Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

Vygotskij e l’interfaccia biologica

Già in “Pensiero e linguaggio” Vygotskij avvertiva la necessità di un mezzo che mettesse in comunicazione mondo esterno e mondo interno nell’uomo. Riletto oggi alla luce delle neuroscienze, quel bisogno ha un nome: interfaccia biologica. Non esiste una genetica della lingua, ma una genetica dell’interfaccia che media il rapporto dinamico tra pensiero e linguaggio. Una […]

Psicolab — Vygotskij e l’interfaccia biologica
Già in “Pensiero e linguaggio” Vygotskij avvertiva la necessità di un mezzo che mettesse in comunicazione mondo esterno e mondo interno nell’uomo. Riletto oggi alla luce delle neuroscienze, quel bisogno ha un nome: interfaccia biologica. Non esiste una genetica della lingua, ma una genetica dell’interfaccia che media il rapporto dinamico tra pensiero e linguaggio. Una tesi che tocca Chomsky, Edelman e Pinker, e che arriva fino alle interfacce artificiali che gli adolescenti usano ogni giorno.

Abstract

Lo studio delle interfacce naturali ed artificiali trova un pionieristico mezzo teorico nel pensiero di Vygotskij che già nei suoi studi in “Pensiero e linguaggio” del 1936 avvertiva la necessità di un mezzo che mettesse in comunicazione mondo esterno e mondo interno nell’uomo.

Lo scopo di questo articolo è quello di mettere in luce l’importanza dello studio delle interfacce e del loro rapporto con l’uomo, sottolineando le nuove prospettive sul linguaggio che si vanno consolidando, tracciando percorsi che hanno bisogno di essere discussi, chiariti ed approfonditi anche tenendo in considerazione le idee e le strade indicate dello psicologo russo.

L’attuale dibattito sul linguaggio, fra coloro che sostengono le posizioni chomskiane e coloro che non vedono la predeterminazione genetica come unico fattore centrale di sviluppo delle capacità linguistiche, porta a sostenere l’esistenza di un punto di incontro fra linguaggio ed evoluzione dell’uomo.

1. I rapporti dinamici in L. S. Vygotskij

Scopo di questo articolo è analizzare ed evidenziare l’apporto del pensiero di L. S. Vygotskij agli attuali studi di neuroscienze ed ai concetti cardine degli studi di intelligenza umana ed artificiale antropomorfa, sottolineando il ruolo centrale del linguaggio come strumento di interfaccia fra uomo e realtà.

In “Pensiero e linguaggio” Vygotskij opera una profonda riflessione sul rapporto di dinamico sviluppo e sostentamento fra linguaggio di pensiero e linguaggio verbale, sia in fase di sviluppo sia in età matura.

L’autore non si limita all’idea di dimostrare l’influenza storico-culturale nella formazione del pensiero e del linguaggio, ma più in profondità Vygotskij propone l’esistenza di una dinamica continua fra mente (il sistema di pensiero) e sistema nervoso. Ciò che viene sottolineato è come nel passaggio fra lingua dell’ambiente, pensiero del soggetto e produzione del soggetto vi sia una “ristrutturazione della sintassi assolutamente originale e specifica della semantica e della fonetica del linguaggio interni in forme strutturali proprie del linguaggio esterno” (Vygotskij, 1934).

Il campo di battaglia di Freud

Non esiste una convergenza ed ancor più non esiste una identità fra il pensiero e la lingua: “il pensiero rappresenta un tutto assai più grande in estensione e volume della parola separata” (Vygotskij, op. cit.). Ma allora come avviene il passaggio dalla parola al pensiero e dal pensiero alla parola?

Freud sosteneva che vi fosse una lotta fra due sistemi diversi: “Tutto ciò che noi sappiamo del pensiero è la sua espressione verbale: il problema che si pone è dunque quello di sapere se i processi hanno luogo in altri domini da quelli della scelta delle parole, o se il campo di battaglia è anteriore a quelli, oppure se la lotta avviene all’interno di tutto il processo: le modalità espressive portano allora il segno di tutte le caratterizzazioni della lotta” (Freud, 1909).

La lotta, così come la definisce Freud, fra i due più importanti sistemi di elaborazione umani ha bisogno di un campo di battaglia.

Vygotskij accoglie in pieno questa istanza freudiana sostenendo che il rapporto dinamico fra pensiero e linguaggio non può svolgersi senza che queste forme abbiano dei punti comuni.

I due fattori che legano pensiero e linguaggio

Ci sono due fattori fondamentali che legano pensiero e linguaggio:

  • Il pensiero, che pur essendo un sistema diverso dal linguaggio è sempre legato alla parola: “il linguaggio interno è sempre in misura rilevante un pensiero di puri significati” (Vygotskij, op. cit.);
  • L’unità dell’io: infatti il rapporto fra pensiero e linguaggio si svolge e si lega all’io dell’uomo in maniera radicale.

Pensiero e linguaggio non sono separati ma fusi in un’unità globale e in un rapporto dinamico, che è il luogo dell’incontro fra le istanze culturali e quelle personali.

