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Il Bullismo nella Scuola italiana

Il bullismo è un fenomeno di gruppo, non un conflitto fra due persone. È il punto su cui la ricerca è più concorde, ed è anche quello che indica dove intervenire perché qualcosa cambi. Questa pagina rielabora la presentazione di un volume del 2016: riferimenti bibliografici e commerciali sono stati omessi. Articolo divulgativo. Per segnalazioni […]

Psicolab — Il Bullismo nella Scuola italiana
Il bullismo è un fenomeno di gruppo, non un conflitto fra due persone. È il punto su cui la ricerca è più concorde, ed è anche quello che indica dove intervenire perché qualcosa cambi.
Questa pagina rielabora la presentazione di un volume del 2016: riferimenti bibliografici e commerciali sono stati omessi. Articolo divulgativo. Per segnalazioni riguardanti minori: Telefono Azzurro 19696; in caso di crisi 112.

Che cos’è, in senso tecnico

La definizione condivisa in letteratura richiede tre elementi contemporaneamente.

Intenzionalità del comportamento, ripetizione nel tempo, e squilibrio di potere fra chi agisce e chi subisce: per forza fisica, numero, status o accesso a informazioni.

La distinzione ha valore pratico: un litigio fra pari, per quanto acceso, non è bullismo, e trattarlo come tale porta a interventi sbagliati. Al contrario, trattare come litigio ciò che ha uno squilibrio di potere lascia la persona esposta senza tutela.

Il cyberbullismo presenta specificità: continuità nel tempo (non finisce all’uscita da scuola) potenziale anonimato, e persistenza dei contenuti. In Italia esiste una normativa dedicata che prevede procedure di segnalazione e rimozione, e la figura di un referente scolastico.

Il gruppo, non la coppia

È l’intuizione che il testo originale coglie, ed è ben supportata.

Gli episodi avvengono nella grande maggioranza dei casi in presenza di altri, e i presenti non sono spettatori neutrali: assumono ruoli (sostenitore, rinforzatore, difensore, spettatore passivo) che influenzano l’andamento.

L’attenzione dei presenti funziona come rinforzo, e la loro passività come approvazione implicita.

Da qui deriva il risultato più utile per la pratica: gli interventi che agiscono sul comportamento del gruppo sono più efficaci di quelli centrati sulla singola diade. L’obiettivo non è convincere chi agisce a smettere, ma rendere il comportamento socialmente non conveniente.

Va aggiunto un dato che ridimensiona una spiegazione diffusa: chi agisce condotte di bullismo non ha tipicamente bassa autostima. Molti presentano status sociale elevato nel gruppo e buone competenze nel leggere le dinamiche relazionali. È una strategia di posizionamento sociale, non un compenso a una fragilità.

Cosa funziona

Le rassegne sui programmi scolastici indicano riduzioni reali ma non risolutive, e individuano i componenti attivi.

  • Interventi a livello di intero istituto, non singole lezioni: regole condivise, coinvolgimento del personale, coerenza fra classi.
  • Lavoro sugli astanti: rendere più probabile che qualcuno intervenga o segnali.
  • Supervisione dei momenti e dei luoghi non strutturati (intervalli, corridoi, spogliatoi, tragitti) dove la maggior parte degli episodi avviene.
  • Procedure chiare e note di segnalazione, con risposta effettiva: una segnalazione senza esito riduce drasticamente le successive.
  • Coinvolgimento dei genitori e formazione degli insegnanti.
  • Durata: i programmi più intensivi e prolungati ottengono risultati migliori dei percorsi brevi.

Va detto anche cosa non funziona. Gli approcci di sola tolleranza zero con espulsione non riducono il fenomeno e possono spostarlo. Le mediazioni fra le parti sono controindicate dove esiste squilibrio di potere, per la stessa ragione per cui lo sono in altri contesti. E gli interventi puramente informativi, come le conferenze isolate, hanno effetti trascurabili.

Perché conta agire

Gli esiti documentati riguardano entrambe le parti.

Chi subisce presenta rischio aumentato di ansia, depressione, difficoltà scolastiche e ideazione suicidaria, con effetti che possono persistere in età adulta.

Chi agisce presenta rischio aumentato di condotte antisociali successive: intervenire non è punire, è modificare una traiettoria.

Anche chi assiste riporta effetti negativi, in particolare quando l’ambiente comunica che non c’è nulla da fare.

Un elemento che riguarda gli adulti: gli insegnanti sottostimano la quantità di episodi, e i ragazzi segnalano meno di quanto si creda, soprattutto quando temono che la segnalazione peggiori la situazione. Rendere credibile la risposta è, in questo senso, parte della prevenzione.

Domande frequenti

Ogni conflitto fra ragazzi e bullismo?

No: servono intenzionalita, ripetizione nel tempo e squilibrio di potere. Un litigio fra pari e altro, e confondere i due casi porta a interventi sbagliati.

Chi fa il bullo ha bassa autostima?

Tipicamente no: molti hanno status sociale elevato e buona lettura delle dinamiche di gruppo. E una strategia di posizionamento, non un compenso a una fragilita.

Cosa rende efficace un intervento?

Agire sull’intero istituto e sul comportamento degli astanti, sorvegliare i momenti non strutturati e garantire risposte effettive alle segnalazioni, con programmi prolungati.

La mediazione fra le parti aiuta?

E controindicata dove esiste squilibrio di potere, per le stesse ragioni per cui lo e in altri contesti.

Il bullismo richiede intenzionalita, ripetizione e squilibrio di potere, ed e un fenomeno di gruppo: gli episodi avvengono davanti ad altri, la cui passivita funziona da approvazione. Per questo gli interventi efficaci agiscono sull’intero istituto e sugli astanti, non sulla diade, e i programmi brevi o informativi non bastano. Chi agisce non ha tipicamente bassa autostima. E la condizione che rende possibile segnalare e che la segnalazione ottenga davvero una risposta.
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