Psicologia Clinica e Psicopatologia

Violenza sulle donne e prevenzione

Sulla prevenzione della violenza contro le donne si investe soprattutto in campagne di sensibilizzazione. Sono anche gli interventi con le evidenze più deboli: ciò che funziona è più specifico, più lungo e meno visibile. Numero antiviolenza e stalking 1522, attivo 24 ore su 24, gratuito e anonimo, anche in chat. Emergenze: 112. Articolo divulgativo, non […]

Psicolab — Violenza sulle donne e prevenzione
Sulla prevenzione della violenza contro le donne si investe soprattutto in campagne di sensibilizzazione. Sono anche gli interventi con le evidenze più deboli: ciò che funziona è più specifico, più lungo e meno visibile.
Numero antiviolenza e stalking 1522, attivo 24 ore su 24, gratuito e anonimo, anche in chat. Emergenze: 112. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale.

I tre livelli della prevenzione

La distinzione è utile perché a ciascun livello corrispondono strumenti diversi.

La prevenzione primaria agisce prima che la violenza si verifichi, sui fattori che la rendono più probabile.

La secondaria interviene sulle situazioni già in corso, per interromperle: riconoscimento, valutazione del rischio, protezione.

La terziaria riguarda ciò che accade dopo: sostegno alle persone che l’hanno subita, e interventi sugli autori per ridurre la recidiva.

Va detto che l’attenzione pubblica si concentra quasi interamente sul secondo e sul terzo livello, mentre il primo è quello che nel lungo periodo produce le riduzioni maggiori.

Cosa funziona nella prevenzione primaria

Le rassegne internazionali convergono su alcune caratteristiche.

Gli interventi efficaci sono prolungati e ripetuti nel tempo, non incontri singoli. Le sessioni informative isolate non modificano i comportamenti.

Lavorano sulle norme percepite nel gruppo: gli adolescenti sovrastimano quanto i coetanei approvino comportamenti sessisti o controllanti, e correggere questa percezione ha effetti misurabili.

Adottano l’approccio dello spettatore attivo, che ha fra le evidenze migliori: anziché rivolgersi a potenziali autori o vittime, insegna a chi assiste come intervenire in situazioni intermedie, una battuta, una molestia, un comportamento controllante fra amici.

Coinvolgono uomini e ragazzi non come destinatari di un’accusa ma come parte della soluzione, che è la condizione perché l’intervento non produca reattanza.

Va segnalato un fattore strutturale con evidenze consistenti: l’autonomia economica delle donne è associata a minore esposizione alla violenza e a maggiore capacità di uscirne. È un intervento di prevenzione che non ha la forma di una campagna.

Cosa funziona meno di quanto si creda

Alcune misure molto adottate hanno risultati modesti.

Le campagne informative generiche aumentano la consapevolezza dichiarata senza modificare in modo consistente i comportamenti.

Gli interventi basati sulla paura o su immagini drammatiche mostrano effetti limitati e talvolta controproducenti.

I programmi rivolti agli autori hanno risultati eterogenei: le rassegne indicano effetti sulla recidiva variabili e mediamente contenuti, migliori nei programmi strutturati e integrati con il sistema di protezione. Non vanno presentati come soluzione, né come alternativa alle misure di sicurezza.

E un punto che va detto: la mediazione non è indicata in questi contesti, perché presuppone una parità che non esiste.

Su cosa lavorare con i ragazzi

La prevenzione primaria in età evolutiva ha bersagli identificabili.

  • La distinzione fra emozione e comportamento: provare gelosia o rabbia è ordinario, agirle in forma di controllo è una scelta. È il punto più importante e il più spesso confuso.
  • Il riconoscimento dei comportamenti di controllo come tali, dato che molti sono codificati culturalmente come segni d’amore.
  • Il consenso come processo continuo e revocabile, non come assenza di rifiuto.
  • La gestione del rifiuto: cosa fare quando una relazione finisce o non comincia, che è la situazione in cui si concentrano le condotte persecutorie.
  • E l’esempio degli adulti, che insegna più dei programmi: il modo in cui i conflitti vengono gestiti in casa è il primo modello disponibile.

Domande frequenti

Le campagne di sensibilizzazione funzionano?

Aumentano la consapevolezza dichiarata ma modificano poco i comportamenti. Gli interventi efficaci sono prolungati, ripetuti e lavorano sulle norme del gruppo.

Cos’e l’approccio dello spettatore attivo?

Insegnare a chi assiste come intervenire nelle situazioni intermedie, anziche rivolgersi solo a potenziali autori o vittime. Ha fra le evidenze migliori.

I programmi per gli autori riducono la recidiva?

I risultati sono eterogenei e mediamente contenuti, migliori nei programmi strutturati. Non sostituiscono le misure di protezione.

Cosa insegnare ai ragazzi?

La distinzione fra provare un’emozione e agirla come controllo, il riconoscimento dei comportamenti di controllo, il consenso come processo e la gestione del rifiuto.

La prevenzione primaria e il livello con l’impatto maggiore nel lungo periodo, ed e quello meno praticato. Cio che funziona e prolungato nel tempo, agisce sulle norme percepite nel gruppo, adotta l’approccio dello spettatore attivo e coinvolge i ragazzi come parte della soluzione. Le campagne generiche e i messaggi basati sulla paura funzionano poco. E l’autonomia economica e una misura di prevenzione, anche se non sembra tale.
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