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Scuola

Uno sguardo alla classe

Nelle prime pagine di “Tom Sawyer”, Mark Twain commenta un certo modo di guardare i ragazzi:
“L’anziana signora fece scivolare gli occhiali sul naso e guardò al di sopra di essi, poi li sollevò sulla fronte e guardò al di sotto; raramente le capitava di guardare attraverso le lenti una cosa insignificante come un ragazzo”. (Twain, 1987, p.5)
Era quello lo sguardo degli insegnanti di una volta il cui compito principale era quello di tenere la disciplina in classe. Oggi i ragazzi non sono più invisibili, anzi sono costantemente sotto osservazione da parte di equipes di adulti (Illich, 1978) e, nelle scuole che inseguono la qualità totale, sono sorvegliati anche da squadre di coetanei che ne misurano la produttività e la dedizione. Accade però che la classe tutta intera diventi invisibile agli occhi dell’insegnante, così come sembra destinata a scomparire dai progetti educativi.
La classe è una entità gruppale non ben definita, che può essere piccola o molto numerosa, mista o differenziata per genere, dotazione, merito; come entità gruppale, costituisce un sistema ed è immersa in un campo di forze: ogni membro della classe è toccato direttamente o indirettamente da ciò che accade ai compagni. Saper vedere queste forze al lavoro e pensare in termini di sistema non è scontato e può diventare di per sé materia di studio; ad esempio, nei laboratori scientifici per l’infanzia si insegna ai bambini a osservare che cosa accade quando qualcuno mescola dei liquidi in un bicchiere: l’attenzione va posta sul contenuto del bicchiere, ma anche sul recipiente, sul tavolo che lo sostiene e sulla mano che lo mescola. Se chi mescola i liquidi è solo nella stanza, sono queste le variabili da tenere sotto controllo, ma se con lui ci sono i suoi compagni di classe il sistema è più complesso ed entrano in gioco voci, sguardi, relazioni, ricordi. Che cosa accade al miscuglio se qualcuno alza la voce distogliendo l’attenzione del bambino? E se qualcuno ha un’idea e gli altri lo imitano? Un insegnante che deve tenere d’occhio un sistema di questa complessità e di cui anche lui è parte può trovarsi in difficoltà, soprattutto se lavora da solo.
Si comprende allora la tendenza di molte scuole a ridurre le attività pratiche e a distogliere l’attenzione dal gruppo per concentrarsi sui casi singoli, trattando come patologie quei fenomeni per i quali sono già state escogitate diagnosi e cure.
In questo modo però si disperde la ricchezza umana delle relazioni che si stabiliscono nella classe e si rinuncia a comprendere gli eventi più complessi e più interessanti. Il mondo dei ragazzi torna così ad essere percepito dagli stessi insegnanti come un caos in cui si deve mettere ordine con metodi autoritari, così come appariva alla fuggevole occhiata della zia di Tom Sawyer.
Alle origini della difficoltà della scuola a vedere gli allievi nell’ottica del gruppo c’è dunque un limite di attenzione: è difficile essere attenti a se stessi e a molte altre persone lasciando l’attenzione libera e fluttuante per posarsi là dove le cose accadono. Questa difficoltà è accentuata dalle caratteristiche della mente alfabetizzata dell’insegnante, che ha bisogno di concentrarsi, circoscrivere e isolare i suoi oggetti (Ong, 1982).
E’ paradossale chiedere a chi vive a scuola di cimentarsi in attività che forse riescono meglio agli analfabeti, ma anche una mente alfabetizzata ha risorse adatte a fronteggiare una realtà complessa come un gruppo di ragazzi. La vita di un gruppo infatti si può paragonare a un testo, che fluttua al di sopra della pagina su cui è scritto, è pieno di rimandi e annotazioni e può essere letto e riletto secondo procedimenti ermeneutici che coinvolgono direttamente il lettore.
Una delle prime cose che questi procedimenti ermeneutici rivelano è che il gruppo, quando si è costituito come tale, prende le distanze dall’adulto e si dà leggi proprie. La comparsa di queste leggi non scritte è interessante per la scuola proprio perché la mettono in crisi ed esercitano un grande fascino sulla mente alfabetizzata che vi vede l’altro da sé e può rifiutarlo o innamorarsene. L’innamoramento non è una cosa trascurabile in psicologia dell’educazione e non è privo di significato che questo fenomeno del gruppo che si forma, acquista fiducia e sente di voler fare da sé abbia affascinato menti alfabetizzate molto brillanti: oltre a Mark Twain, su cui torneremo, Freud, il giurista Carl Schmitt e Jean Paul Sartre (Neri, 2001): è una fascinazione che ti prende la mano e può portarti a confondere i totalitarismi con la realizzazione di questa fratellanza ideale. Quello che interessa direttamente chi lavora nella scuola però non è tanto l’utopia del gruppo come comunità di fratelli, orfana ma autonoma, quanto la convivenza tra questo sentimento del gruppo e un´istituzione che decisamente la nega.
In ogni biblioteca scolastica ci sono libri che trattano in modo approfondito questi temi, come il già citato “Tom Sawyer”, che termina con un giuramento segreto pronunciato di notte che istituisce la comunità dei fratelli, mentre di giorno i ragazzi accettano la guida di adulti più o meno severi. Più tardi Ferenc Molnar, contemporaneo di Freud e anche lui suddito dell’impero austroungarico, scrive “I ragazzi della via Pal”, dove la convivenza tra istituzione scolastica e gruppo dei pari è tratteggiata a tinte fosche:
“ -Che c’è?
Un gran silenzio seguì queste parole. Un silenzio di tomba
[…]
-Che c’è?, ripetè il professore. Ma i ragazzi erano tutti immobili e tranquilli ai loro posti. Allora l’insegnante volse lo sguardo verso la finestra, dalla quale entravano nell’aula le note dell’organetto, allegre, impertinenti, quasi per dichiarare a tutti che non erano sottoposte a nessun professore. Tuttavia qest’ultimo guardò severamente in direzione del suono e disse:
-Csengey, chiudi la finestra” (Molnar, 1907, p. 22)
A differenza della vecchia zia di Tom Sawyer, il professore di Molnar vede i ragazzi, posa il suo sguardo “mite e buono” (ibidem), su tutta l’aula e lo appunta dove si concentra la loro attenzione, tuttavia non gli interessa stabilire una sintonia con la classe e continua a svolgere il suo lavoro come se esistessero solo il regolamento, il programma e l’orario.
La sensibilità attuale invece suggerisce che seguire un gruppo di ragazzi talvolta significa fare un passo indietro il gruppo manifesta esigenze di autonomia nella esplorazione del mondo e nella ricerca di equilibri al suo interno; questo naturalemente genera conflitti tra i regolamenti scolastici e le figure educative e tra queste e i ragazzi, che non si accontentano di un passo indietro ma vorrebbero perpetuare un vero e proprio parricidio rituale, ma è da questi conflitti che l’esperienza educativa trae l’energia per continuare.

Massimo De Micco

Massimo De Micco

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