Psicoterapia e Psicoanalisi

L’abitudine e l’assuefazione: il coping ai pensieri intrusivi

Quasi tutti hanno pensieri assurdi, violenti o inaccettabili che compaiono senza essere chiamati. Non sono un segnale che qualcosa non va: quello che fa la differenza è cosa si pensa di quei pensieri. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione clinica. Se i pensieri intrusivi producono sofferenza persistente o rituali che occupano tempo, esistono trattamenti efficaci. […]

Psicolab — L’abitudine e l’assuefazione: il coping ai pensieri intrusivi
Quasi tutti hanno pensieri assurdi, violenti o inaccettabili che compaiono senza essere chiamati. Non sono un segnale che qualcosa non va: quello che fa la differenza è cosa si pensa di quei pensieri.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione clinica. Se i pensieri intrusivi producono sofferenza persistente o rituali che occupano tempo, esistono trattamenti efficaci. Emergenze: 112. Telefono Amico: 02 2327 2327.

Quanto sono comuni

Il dato che ridimensiona l’allarme è forte.

Gli studi condotti su popolazione generale in più paesi indicano che la quasi totalità delle persone sperimenta pensieri intrusivi indesiderati, e che il loro contenuto è sostanzialmente lo stesso di quello riportato da chi ha un disturbo ossessivo-compulsivo.

I temi ricorrenti sono noti: aggressività verso persone care, contenuti sessuali inaccettabili, contaminazione, dubbi su azioni compiute, impulsi a fare qualcosa di pericoloso.

Ne segue il punto centrale: la differenza fra un’esperienza ordinaria e un disturbo non sta nel contenuto dei pensieri. Sta nella loro frequenza, nel disagio che producono, e soprattutto nel significato che vi si attribuisce.

Va detto in modo esplicito perché ha valore rassicurante ed è documentato: avere un pensiero violento non indica alcuna propensione ad agirlo. Chi è tormentato da questi pensieri è, per definizione, chi li trova inaccettabili.

Cosa li trasforma in un problema

I meccanismi sono ben descritti dai modelli cognitivi.

La valutazione del pensiero: interpretarlo come rivelatore di sé, come pericoloso, o come qualcosa di cui si è responsabili. È questo passaggio a produrre l’ansia, non il pensiero.

La fusione fra pensiero e azione: la convinzione che pensare qualcosa equivalga moralmente a farlo, o ne aumenti la probabilità.

La soppressione: tentare di non pensare a qualcosa lo rende più accessibile, con un effetto di ritorno documentato. È la strategia più intuitiva ed è controproducente.

I rituali e le rassicurazioni, mentali o comportamentali: controllare, ripetere, chiedere conferma. Riducono l’ansia sul momento e impediscono di scoprire che non serviva farlo, esattamente come l’evitamento nelle fobie.

E l’evitamento delle situazioni che innescano il pensiero, che restringe progressivamente la vita.

Cosa funziona

Le indicazioni sono precise e nascono da trattamenti con evidenze solide.

Il principio dei trattamenti efficaci per il disturbo ossessivo-compulsivo è l’esposizione con prevenzione della risposta: entrare in contatto con ciò che innesca il pensiero senza mettere in atto il rituale che di solito lo neutralizza. È fra gli interventi meglio sostenuti in psicologia clinica.

Sul piano quotidiano, ciò che aiuta è cambiare il rapporto con il pensiero anziché il pensiero stesso: notarlo come un evento mentale, non discuterlo, non cercare di scacciarlo, e continuare ciò che si stava facendo.

Va segnalato che il termine assuefazione (l’idea che l’ansia si riduca semplicemente restando esposti) è stato in parte superato: le formulazioni più recenti indicano che ciò che conta è la disconferma dell’aspettativa, cioè scoprire che l’esito temuto non si verifica, più della riduzione dell’ansia durante l’esposizione.

E vale il criterio per capire quando chiedere aiuto: se i pensieri occupano una parte consistente della giornata, se producono rituali, o se portano a evitare situazioni. In quei casi non serve resistere meglio: serve un trattamento, e funziona.

Cosa non fare

  • Non tentare di sopprimere il pensiero: lo rafforza.
  • Non discuterlo per dimostrarsi che è infondato: la discussione è essa stessa un rituale mentale.
  • Non chiedere rassicurazioni ripetute, che funzionano come i rituali.
  • Non cercare online conferme sul proprio caso, che è la forma contemporanea della rassicurazione.
  • Non attribuire al contenuto del pensiero un significato su di sé: è il passaggio da cui il problema nasce.

Domande frequenti

Avere pensieri intrusivi e normale?

Si: la quasi totalita delle persone li sperimenta, e il loro contenuto e sostanzialmente lo stesso riportato da chi ha un disturbo.

Un pensiero violento indica che potrei agirlo?

No. Chi e tormentato da questi pensieri e per definizione chi li trova inaccettabili, e il pensiero non indica alcuna propensione ad agire.

Perche non funziona scacciarli?

Perche la soppressione rende il pensiero piu accessibile, con un effetto di ritorno documentato. Anche discuterlo funziona come un rituale.

Quando chiedere aiuto?

Se i pensieri occupano una parte consistente della giornata, producono rituali o portano a evitare situazioni. I trattamenti disponibili sono efficaci.

I pensieri intrusivi sono quasi universali e il loro contenuto non distingue chi ha un disturbo da chi non ce l’ha: contano la valutazione che se ne da e cio che si fa per neutralizzarli. Soppressione, discussione, rituali e rassicurazioni mantengono il problema. Cio che funziona e l’esposizione con prevenzione della risposta, il cui meccanismo e la disconferma dell’aspettativa piu che l’abitudine.
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