Questa unità di pensiero e linguaggio può formarsi solo grazie ad una matrice genetico-evolutiva che lo permetta e grazie anche ai mezzi percettivi del sistema nervoso che creano il contatto fra realtà interna ed esterna.

Dunque, come si organizza e si forma questa unità di percezione-pensiero-linguaggio? Come si sviluppa? Dove ha origine?

2. L’unità globale: mente e sistema nervoso

Sostenere un’unità di pensiero e linguaggio nell’io dell’uomo, così come fa Vygotskij, significa sostenere un’integrazione biologica fra pensiero e parola, cioè fra spazi interni e spazi esterni. Lo psicologo russo non approfondisce l’analisi del fattore biologico di unione, ma analizza in profondità il rapporto dinamico che si viene a creare fra il pensiero e la parola.

Non essendo interessato ad analizzare i fattori di matrice cognitiva, Vygotskij si concentra sui costrutti psicodinamici; ciò non toglie che l’elaborazione proposta da questo autore conduce a domande attuali e rilevanti sia nello studio dell’intelligenza umana che di quella artificiale.

Nello schema che viene ipotizzato in “Pensiero e linguaggio” vengono spiegate le dinamiche che portano al formarsi nell’io di un’unità di pensiero e linguaggio.

Riesaminando oggi lo studio di Vygotskij, alla luce degli studi di neuroscienze, non si può non notare che il mezzo di comunicazione fra i sistemi che lui studia è l’insieme delle capacità percettive coordinate dai mezzi biologici e dalle strutture cerebrali.

Infatti i sistemi di percezione sono l’unico fulcro possibile della mediazione fra pensiero e linguaggio.

L’evoluzione della struttura dei gruppi neuronici permette il conformarsi di un mezzo di scambio che scompone il linguaggio in pensiero ed il pensiero in linguaggio, trasformando e trasportando i contenuti semantici e sintattici della lingua e del pensiero.

3. Interfaccia biologica, una sintesi probabile

A compiere la mediazione fra linguaggio esofasico, endofasico (De Mauro, 2001) e pensiero, è quella che potremmo definire un’interfaccia biologica, in cui tutto il sistema cerebrale è coinvolto.

Le capacità dei gruppi neuronici (Edelman, 1994) permettono all’uomo un’evoluzione intrapersonale.

Il conformarsi, nei tempi di sviluppo, di questi gruppi come mezzi e strutture di processamento porta prima al formarsi di una coscienza senza tempo, lavorando disgiunti dalla memoria: infatti si ha quella che Edelman definisce “un presente ricordato” (Edelman, op. cit.). Poi, con lo sviluppo cerebrale, tutti i mezzi di percezione tendono a connettersi, tramite l’autoelevazione semantica (Pinker, 1984 ed Edelman, 1994), al linguaggio e ai centri di memoria, dando luogo ad una coscienza di sé.

Non una genetica della lingua, ma dell’interfaccia

La base genetica di questo rapporto dinamico fra pensiero e linguaggio, fra pensiero e realtà, è dunque pre-strutturata: a seconda delle informazioni esterne e delle pulsioni psichiche, il sistema nervoso può auto-regolarsi ed auto-strutturarsi cercando diverse strade per elaborare la realtà.

I più recenti studi hanno dimostrato che esiste una conformazione al linguaggio, un orientamento genetico che struttura i neuroni in risposta all’ambiente, all’esperienza e alle pulsioni biologiche e psichiche.

Non c’è una genetica della lingua ma una genetica dell’interfaccia biologica che media il rapporto dinamico dei due sistemi. In questo senso si può parlare di “istinto” del linguaggio così come lo definisce Pinker.

Questa impostazione sembra dar torto alle conclusioni di Chomsky sul linguaggio, senza però danneggiare il suo impianto teorico.

Rimane il fatto che un dispositivo di acquisizione linguistica (LAD) non sembra sostenibile neanche seguendo la teoria del sistema fisico simbolico: ciò che può essere geneticamente strutturato e determinato tramite la naturale evoluzione della specie è la capacità neuronica di creare dei gruppi e delle vie di processo a seconda del rapporto con l’ambiente.

Questa energia costruttiva, che si basa sui vincoli della specie (Edelman, 1994), permette lo strutturarsi di percorsi neuronici flessibili e di capacità umane che sono identiche, in quanto vincolate dai limiti specie-specifici, ma che sono anche frutto di un adattamento e di una evoluzione intrapersonale (Le Doux, 2002).

Per cui ogni soggetto apprenderà i suoni, la sintassi e la semantica della lingua attraverso il conformarsi dell’interfaccia biologica in reti e vie primarie di scambio: ciò permetterà l’acquisizione linguistica, tramite vie anche genetico-evolutive, ma contemporaneamente le istanze interne, le esigenze soggettive, creeranno percorsi neuronici, attraverso le proprietà dei gruppi, mutando i significati e le relazioni delle parole a seconda delle esigenze, dei bisogni e dei legami affettivi del singolo.

