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Le diverse teorie: Piaget e la visione genetica

Tra le teorie che hanno cercato di spiegare come si sviluppa la mente del bambino, quella di Jean Piaget occupa un posto centrale. La sua prospettiva, definita epistemologia genetica, non descrive l’intelligenza come una dote fissa ma come una costruzione progressiva, che il bambino edifica interagendo con l’ambiente attraverso stadi ordinati. In questa cornice anche […]

Psicolab — Le diverse teorie: Piaget e la visione genetica
Tra le teorie che hanno cercato di spiegare come si sviluppa la mente del bambino, quella di Jean Piaget occupa un posto centrale. La sua prospettiva, definita epistemologia genetica, non descrive l’intelligenza come una dote fissa ma come una costruzione progressiva, che il bambino edifica interagendo con l’ambiente attraverso stadi ordinati. In questa cornice anche la memoria e il ricordo non sono registrazioni passive, bensì il risultato degli schemi mentali che il bambino possiede in un dato momento del suo sviluppo.

Che cosa si intende per visione genetica

Il termine genetica, nel lessico di Piaget, non ha nulla a che vedere con i geni o l’ereditarieta biologica. Rimanda invece alla genesi, cioè all’origine e alla formazione progressiva della conoscenza. L’epistemologia genetica studia proprio come nascono e si trasformano le strutture del pensiero, dalla nascita fino all’adolescenza. Piaget, formatosi come biologo, applica alla mente un modello di tipo adattivo: così come un organismo si adatta all’ambiente, anche l’intelligenza si sviluppa cercando un equilibrio sempre più stabile tra il soggetto e il mondo che lo circonda.

Il concetto chiave è quello di schema. Uno schema è una struttura mentale, un modo organizzato di agire e di pensare che il bambino usa per dare senso alla realtà. All’inizio gli schemi sono semplici e legati all’azione, come afferrare o succhiare; con il tempo diventano sempre più astratti e permettono ragionamenti complessi. Lo sviluppo consiste proprio nell’arricchimento e nella riorganizzazione continua di questi schemi.

Assimilazione, accomodamento ed equilibrazione

Per spiegare come gli schemi cambiano, Piaget introduce tre processi complementari. L’assimilazione è il processo con cui il bambino interpreta una nuova esperienza inserendola negli schemi che già possiede: un bambino che chiama “cane” ogni animale a quattro zampe sta assimilando la novita a uno schema disponibile. L’accomodamento è il processo inverso: quando lo schema esistente non basta a spiegare la realtà, viene modificato o ne viene creato uno nuovo. Distinguere il gatto dal cane richiede appunto un accomodamento.

Questi due movimenti lavorano insieme e tendono a un punto di stabilità che Piaget chiama equilibrazione. Ogni volta che un’esperienza mette in crisi gli schemi posseduti, il bambino sperimenta uno squilibrio che lo spinge a riorganizzare il proprio pensiero verso un livello superiore. L’equilibrazione è quindi il vero motore dello sviluppo: non un traguardo definitivo, ma una successione di equilibri sempre più ampi e flessibili.

Gli stadi dello sviluppo cognitivo

Uno dei contributi più noti di Piaget è la descrizione dello sviluppo per stadi. Gli stadi sono universali nell’ordine di comparsa, anche se i tempi possono variare da bambino a bambino, e ciascuno prepara il successivo.

Lo stadio sensomotorio

Va dalla nascita ai due anni circa. Il bambino conosce il mondo attraverso i sensi e l’azione motoria. In questo periodo matura una conquista fondamentale, la permanenza dell’oggetto, cioè la consapevolezza che le cose continuano a esistere anche quando non sono visibili. E l’inizio della capacità di rappresentazione mentale.

Lo stadio preoperatorio

Dai due ai sei o sette anni si sviluppa il pensiero simbolico: il bambino usa parole, immagini e giochi di finzione per rappresentare la realtà. Il pensiero resta però intuitivo e centrato sul proprio punto di vista, un tratto che Piaget chiama egocentrismo. Il bambino fatica ancora a considerare più aspetti di una situazione contemporaneamente.

