere che l’autore sia sempre in bilico tra l’apparente propensione per le figure positive di Geppetto, della Fata turchina, del Grillo parlante, del Pinocchio spiritualmente propositivo e la chiara condivisione dell’animus del burattino che, pur lottando razionalmente contro le forze devianti, ne è profondamente affascinato. Se il Collodi eterodiegetico, dunque, per rispetto alle convenzioni della società umbertina, condanna l’indisciplinato modus vivendi della marionetta e gli consente di farsi uomo, il Narratore auto-omodiegetico, voce che interroga e che si interroga, sostanzialmente, “mette denti posticci di cane alle pecore” (T. Boccalini, I ragguagli di Parnaso, 1615).
Il fascino dell’opera risiede proprio in questa dicotomia, il cui punto focale è rappresentato icasticamente nella figura di Lucignolo; il bambino più svogliato di tutta la scuola è una figura oggettivamente sinistra che, però, attrae in maniera accattivante e sollecita l’attenzione di quanti lo hanno notato. L’autore non dice http:\\/\\/psicolab.neta del monello per antonomasia, irrimediabilmente votato ai piaceri, nè fa pesare su di lui una condanna morale perché la mina vagante, potenzialmente esplosiva, non ha mire personali quando coinvolge l’amico nel viaggio di perdizione. La discesa agli inferi di Romeo “dal personalino asciutto, secco e allampanato” (Carlo Collodi, Storia di un burattino, Cap. 30, 1881) è inesorabile perché egli, contrariamente alla marionetta, non mostra né incertezze né pentimento; il personaggio appare ben delineato nel film di Benigni (2002) da Kim Rossi Stuart, il quale lo interpreta “sulle corde di una candida spensieratezza e ne fa trapelare, nonostante il prevalente edonismo, una forte personalità” (P. D. Orlandini, Ibidem). Il posto di rilievo che questo piccolo demonio occupa nella caleidoscopica trama delle avventure del romanzo si annota persino nella sigla iniziale di tutti gli episodi di Comencini (1972), la cui musica scanzonata e spensierata ha, in sottofondo, un velo di malinconia che ne anticipa l’epilogo. Walt Disney (1940), invece, gli riserva esclusivamente le connotazioni negative di minaccia sempre latente nella storia di ogni formazione; il cartone, del resto, come è sottolineato anche dal titolo PINOCCHIO, è più centrato sul burattino e non sulle sue avventure, cosa che invece accade con Collodi, Comencini e Benigni. L’amico ribelle, nel cartone distribuito dalla RKO Radio Pictures, è, semplicemente, la prefigurazione speculare della biblica dicotomia tra salvati e dannati; il ragazzo senza passato e senza futuro, prima, spinge Pinocchio sul carro dell’Omino di burro e lo alletta per portarselo nel Paese dei balocchi, poi, “senza nessun pungolo morale, si fa bestia e muore ciuco” (G. Marchese, Collodi poeta dell’infanzia, Ed. Andò & Figli, 1963), mentre il burattino, sentendosi mortificato nella sua onorabilità e tormentato dalle voci della sua coscienza, si trasformerà in un ragazzo in carne e ossa.
Il Cardinale Biffi, proprio alla luce delle tante connotazioni, insistendo sugli incalcolabili effetti benefici di questa fiaba, definisce PINOCCHIO “un caso letterario che nasce dalla sproporzione, almeno visibile, tra la modestia esteriore dell’opera e il suo successo senza eclissi” (G. Biffi, Ibidem). Il segreto del successo è nascosto nell’animo di Collodi, il quale, inserendo figure archetipiche e avventure dagli effetti catartici, si arricchisce del “carisma indispensabile per far breccia negli adulti e nei bambini di ieri, di oggi, di domani, di sempre” (G. Manganelli, Ibidem); egli spende, in apparenza, le sue fatiche per i ragazzi fra i cinque e i quindici anni, che possiedono un’umanità ancora nativamente fresca aperta alla verità” (R. Bertacchini, Il Padre di Pinocchio, ed. Camunia, 1993), ma le scoperte finalità educative sono un’efficace copertura per una velata tiratina d’orecchi anche agli adulti sclerotizzati, senza rimedio, in una “forma” (L. Pirandello, 1867 –1936). La gioia di Geppetto per il burattino diventato bambino in carne e ossa, pertanto, è una nota stonata, “frutto del pessimismo collodiano, che, mentre fa procedere la storia verso la meta stabilita dall’editore, dal pubblico, dall’opportunismo sociale e da tutte le altre esterne ragioni, con rassegnata satira, sembra osservare quanto, in realtà, Pinocchio sia più burattino adesso, da uomo, di quanto lo sia mai stato prima … è diventato massa anonima” (G. Manganelli, Ibidem).
