Il manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla salute mentale dei rifugiati è stato realizzato con la collaborazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e curato, per l’edizione italiana, dalla dottoressa Giuseppina Labellarte.
Si rivolge a coloro che, come professionisti o come volontari, si occupano della salute mentale di profughi e rifugiati e fornisce i criteri e gli strumenti utili per riconoscere e trattare i problemi di salute mentale di questi ultimi.
Gli autori sottolineano che l’intervento nel campo della salute mentale dei rifugiati deve essere riconosciuto a pieno titolo quale intervento di tipo umanitario. È un’affermazione che vale la pena non liquidare come una formula di rito. Nell’ordine di priorità di un’emergenza, la salute mentale tende a slittare in fondo, dopo l’acqua, il cibo, il riparo e le cure fisiche: qualcosa di cui occuparsi più avanti, quando la situazione si sarà stabilizzata. Riconoscerla come intervento umanitario significa affermare il contrario, e cioè che non è un lusso da rimandare a emergenza conclusa.
I tre concetti fondamentali
Secondo il manuale, l’intervento deve basarsi su alcuni concetti fondamentali: l’importanza dell’atteggiamento di rispetto e apertura verso le altre culture e le loro usanze, con particolare attenzione alla medicina tradizionale; la promozione dell’autonomia come risorsa per la salvaguardia della salute mentale e fisica; la valorizzazione del gruppo di appartenenza, come risorsa terapeutica.
Presi insieme, questi tre principi disegnano una postura precisa di chi interviene, e ognuno corregge un errore ricorrente.
Rispetto e apertura verso le altre culture
Il primo principio riguarda il modo in cui la sofferenza viene nominata. Il disagio psichico non si esprime allo stesso modo ovunque: cambiano le parole per dirlo, le spiegazioni che se ne danno, le figure a cui è legittimo rivolgersi, e persino il canale attraverso cui il malessere si manifesta, che in molte culture è prima di tutto il corpo. Chi arriva con le proprie categorie diagnostiche e le applica senza mediazione rischia di non riconoscere una sofferenza reale perché non si presenta nella forma attesa, oppure di interpretare come sintomo un comportamento che nel contesto d’origine ha tutt’altro significato.
L’attenzione esplicita alla medicina tradizionale, richiamata dal manuale, va letta in questa luce. Non è una concessione folcloristica: le pratiche di cura tradizionali sono spesso l’unico riferimento che una persona ha sempre avuto per dare senso a ciò che le accade, e sono già presenti nel campo, che chi interviene le riconosca o no. Considerarle un ostacolo da rimuovere significa rinunciare a un canale di fiducia; tenerne conto significa poter lavorare con qualcosa che esiste già.
La promozione dell’autonomia
Il secondo principio tocca il punto più delicato dell’assistenza. La condizione del rifugiato è definita da una perdita di controllo quasi totale: sul luogo in cui si trova, sui tempi, sulle decisioni che riguardano il proprio futuro, spesso persino sugli aspetti più elementari della giornata. L’organizzazione dell’aiuto, se non è pensata con attenzione, può aggravare esattamente questo aspetto, trasformando le persone in destinatari passivi di decisioni prese altrove.
Promuovere l’autonomia significa allora restituire margini di decisione dove è possibile, riconoscere e impiegare le competenze che le persone si portano dietro, e resistere alla tentazione di fare al posto di, che è quasi sempre più rapida nell’immediato e più costosa nel medio periodo. Il manuale la presenta come risorsa per la salvaguardia della salute mentale e fisica, e il legame è diretto: l’esperienza di poter incidere su qualcosa è uno dei fattori che meglio proteggono dal senso di impotenza.
Il gruppo di appartenenza come risorsa terapeutica
Il terzo principio è forse il più controintuitivo per chi ha in mente un modello di cura individuale. Nella fuga si perdono le case e i beni, ma si perdono soprattutto i legami: la famiglia allargata, i vicini, la rete di persone che teneva insieme una vita quotidiana. Quella rete non era solo compagnia, era il sistema che assorbiva i colpi.
Trattarla come risorsa terapeutica significa non considerare il gruppo un semplice contesto in cui l’intervento avviene, ma uno strumento dell’intervento stesso. I legami ricostruiti, anche parziali, anche provvisori, fanno un lavoro che nessun colloquio individuale può replicare: restituiscono ruoli, obblighi reciproci, normalità.
Uno strumento di lavoro, non un trattato
Il manuale si compone di dieci moduli, ciascuno introdotto dagli obiettivi di apprendimento che si vogliono conseguire; inoltre consigli pratici, checklist, esempi di test per il counselling, individuazione delle singole tappe per elaborare un piano di trattamento, sono alcuni degli elementi che contribuiscono a fare di esso un chiaro e pratico strumento di lavoro.
La struttura dice molto sui destinatari. Un testo organizzato in moduli con obiettivi di apprendimento espliciti, checklist e tappe scandite è pensato per essere usato sul campo, e spesso da persone che non hanno una formazione clinica specialistica: volontari, operatori, figure che si trovano a gestire situazioni complesse con poco tempo e pochi mezzi. Il valore di una checklist, in quel contesto, non è teorico: è la garanzia che qualcosa di importante non venga dimenticato quando le condizioni di lavoro sono le peggiori possibili.
È anche il motivo per cui un manuale del genere non sostituisce la competenza clinica, ma la rende disponibile a chi arriva prima. Nei contesti di emergenza chi incontra per primo la sofferenza raramente è uno specialista: è chi distribuisce i beni, chi registra le presenze, chi organizza la giornata. Mettere quelle persone in condizione di riconoscere un problema e sapere cosa farne è, molto spesso, la differenza tra un caso intercettato e uno perso.
Domande frequenti
A chi si rivolge il manuale dell’OMS?
A chi si occupa della salute mentale di profughi e rifugiati, sia come professionista sia come volontario. È stato realizzato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità con la collaborazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e per l’edizione italiana è stato curato dalla dottoressa Giuseppina Labellarte. Fornisce i criteri e gli strumenti utili per riconoscere e trattare i problemi di salute mentale dei rifugiati.
Perché la salute mentale dei rifugiati è considerata un intervento umanitario?
Perché gli autori chiedono che le venga riconosciuto quel titolo a pieno diritto, e non lo status di attività accessoria da affrontare quando l’emergenza è finita. È una precisazione con conseguenze pratiche, dato che nell’ordine di priorità di una crisi la salute mentale tende a slittare dopo acqua, cibo, riparo e cure fisiche. Riconoscerla come umanitaria significa collocarla dentro l’emergenza, non dopo.
Quali sono i concetti fondamentali su cui deve basarsi l’intervento?
Tre. Il rispetto e l’apertura verso le altre culture e le loro usanze, con particolare attenzione alla medicina tradizionale. La promozione dell’autonomia, intesa come risorsa per la salvaguardia della salute mentale e fisica. E la valorizzazione del gruppo di appartenenza come risorsa terapeutica, e cioè come strumento dell’intervento e non come semplice sfondo.
Com’è strutturato il manuale?
In dieci moduli, ciascuno introdotto dagli obiettivi di apprendimento che si vogliono conseguire. Contiene inoltre consigli pratici, checklist, esempi di test per il counselling e l’individuazione delle singole tappe per elaborare un piano di trattamento. Sono gli elementi che ne fanno un chiaro e pratico strumento di lavoro, pensato per essere usato sul campo più che letto come trattato.
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