Il panico di massa non esiste come lo si immagina
È il risultato più consolidato della ricerca sui disastri, e vale la pena esporlo per primo perché contraddice l’intuizione.
Nelle emergenze reali il comportamento prevalente non è il panico ma la cooperazione: le persone aiutano gli sconosciuti, condividono risorse, si organizzano spontaneamente. È stato osservato in contesti molto diversi, dai terremoti agli attentati.
Ciò che viene descritto come panico è più spesso una risposta ragionevole a informazioni incomplete: accaparrare beni quando si teme che finiscano è razionale a livello individuale, anche se produce l’effetto temuto a livello collettivo.
Il fenomeno documentato è invece un altro, e ha conseguenze pratiche: il presupposto che la popolazione andrà nel panico ha storicamente indotto le autorità a ritardare le informazioni, e questo ritardo è associato a maggiore sfiducia e a comportamenti meno collaborativi.
Cosa hanno mostrato le ricerche sull’isolamento
Le sintesi condotte a distanza consentono un quadro più equilibrato di quanto si potesse dire nel 2020.
Nelle prime settimane si osservò un aumento dei sintomi ansiosi e depressivi nella popolazione generale, ben documentato.
Il dato meno atteso emerse dopo: gli indicatori tornarono verso i livelli precedenti più rapidamente di quanto le previsioni iniziali suggerissero, e le previsioni catastrofiche sulla salute mentale collettiva risultarono in gran parte non confermate.
L’impatto fu però distribuito in modo diseguale: più marcato per giovani, donne, persone con condizioni psichiatriche preesistenti, chi viveva solo o in spazi ristretti, chi perse il lavoro e chi aveva responsabilità di cura.
Va nominato anche ciò che l’isolamento produsse nell’ombra: l’aumento delle situazioni di violenza domestica, per la convivenza forzata e la riduzione delle vie di uscita.
Un ultimo dato utile: fra i predittori più consistenti di malessere durante quel periodo figurano la solitudine percepita e l’insicurezza economica, più dell’esposizione al rischio sanitario in sé.
Perché la paura si comporta così
Alcuni meccanismi spiegano l’andamento senza ricorrere all’idea di irrazionalità collettiva.
- La disponibilità: un rischio molto rappresentato appare più probabile di quanto sia, e uno poco rappresentato meno.
- L’incertezza: la sua intolleranza è associata in modo consistente all’ansia. Le situazioni non definite generano più disagio di quelle definite e sfavorevoli.
- Il controllo percepito: la possibilità di fare qualcosa riduce la paura più della riduzione oggettiva del rischio.
- Il contagio emotivo, che opera anche attraverso i canali di informazione e amplifica gli stati collettivi.
Sull’esposizione ai media esiste un dato specifico: il tempo dedicato alle notizie sull’emergenza risultava associato a maggiore disagio, con una relazione probabilmente reciproca, chi è più in ansia si informa di più, e informarsi di più aumenta l’ansia.
Cosa aiuta, e cosa no
Le indicazioni con supporto sono concrete.
Limitare l’esposizione alle notizie a momenti definiti, da fonti affidabili, anziché monitorare continuamente.
Mantenere struttura nella giornata: orari di sonno, pasti e attività regolari, che è la misura più efficace contro la deriva dei ritmi.
Preservare il contatto sociale, anche a distanza: la solitudine percepita è fra i predittori più forti.
Agire su ciò che è controllabile, che è il modo più efficace di ridurre la paura senza negarla.
Va detto anche cosa non aiuta: minimizzare la situazione o deridere chi ha paura. La derisione non riduce l’ansia e riduce la disponibilità a collaborare, che nelle emergenze è ciò che conta di più.
E vale il principio emerso con più forza da quel periodo: nelle emergenze la fiducia nelle istituzioni e la chiarezza delle informazioni predicono i comportamenti collaborativi meglio di qualunque messaggio allarmistico.
Domande frequenti
Nelle emergenze le persone vanno nel panico?
No: il comportamento prevalente documentato e la cooperazione. Cio che viene chiamato panico e spesso una risposta ragionevole a informazioni incomplete.
L’isolamento del 2020 ha danneggiato la salute mentale?
Ci fu un aumento iniziale di ansia e depressione, seguito da un ritorno verso i livelli precedenti piu rapido del previsto. L’impatto fu pero molto diseguale.
Chi ha sofferto di piu?
Giovani, donne, persone con condizioni preesistenti, chi viveva solo o in spazi ristretti e chi perse il lavoro. Pesarono soprattutto solitudine e insicurezza economica.
Cosa aiuta a gestire la paura?
Limitare l’esposizione alle notizie a momenti definiti, mantenere ritmi regolari, preservare i contatti e agire su cio che e controllabile.
Lascia un commento