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La Comunicazione prima del linguaggio

Fin dalla nascita, il bambino emette una serie di suoni che potremmo definire di natura vegetativa, come sbadigli, gorgoglii e ruttini, insieme al mezzo di comunicazione per eccellenza che è il pianto.
Nonostante che il pianto sia causato da fattori fisiologici (fame, sete, dolore, freddo) senza una vera e propria intenzionalità, permette comunque l’interazione del bambino con gli adulti che lo curano; infatti, nel momento in cui la madre avverte il segnale di pianto interviene prontamente per nutrire, proteggere e confortare il neonato.
Analizzando il pianto dal punto di vista spettrografico, Wolff (1959) ha comunque individuato diversi tipi di pianto: quello di fame, quello di dolore e uno di irritazione, che sembra abbia come unico scopo la richiesta di attenzioni, quindi una prima forma di comunicazione intenzionale che sorge già dalla terza settimana di vita. Col passare del tempo questa intenzionalità si perfeziona e allora il bambino potrà arrivare a scoppiare a piangere per il solo fatto dell’allontanarsi della madre per poi smettere al suo ritorno; oppure potrà essere “distratto” dal pianto fisiologico attraverso altre attività curiose e interessanti ai suoi occhi.
È del tutto normale che i genitori reagiscano al comportamento spontaneo del neonato interpretandolo in termini di segnali comunicativi intenzionali, ma occorre sottolineare che, nonostante l’utilità pratica di questa “svista” (che immette il bambino nelle pratiche sociali della cultura in cui vive), la cosiddetta fase intenzionale compare molto più tardi (8 mesi), visto che presuppone che gli altri siano visti come agenti autonomi, capaci di soddisfare i suoi scopi. Nella fase preintenzionale, invece, il neonato instaura scambi significativi sia con gli oggetti inanimati che con le persone, ma difficilmente è in grado di coordinare l’attenzione verso una persona e verso un oggetto nello stesso tempo: può quindi capitare che nel gioco, possa avere attenzione nei confronti di un oggetto che è lontano ma vicino alla madre ma non richiedere l’aiuto di lei per raggiungerlo; solo verso i sei mesi riuscirà a trasformare la sua comunicazione espressiva in comunicazione “su qualcosa” e far partecipe la madre dell’oggetto-evento esterno a loro.
Volendo classificare questa comunicazione gestuale possiamo affermare che si tratta di gesti performativi, ovvero che intendono mostrare o indicare, anche se ricerche recenti (Caselli 1983; Acredolo e Goodwyn 1985) hanno dimostrato l’uso di gesti simbolici o referenziali che oltre a esprimere un’intenzione comunicativa, specificano anche il referente. Si tratterebbe di gesti usati in contesti aspecifici per riferirsi allo stesso oggetto evento o situazione, come ad esempio il fare ciao con la mano o il dire no con la testa.
Dal punto di vista fonologico, la più importante evoluzione è quella che riguarda le vocalizzazioni non di pianto. Nel periodo che va dai 2 ai 6 mesi di età, il bambino emette delle vocalizzazioni che sembrano far parte di una sequenza protoconversazionale, inserendosi nelle pause dei turni linguistici dei genitori, come se fossero una risposta alle sollecitazioni verbali di questi.
Successivamente (6-7 mesi) compare la lallazione canonica (babbling) attraverso la quale il bambino è capace di riprodurre sequenze consonante-vocale con caratteristiche di sillabe (ad es. “da”, “dada”); è in questo momento che si sviluppa anche la prosodia della lingua materna.
Intorno ai 10-12 mesi il bambino è capace di produrre strutture sillabiche complesse e lunghe, che segnano il passaggio alla cosiddetta lallazione variata: compaiono qui le prime proto-parole che anche se non hanno un senso dal punto di vista del significato vengono usate sempre in determinati contesti (ad es. in situazione di richiesta).
Da questo momento in poi lo sviluppo fonologico interagisce con quello grammaticale e lessicale e ne risulta reciprocamente influenzato.
Queste fasi fanno parte di uno sviluppo “normale” di acquisizione della fonologia, ma non per questo dobbiamo pensare che singoli bambini non possano divergere e avere un percorso diverso per cause legate alla maturità fisica e funzionale. Inoltre ogni bambino differisce dall’altro non solo per la preferenza fonetica (tipi di suoni che preferiscono riprodurre) ma anche nella stabilità di queste preferenze e nella loro organizzazione.

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