Che cos’è il dialogo interno
Si distingue il discorso interiore, silenzioso, dal parlare a voce alta a sé stessi. Entrambi sono comuni, e il secondo lo è più di quanto si ammetta.
Sull’origine, la spiegazione più accreditata è che il linguaggio nasca come strumento sociale e venga poi interiorizzato: i bambini piccoli commentano ad alta voce ciò che fanno, quel commento si abbrevia e diventa interno, e continua a servire per guidare l’azione. È un’ipotesi classica, ancora sostenuta.
Va precisato che il discorso interiore non è sempre verbale né sempre in forma di frasi: le rilevazioni con metodi di campionamento dell’esperienza mostrano una varietà maggiore di quanto si supponga, e alcune persone ne riportano pochissimo.
Ne segue una cautela: le descrizioni generali del «dialogo interno» come esperienza universale e uniforme non reggono. Le differenze individuali sono grandi.
A cosa serve
Le funzioni identificate sono diverse.
La guida dell’azione: parlare a sé stessi durante un compito complesso migliora la prestazione, in particolare quando il compito è nuovo o richiede di seguire una sequenza.
Il controllo attentivo: pronunciare il nome di ciò che si cerca aiuta a trovarlo, ed è un effetto misurato.
L’autoregolazione emotiva, che è la funzione più studiata.
E la pianificazione, cioè simulare conversazioni e scenari futuri: attività che occupa una quota consistente del pensiero spontaneo.
La scoperta più utile
Riguarda il modo in cui ci si rivolge a sé stessi, e ha un supporto sperimentale consistente.
Parlare a sé stessi in seconda o terza persona (usando il proprio nome anziché «io») si associa a minore reattività emotiva, migliore prestazione sotto pressione e valutazioni più equilibrate delle situazioni difficili.
La spiegazione proposta è che il cambio di persona grammaticale crea una distanza psicologica: si guarda la situazione come se riguardasse qualcun altro, e questo attiva un modo di ragionare meno immerso.
Va segnalato che l’effetto è coerente con un fenomeno noto: siamo mediamente più saggi nel consigliare gli altri che noi stessi. Il cambio di persona sfrutta esattamente questa asimmetria.
È inoltre uno degli interventi più economici in psicologia: non richiede formazione, tempo o strumenti.
Quando invece è un problema
Due distinzioni importanti.
La ruminazione: un dialogo interno ripetitivo, centrato sulle cause dei propri stati negativi e sui propri difetti, che si associa a mantenimento e peggioramento di depressione e ansia. Il criterio che la distingue non è il contenuto negativo ma la sua circolarità: non produce alcuna conclusione né alcuna azione.
Ciò che aiuta contro la ruminazione è ancora la distanza (chiedersi «perché quella persona si sente così» anziché «perché io mi sento così») e l’interruzione tramite attività che occupino l’attenzione.
La seconda distinzione riguarda le voci: udire una voce come proveniente dall’esterno, o non riconoscerla come propria, è un fenomeno diverso dal dialogo interno. Va aggiunto che l’udire voci è più diffuso di quanto si creda anche in persone senza alcuna diagnosi, ma quando è accompagnato da disagio o interferenza richiede una valutazione professionale.
Domande frequenti
Parlare da soli e un segno di disturbo?
No: e un fenomeno comune con funzioni identificate, dalla guida dell’azione al controllo attentivo all’autoregolazione emotiva.
Perche parlarsi in terza persona aiuta?
Perche crea distanza psicologica: si guarda la situazione come se riguardasse un altro, e questo riduce la reattivita emotiva.
Qual e la differenza fra dialogo interno e ruminazione?
La circolarita: la ruminazione ripete senza produrre conclusioni ne azioni, e si associa al mantenimento di depressione e ansia.
Udire voci e la stessa cosa?
No: e un fenomeno distinto. E piu diffuso di quanto si creda anche senza diagnosi, ma se produce disagio o interferenza va valutato.
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