Cosa significa relativismo morale
Nel relativismo morale l’interazione e il contesto assumono un ruolo importante nella valutazione dell’atto. I principi vengono considerati fondati e mantenuti dal consenso reciproco, e perciò modificabili in rapporto a situazioni e contesti diversi. L’obbedienza ai principi risulta subordinata alle aspettative e al benessere altrui.
La sequenza che vi conduce è graduale. Fino ai sette o otto anni prevale la morale del dovere e dell’obbedienza: ciò che è giusto viene confuso con la norma stabilita dall’autorità, anche quando questo comporta l’accettazione di preferenze e disuguaglianze nei doveri. Fino agli undici o dodici anni l’autorità non è più fonte assoluta di giustizia e deve rispettare alcuni principi; prevale però una reciprocità primitiva, che sfocia in un egualitarismo semplicistico, per cui tutti devono ricevere esattamente la stessa cosa. Dopo gli undici o dodici anni, con la maturazione della reciprocità, la generosità si allea alla giustizia e nasce l’equità, che tiene conto delle differenze, delle situazioni e dei contesti.
Il relativismo morale in pratica: il ruolo dei coetanei
La progressione lungo questi stadi è determinata dalle capacità cognitive del bambino: prima l’egocentrismo iniziale, che impedisce di considerare le intenzioni altrui, poi la comprensione che gruppi diversi di persone possono avere prospettive diverse, e dunque regole non assolute. Ma è determinata anche dalle esperienze sociali.
Per Piaget era l’interazione con i coetanei, più che quella con gli adulti, a consentire il passaggio dal realismo morale al soggettivismo morale, grazie ai conflitti che scaturiscono dai giochi. Il conflitto interpersonale dà origine al conflitto cognitivo, veicolo di ogni progresso ontogenetico. I bambini hanno bisogno di risolvere nella propria mente le discrepanze tra le proprie idee e quelle degli altri, e lo fanno accettando che le regole siano contratti sociali dipendenti dal consenso reciproco, e non da un’autorità superiore.
La differenza si osserva nei fatti. In una discussione con l’adulto i bambini tendono alla passività e contribuiscono raramente in modo spontaneo; con i coetanei, invece, discutono attivamente, producono affermazioni spontanee e si impegnano a risolvere i problemi. E a un maggior numero di argomenti spontanei corrisponde un’elaborazione più sofisticata del ragionamento morale. Con i pari, insomma, si crea un ambiente più adatto alla partecipazione attiva: nessuno può chiudere la discussione dicendo che è così perché lo dice lui.
Termini correlati
Realismo morale, morale dell’autonomia, equità, conflitto cognitivo, egocentrismo, Piaget.
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