La conclusione della fiaba è, dunque, drammatica, perché il neo Pinocchio, “dal momento in cui si sveglia, nel ritrovarsi allineato ai canoni della borghesia del tempo, diventa la brutta copia del ragazzo” (R. Bertacchini, Il Padre di Pinocchio, Ibidem), sebbene guardi la sagoma di ciò che è stato con superiorità sprezzante. Perché questo conclusione cosi conservatrice? “Molti adolescenti lo hanno definito il primo trauma intellettuale subìto, scoprendo che uno dei libri, non solo cari, ma fatali dell’infanzia, si chiuda con un così torvo oltraggio al modo di esistere giovanile” (G. Manganelli, ibidem) … Una lettura più attenta, invece, fa puntare l’attenzione sul finale aperto, in cui Pinocchio-Bambino va a scuola, mentre la sua ombra si allontana per continuare a giocare allegra e tranquilla, e sull’ultima frase, con cui il piccolo si dichiara contento di essere diventato un ragazzino per bene … “questa è l’unica vera bugia della fiaba eterna cementata nei cuori di tutti” (Benigni, intervista, ibidem).
La vera trasformazione è, sicuramente, quella psicologica interna al soggetto che assume consapevolezza di sé e rinasce a nuova vita. Dallo scontro tra istanze individuali e reale, tra istinto al piacere e necessità del sacrificio, tra desiderio di vagabondaggio e stabilità, nasce nel burattino il desiderio spontaneo di esaminare con occhi nuovi la realtà e di accettarne le regole per intima convinzione, senza, però, rinnegare le mirabolanti peripezie della sua precedente vita burattinesca, perché un uomo senza passato è un albero senza foglie, un corpo senz’anima. La favola, sorretta da una fantasia inesauribile, è un mirabile capolavoro di oreficeria stilistica, “è un dono di felicità naturale da considerare uno dei grandi libri della letteratura italiana, di cui alcune componenti necessarie, senza PINOCCHIO, verrebbero a mancare” (Italo Calvino, Ibidem); ecco perché gli Italiani riconoscono in esso “la loro canzone di sempre e gli uomini di tutti i paesi vi avvertono la presenza cifrata di un messaggio universale” (G. Biffi, Ibidem) e, arrivati all’epilogo, “viene già la nostalgia per quel bel mondo incantato tra le nuvole, per quell’ombra di spensieratezza che tutti possiedono e si vorrebbe urlare, nello splendido toscano di Collodi, PINOCCHIO, RIVIVISCI!” (F. Rivelli, Tutti contro Benigni, www.clonedb.tk, novembre 2009).
Il successo che ha investito PINOCCHIO è arrivato soltanto trent’anni dopo la prima pubblicazione, grazie a Paul Hazard, che, nonostante l’apparenza di una storia semplice, ne ha sottolineato il valore, definendolo “il più adatto a vestire panni di tutti i colori; Carlo Lorenzini si è fatto teologo con i teologi e idealista con gli idealisti, ha imparato a parlare tutti i linguaggi, dal cinema alla TV” (Paul Hazard, La letterature enfantine en Italie, 1914). Piuttosto polemica, in tal senso, la posizione di Giovanni Jervis, nella prefazione all’edizione einaudiana delle Avventure, quando, con disappunto, afferma che “oramai sulla marionetta senza fili si potrebbe scrivere qualsiasi cosa, essa è diventata semplice pretesto per dipanare moduli interpretativi del tutto estranei alle circostanze in cui l’opera è stata scritta, alla personalità e alla temperie culturale del suo autore, corredando la Storia degli annessi metaforici, dei sovrasensi filosofici, sociologici, politici di tutta una espansa e significativa civiltà” (G. Jervis, Ibidem).