L’idea di una co-evoluzione e di un’autopoiesi (Vaccari, 1999) del sistema mente-cervello sembra plausibile, ma non senza lo strutturarsi di un mezzo che leghi questo sistema all’ambiente e al linguaggio.

È cioè necessario uno strumento che operi a livello subsimbolico (Smolensky, 1988), ossia un’interfaccia che permetta uno scambio concreto ed un adattamento-apprendimento in senso evolutivo.

Lo studio sempre più avanzato delle interfacce artificiali e del rapporto uomo-interfacce, ed ancor più delle interfacce biologiche, sembra dunque una strada molto promettente, che non può però esimersi dal doversi confrontare con le idee pionieristiche e fondamentali di L. S. Vygotskij.

3.1. Il legame fra l’interfaccia biologica e le interfacce tecnologiche

L’attuale diffusione di interfacce e il sempre maggior uso che se ne fa comincia a sollevare delle questioni importanti. Quale ricaduta hanno le interfacce tecnologiche sugli adolescenti? Che legame psichico si instaura fra un’interfaccia biologica ed una artificiale? Le interfacce più usate, come quelle dei telefoni cellulari, possono essere migliorate in modo da divenire meno conformanti? Cioè possono essere rese meno invasive ed addirittura trasformate in mezzo educativo?

L’utilizzo costante di queste interfacce, soprattutto da parte degli adolescenti, ha bisogno di essere studiato, anche e soprattutto attraverso il rapporto dinamico dell’unità di percezione-pensiero-linguaggio, ed attraverso l’analisi dell’interfaccia biologica, in modo da rendere le interfacce artificiali meno destrutturanti per le reali unità di spazio, tempo e linguaggio di un io in pieno sviluppo, com’è quello di un adolescente.

Accade infatti che, soprattutto con l’utilizzo dei telefoni cellulari, si stia creando un nuovo spazio virtuale, in cui si lavora con linguaggi personali, come nel caso degli short message (sms), e in cui l’interfaccia del mezzo è divenuta una parte fondamentale di sé, un virtual-himself dove spesso un adolescente proietta le proprie pulsioni e le proprie emozioni.

Occorre dunque tentare di studiare questo rapporto per comprendere come poter utilizzare i punti di forza delle interfacce artificiali per migliorare e potenziare le interfacce biologiche, cioè sfruttare i vantaggi della tecnologia per renderla educativa e capace di sviluppare un sano rapporto psichico nella relazione che il soggetto instaura con l’oggetto interfacciato.

Domande frequenti

Che cos’è l’interfaccia biologica?

È ciò che compie la mediazione fra linguaggio esofasico, endofasico e pensiero, e coinvolge l’intero sistema cerebrale. Nasce dall’esigenza, avvertita già da Vygotskij, di un mezzo che metta in comunicazione mondo esterno e mondo interno: i sistemi di percezione sono l’unico fulcro possibile della mediazione fra pensiero e linguaggio.

Qual è il rapporto tra pensiero e linguaggio secondo Vygotskij?

Non c’è convergenza né identità: il pensiero rappresenta un tutto assai più grande in estensione e volume della parola separata. Eppure i due sono fusi in un’unità globale e in un rapporto dinamico, legati da due fattori: il pensiero è sempre legato alla parola, perché il linguaggio interno è in misura rilevante un pensiero di puri significati; e l’unità dell’io, a cui quel rapporto si lega radicalmente.

Perché si dice che non esiste una genetica della lingua?

Perché ciò che l’evoluzione struttura geneticamente non è la lingua, ma la capacità neuronica di creare gruppi e vie di processo a seconda del rapporto con l’ambiente. Esiste un orientamento genetico che struttura i neuroni in risposta all’ambiente, all’esperienza e alle pulsioni: è una genetica dell’interfaccia biologica, non della lingua. In questo senso si può parlare di “istinto” del linguaggio come lo definisce Pinker.

Cosa c’entrano i telefoni cellulari con Vygotskij?

Perché anche le interfacce artificiali mediano il rapporto tra il soggetto e la realtà. Con i cellulari si è creato un nuovo spazio virtuale, con linguaggi personali come gli sms, in cui l’interfaccia diventa una parte fondamentale di sé, un virtual-himself su cui l’adolescente proietta pulsioni ed emozioni. Studiare questo legame serve a rendere le interfacce meno destrutturanti per un io in pieno sviluppo e, potenzialmente, educative.

La proposta di questo articolo è di leggere Vygotskij come un precursore involontario dello studio delle interfacce. Se pensiero e linguaggio sono sistemi diversi ma fusi in un’unità dinamica, serve per forza un luogo dove avviene lo scambio: il campo di battaglia di cui parlava Freud. Le neuroscienze suggeriscono che quel luogo sia il sistema percettivo, un’interfaccia biologica. Da qui la tesi più netta: non ereditiamo una lingua, ereditiamo la capacità dei gruppi neuronici di organizzarsi in risposta all’ambiente. E la stessa domanda vale oggi per le interfacce artificiali, che per un adolescente sono già diventate una parte di sé.
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