Lo stadio operatorio concreto

Tra i sette e gli undici anni compaiono le operazioni logiche, purche riferite a oggetti e situazioni concrete. Il bambino acquisisce la conservazione, cioè capisce che la quantita di una sostanza non cambia se ne muta la forma, e diventa capace di classificare, ordinare e ragionare in modo reversibile.

Lo stadio operatorio formale

Dagli undici o dodici anni in poi si sviluppa il pensiero astratto e ipotetico. L’adolescente può ragionare su possibilità, formulare ipotesi e trarre conclusioni logiche anche in assenza di riferimenti concreti. E il livello che rende possibili il ragionamento scientifico e la riflessione su idee generali.

Il ricordo secondo Piaget

La visione genetica ha conseguenze precise anche sul modo di intendere la memoria. Per Piaget, alla base del ricordare c’è la possibilità di riconoscere e rievocare eventi o informazioni in funzione di uno schema che si modifica nel tempo, perché legato agli schemi di intelligenza che il bambino possiede. Perché il meccanismo funzioni serve un esercizio degli schemi operativi, di cui il ricordo rappresenta l’aspetto figurativo.

Ne deriva un’idea importante: il ricordo non è una registrazione passiva della realtà. Ciò che si ricorda subisce l’influenza del livello di sviluppo operatorio raggiunto, tanto che i ricordi vengono assimilati agli schemi posseduti nel momento in cui l’informazione viene recuperata. L’immagine mentale facilita il pensiero e ne è uno strumento simbolico, ma da sola non basta: e il livello operatorio a rendere possibile l’interpretazione dell’informazione e la sua evocazione. In altre parole, ricordiamo non tanto ciò che e accaduto quanto ciò che le nostre strutture di pensiero sono in grado di comprendere e riorganizzare.

Perché la teoria di Piaget resta importante

Nonostante la ricerca successiva abbia rivisto alcuni aspetti della sua opera, ad esempio anticipando l’età in cui compaiono certe competenze, l’impianto piagetiano rimane un riferimento imprescindibile. Ha mostrato che il bambino non è un adulto in miniatura, ma pensa in modi qualitativamente diversi che si trasformano con lo sviluppo. Ha inoltre spostato l’attenzione sul ruolo attivo del soggetto, che non subisce la conoscenza ma la costruisce. Su queste basi si sono innestate correnti diverse, dalle prospettive che valorizzano il contesto sociale dell’apprendimento agli studi sull’elaborazione delle informazioni.

Domande frequenti

Perché la teoria di Piaget si chiama genetica?

Perché studia la genesi della conoscenza, cioè come si origina e si sviluppa il pensiero nel tempo. Il termine non si riferisce ai geni o all’ereditarieta, ma alla formazione progressiva delle strutture mentali dall’infanzia all’adolescenza.

Qual è la differenza tra assimilazione e accomodamento?

Nell’assimilazione il bambino interpreta una nuova esperienza usando gli schemi che già possiede. Nell’accomodamento, invece, modifica gli schemi esistenti o ne crea di nuovi perché quelli disponibili non bastano a spiegare la realtà. I due processi si alternano e insieme spingono lo sviluppo.

Quanti sono gli stadi dello sviluppo cognitivo?

Piaget individua quattro stadi: sensomotorio, preoperatorio, operatorio concreto e operatorio formale. L’ordine di comparsa è sempre lo stesso, mentre i tempi possono variare da bambino a bambino.

In che senso il ricordo dipende dagli schemi mentali?

Per Piaget il ricordo non è una copia fedele degli eventi, ma viene assimilato agli schemi posseduti nel momento del recupero. Il livello di sviluppo operatorio raggiunto influenza quindi ciò che si ricorda e il modo in cui l’informazione viene interpretata ed evocata.

La visione genetica di Piaget descrive l’intelligenza come una costruzione attiva e progressiva, che avanza per stadi grazie all’equilibrio dinamico tra assimilazione e accomodamento. In questa prospettiva anche la memoria non registra passivamente la realtà, ma la rielabora attraverso gli schemi mentali disponibili: capire lo sviluppo del bambino significa capire come cambiano, nel tempo, le sue strutture di pensiero.
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