E’ addirittura possibile intravederne anche una flebile eco del culto cristiano? Pare di sì. “C’è la rappresentazione della storia dell’uomo, con l’avvio dalla creazione, in cui il costruttore lo chiama subito figlio, alla fuga dal creatore; si percepiscono i dilemmi della marionetta, che sceglie infallibilmente la via sbagliata per la presenza attiva di forze estranee che spingono al male, si assiste allo sviluppo di un dramma in cui si determinano i due opposti destini di Pinocchio e di Lucignolo, si ritrova l’escatologia conclusiva con il ritorno al Padre e la trasnaturazione. (G. Biffi, Ibidem). Il Creatore immette nella creatura l’aspirazione a oltrepassare l’alterità e a elevarsi ontologicamente, ma Pinocchio, interiormente svigorito, esteriormente insidiato da esseri più astuti di lui, “nonostante la sincerità dei suoi sforzi, non potrebbe assolutamente raggiungere la salvezza senza l’intervento, di volta in volta, di un aiuto superiore, che, alla fine, riesce a compiere il prodigio di riconciliarlo al padre, di riportarlo a casa, di dargli una nuova natura (G. Biffi, Ibidem). “Pulcinella, Arlecchino e la signora Rosaura sono anch’essi burattini, ma senza speranza di metamorfosi. Pinocchio, di legno come loro, marionetta come loro, senza vero dominio di sé come loro, ha un altro destino perché egli ha un padre e, quindi, è chiamato a essere uomo. Lo straordinario personaggio della Fata dai capelli turchini manifesta appunto questa necessaria mediazione salvifica, che, secondo la fede, è svolta dal Figlio di Dio fatto uomo, il quale prolunga la sua azione nella storia per mezzo della Chiesa” (G. Biffi, Ibidem). Il padre, che il Cardinale Biffi richiama, allude non tanto a Geppetto, quanto a Dio. “In questa imperdibile e singolare lettura della STORIA DI UN BURATTINO, una favola straconosciuta si carica di un’impensabile profondità?” (www.CulturaCattolica.it). L’Arcivescovo di Bologna ha forzato la mano a Collodi, facendone un punto di riferimento dell’ortodossia cattolica? LE AVVENTURE DI PINOCCHIO sono più efficaci di un libro di catechismo in questa società di burattini senza padre e di burattinai (www.CulturaCattolica.it) ?
Collodi, in un percorso verticale e lineare, “racconta il mistero della vicenda umana, tesa, intrisa della ricerca di verità e, in tale ottica, consente a Pinocchio di cambiare natura e acquistare, conquistare, il proprio volto umano, cioè di figlio (Franco Nembrini, Pinocchio e la storia della salvezza, 2007). E’ una lettura troppo soffocante e deviante rispetto alle intenzioni dell’autore della favola che non era certo un cattolico militante? “Il bello dell’arte, in ogni caso, sta proprio nel fatto che il lettore, onestamente, pur conoscendo e precisando pubblicamente le intenzioni dell’autore, può anche, in seconda battuta, contribuire, con la sua lettura, a dare un taglio diverso a quell’opera creativa; essa, in quanto tale, non finisce quando lo scrittore scrive l’ultima parola (Andrea Monda, L’errore di Mastro Ciliegia, Dicembre 2007), ma, analogamente ai film di Fellini, graffianti, ricchi di satira, velati di una sottile malinconia, “dopo l’ultimo ciak, entrando nei cuori degli spettatori, cominciano a vivere di vita propria” (F. Fellini, 1920-1993). Tali riflessioni hanno convinto a proseguire nella linea tracciata dal cardinale Biffi, “che ha letto nella più famosa favola italiana una metafora della più bella storia mai raccontata” (A. Monda, Ibidem) … Non si finirà mai, dunque, di “rileggere” tra i meandri del cuore del vivace ragazzo di strada tanto amato da quanti lo hanno conosciuto? Pinocchio, “amico dei giorni più lieti di ogni bambino, che, nel bianco suo lettino, da piccolo, ha sfogliato il libro, ha parlato al burattino, lo ha sognato, gli ha confidato tutti i suoi segreti e, ancora oggi, da adulto, lo conserva nel suo cuore, come allora” (Mario Panzeri, Lettera a Pinocchio, cantata da Jonny Dorelli, 1959) …
