Che cos’è la speranza, in termini misurabili
Il modello più usato in psicologia non definisce la speranza come attesa che le cose vadano bene, ma come la combinazione di tre elementi.
Gli obiettivi: qualcosa di sufficientemente definito da poter essere raggiunto o mancato.
Le vie: la capacità di individuare percorsi per arrivarci, e percorsi alternativi quando il primo si blocca.
L’agentività: la convinzione di poter avviare e sostenere il movimento lungo quei percorsi.
Ne segue la distinzione che conta: la speranza così intesa non è ottimismo. L’ottimismo è un’aspettativa generalizzata sugli esiti; la speranza include una rappresentazione del proprio ruolo nel produrli. È per questo che si comporta diversamente sotto pressione.
Va detto che questa misura si associa in modo consistente a minore disperazione e a esiti migliori in contesti di malattia e avversità, con effetti di entità moderata.
Cosa accade sotto una minaccia prolungata
Le reazioni osservate in situazioni di emergenza collettiva sono documentate, e alcune contraddicono il senso comune.
La risposta prevalente non è il panico né il collasso sociale: le rassegne su disastri e crisi mostrano prevalenza di comportamenti cooperativi e mutuo aiuto, e il panico generalizzato è raro.
Ciò che si osserva è piuttosto una contrazione: riduzione del raggio delle relazioni, e priorità al proprio nucleo. È una risposta funzionale a breve termine, che diventa un costo quando la minaccia si prolunga.
Sulla traiettoria individuale, il dato più solido è che la risposta più frequente a un evento avverso è la resilienza, cioè il mantenimento di un funzionamento stabile. È un dato utile perché contraddice l’attesa che l’avversità produca danno nella maggioranza.
Va precisato però l’altro lato: una minoranza consistente sviluppa quadri clinici, e per queste persone il riferimento alla resilienza generale è inutile o dannoso. Le due affermazioni convivono.
Cosa si può fare
Gli interventi con qualche evidenza sono più concreti del termine speranza.
- Ridefinire gli obiettivi su ciò che resta controllabile, quando l’obiettivo originario non lo è più. Il disimpegno da un obiettivo irraggiungibile, se accompagnato dal reinvestimento su un altro, si associa a benessere migliore.
- Scomporre: obiettivi lunghi in passi verificabili, perché l’agentività si sostiene sull’evidenza di essersi mossi.
- Preparare percorsi alternativi in anticipo: è la componente delle vie, ed è quella che rende la speranza robusta agli ostacoli.
- Proteggere il contatto sociale, che è il primo a contrarsi e fra i fattori più solidi di protezione.
- Limitare l’esposizione continua alle notizie sull’emergenza: l’esposizione ripetuta ai media durante eventi collettivi si associa a maggiore disagio.
Un’ultima precisazione che evita un errore diffuso: la speranza non richiede di aspettarsi un esito positivo, né di reinterpretare l’avversità come opportunità. Richiede di individuare qualcosa su cui si può ancora agire, e questo resta possibile anche quando l’esito complessivo non dipende da noi.
Domande frequenti
Che differenza c’e fra speranza e ottimismo?
L’ottimismo e un’aspettativa generalizzata sugli esiti; la speranza include obiettivi, percorsi per raggiungerli e la convinzione di poterli percorrere.
La maggioranza delle persone crolla dopo un evento avverso?
No: la traiettoria piu frequente e la resilienza. Ma una minoranza consistente sviluppa quadri clinici e ha bisogno di sostegno specifico.
Cosa aiuta quando un obiettivo diventa irraggiungibile?
Disimpegnarsi da quell’obiettivo reinvestendo su un altro raggiungibile: e il disimpegno senza reinvestimento a essere associato a esiti peggiori.
Seguire le notizie durante un’emergenza aiuta?
L’esposizione ripetuta ai media durante eventi collettivi si associa a maggiore disagio. Informarsi con frequenza limitata e da fonti affidabili e preferibile.
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