Psicologia Sociale e del Comportamento

Perché il gioco può fare bene al cervello

«Il gioco allena il cervello» è un’affermazione che circola tanto quanto la sua opposta. Entrambe sono troppo semplici: ciò che i dati mostrano riguarda un problema preciso, quello del trasferimento, e la risposta cambia molto a seconda di cosa si spera di ottenere. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione clinica. Le difficolta cognitive persistenti vanno […]

Perché il gioco può fare bene al cervello
«Il gioco allena il cervello» è un’affermazione che circola tanto quanto la sua opposta. Entrambe sono troppo semplici: ciò che i dati mostrano riguarda un problema preciso, quello del trasferimento, e la risposta cambia molto a seconda di cosa si spera di ottenere.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione clinica. Le difficolta cognitive persistenti vanno valutate da un medico o da un neuropsicologo.

Il problema del trasferimento

È la questione centrale di tutta l’area, e senza di essa i risultati non si interpretano.

Allenarsi in un compito produce miglioramenti in quel compito. Nessuno lo mette in dubbio.

La domanda è se il miglioramento si estenda ad attività diverse: il trasferimento vicino (a compiti simili) è documentato con regolarità, mentre il trasferimento lontano (a capacità generali come intelligenza, memoria quotidiana, rendimento) è raro e mal sostenuto.

È il motivo per cui i programmi commerciali di allenamento cognitivo sono stati oggetto di prese di posizione critiche da parte di gruppi di ricercatori: producono miglioramenti negli esercizi proposti, non nella vita quotidiana.

Va aggiunto un problema metodologico ricorrente: molti studi confrontano chi si allena con chi non fa nulla. La differenza osservata include allora l’aspettativa di migliorare, che è essa stessa un fattore. Gli studi con controllo attivo mostrano effetti molto minori.

Cosa risulta sui videogiochi

Distinguendo per tipo di risultato, il quadro è più chiaro.

Sui giochi d’azione esistono osservazioni di migliori prestazioni in compiti percettivi e attentivi: attenzione visiva distribuita, discriminazione di stimoli, tempi di reazione.

Va però riportata la controversia: molti di questi studi confrontano giocatori abituali con non giocatori, il che non consente di stabilire la direzione, chi ha già buone capacità attentive può essere più attratto da quei giochi. Gli studi che assegnano casualmente i partecipanti mostrano effetti più piccoli, e alcune rassegne li ridimensionano ulteriormente.

Un’area con risultati più solidi riguarda le abilità spaziali, dove il trasferimento a compiti diversi da quello allenato è meglio documentato.

E c’è un ambito applicativo interessante: l’associazione fra esperienza videoludica e prestazione in chirurgia laparoscopica, dove il compito reale condivide caratteristiche percettivo-motorie con il gioco. È un buon esempio di trasferimento vicino che ha valore pratico.

Cosa funziona meglio del gioco

Se l’obiettivo è la salute cognitiva, alcune cose hanno evidenze superiori.

L’attività fisica regolare, con effetti documentati sulla funzione cognitiva, in particolare nell’invecchiamento.

Il sonno, la cui privazione produce deterioramento cognitivo misurabile e il cui recupero lo inverte.

L’impegno in attività nuove e complesse, che negli studi su popolazioni anziane mostra risultati migliori rispetto agli esercizi ripetitivi: imparare qualcosa di realmente nuovo funziona meglio che allenare una funzione isolata.

Il contatto sociale, associato a migliori esiti cognitivi nel tempo.

Va segnalata una cornice utile: la riserva cognitiva, cioè l’idea che istruzione, occupazione e attività lungo la vita costruiscano una capacità di compensare il declino. È un concetto sostenuto, e indica che ciò che conta è cumulativo e prolungato, non un esercizio quotidiano di pochi minuti.

Cosa concludere

  • Giocare per piacere è una ragione sufficiente, e non ha bisogno di essere giustificata con benefici cognitivi.
  • Non aspettarsi trasferimenti generali: l’allenamento migliora ciò che allena.
  • Diffidare delle affermazioni sui cambiamenti cerebrali usate come prova di beneficio: mostrare che qualcosa cambia nel cervello non dimostra un miglioramento funzionale.
  • Se l’obiettivo è la salute cognitiva, movimento, sonno, attività nuove e relazioni hanno evidenze migliori.
  • E gli usi documentati del gioco restano quelli specifici: riabilitazione motoria, distrazione dal dolore, alcuni interventi terapeutici mirati.

Domande frequenti

Cos’e il problema del trasferimento?

Allenarsi migliora il compito allenato e quelli simili, ma il trasferimento a capacita generali e raro e mal sostenuto dai dati.

I giochi d’azione migliorano l’attenzione?

Alcune osservazioni lo suggeriscono, ma molti studi confrontano giocatori e non giocatori senza poter stabilire la direzione. Gli studi randomizzati mostrano effetti minori.

I programmi di allenamento cognitivo funzionano?

Producono miglioramenti negli esercizi proposti, non nella vita quotidiana, e sono stati oggetto di critiche esplicite da parte di gruppi di ricercatori.

Cosa fa bene alla salute cognitiva?

Attivita fisica, sonno, impegno in attivita nuove e complesse e contatto sociale hanno evidenze migliori degli esercizi ripetitivi.

Il nodo e il trasferimento: l’allenamento migliora cio che allena e poco altro, e i programmi commerciali di brain training non producono benefici nella vita quotidiana. Sui giochi d’azione le osservazioni su attenzione e percezione sono controverse, mentre le abilita spaziali hanno basi migliori. Per la salute cognitiva contano movimento, sonno, attivita nuove e relazioni. E giocare per piacere non ha bisogno di giustificazioni.
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