Pinocchio, quante emozioni fa rivivere ai suoi lettori, quanti inviti ai ragazzi pronti a godersi le vacanze, in un movimento che non si arresta mai attraverso gli immensi domini dell’immaginazione, in un continuo cozzare tra i rispettivi principi del piacere e della realtà … Il burattino, con il suo respiro d’universalità, con i suoi atteggiamenti eslegi e accattivanti, ha dimostrato che “chi vive senza follie, non è così saggio come crede” (François De La Rochefoucauld, 1558-1645) perché, in un uomo, le virtù veramente portanti sono il vigore del pensiero e la libertà di utilizzarlo. La morale del racconto è una sorta di redenzione laica che solo un’intelligenza industriosa potrà concepire, a patto che essa sia in grado di appoggiarsi sulle proprie forze, di far leva sul libero arbitrio, di applicarsi sul lavoro, di ravvivare l’incendio della passione, di combattere l’insorgere delle tare dello spirito, di scalare le montagne per raggiungere la vetta … COLTIVARE UNA MENTE GENIALE è il seme di ogni arte, è l’origine di ogni vera scienza, È UN IMPERATIVO MORALE PER CHI NON VUOLE SOCCOMBERE DA CIUCHINO … mai, nemmeno in piena estate, mentre si nuota tra le onde del mare azzurro o ci si libra nell’aria legati alle ali di un deltaplano … Le orecchie lunghe e la coda lascerebbero per sempre una profonda cicatrice nell’anima …
BIBLIOGRAFIA (A/ Z)
Andrea Monda, L’errore di Mastro Ciliegia, Dicembre 2007Antonio Vita, La funzione psicoterapeutica delle fiabe, www.psiconline.it, 2007
Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, 1881
Carlo Collodi, Opere, Milano 1995
Clizia Sardo, Il Processo di Identificazione negli Adolescenti, settembre 2010
Davide Catallo, in www.blackmailmag.com
Federico Fellini, 1920-1993
Fondazione Nazionale Carlo Collodi, stima basata su fonti UNESCO, fine anni ‘90
Francesco Rivelli, Tutti contro Benigni, www.clonedb.tk, novembre 2009
Franco Nembrini, Pinocchio e la storia della salvezza, 2007
François De La Rochefoucauld, 1558-1645
G. Biffi, Contro Maestro Ciliegia. Commento teologico a Le avventure di Pinocchio, 1997
G. Genot, Analyse structurelle de Pinocchio, 1970
G. Jervis, Prefazione a le avventure di Pinocchio, 1968
G. Marchese, Collodi poeta dell’infanzia, Ed. Andò & Figli, 1963
G. Marchese, Collodi poeta dell’infanzia, Ed. Andò & Figli, 1963
Giacomo Biffi, Contro Mastro Ciliegia, www.CulturaCattolica.it, 1997
Giacomo Biffi, Contro Mastro Ciliegia www.CulturaCattolica.it, 1997
Giorgio Manganelli, Pinocchio nella letteratura per l’infanzia, 1977
Giovanni Jervis, Prefazione a Le avventure di Pinocchio, 1968
Gli ultimi fiorentini, dalla raccolta Occhi e nasi – Ricordi dal vero, 1881
Italo Calvino, Pinocchio, Saggi 1945-85
La follia di Walt Disney, Lungometraggio di animazione, 1940
Lucrezio, De Rerum Natura, I, 936 – 938
Ljuba Cordara e Anna Rita Fabbri, Pinocchio, www.convivioastrologico.it
Luigi Comencini, Film Le avventure di Pinocchio, 1972
Luigi Pirandello, 1867 –1936
Marco Fabio Quintiliano, Institutio oratoria
Mario Panzeri, Lettera a Pinocchio, cantata da Jonny Dorelli, 1959
Myriam Parissi, Le categorie del comico: metafora della realtà, 2000
Nino Manfredi, Poesia musicata e scritta per lo sceneggiato di Comencini, 1972
Paola Daniela Orlandini, Arte e Cultura, 2009
Paolo Lorenzini, in Collodi e Pinocchio, AAVV, Omaggio a Pinocchio, 1981
Paul Hazard, La letterature enfantine en Italie, 1914
Pinocchio, Regia di Benigni, 2002
Quinto Orazio, Ars Poetica – Ep. Libro II, 3
Renato Bertacchini, Collodi educatore, 1964
Renato Bertacchini, Il Padre di Pinocchio, 1993
Roberto Benigni, Film Pinocchio, 2002
Roberto Benigni, Intervista, 2002
Sigismund Schlomo Freud – Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, 1924-1929
Spadolini, Il mondo frantumato, Milano 1992
Traiano Boccalini, I ragguagli di Parnaso, 1615
V. Spinazzola, Pinocchio e C., Il Saggiatore, 1997
William Butlers Yeats, 1865 –1939