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Pulce non c’è

Una bambina di nove anni viene allontanata dalla propria famiglia sulla base di accuse gravissime, poi rivelatesi infondate. Le accuse erano state ricavate da un metodo di comunicazione che la ricerca ha da tempo dimostrato inaffidabile. È la vicenda raccontata in questo romanzo: dalla sorella della bambina. Nota necessaria: la comunicazione facilitata, il metodo al […]

Pulce non c’è
Una bambina di nove anni viene allontanata dalla propria famiglia sulla base di accuse gravissime, poi rivelatesi infondate. Le accuse erano state ricavate da un metodo di comunicazione che la ricerca ha da tempo dimostrato inaffidabile. È la vicenda raccontata in questo romanzo: dalla sorella della bambina.
Nota necessaria: la comunicazione facilitata, il metodo al centro di questa vicenda, è stata ripetutamente esaminata in condizioni controllate e i risultati sono univoci, i messaggi prodotti provengono dal facilitatore, non dalla persona assistita, senza che il facilitatore ne sia consapevole. Le principali associazioni scientifiche ne sconsigliano l’uso, e in diversi paesi il metodo ha prodotto accuse infondate come quella descritta. Esistono invece sistemi di comunicazione aumentativa e alternativa validati, che non prevedono contatto fisico da parte di un operatore. Articolo divulgativo.

Il personaggio

La protagonista, chiamata Pulce, ha nove anni. Beve solo tamarindo, ascolta Bach, fa sculture con il pecorino, va matta per le persone arrabbiate.

È autistica e non parla: con una precisazione che il testo formula in modo esemplare: questo non significa che non abbia niente da dire.

La distinzione è quella fondamentale in tutto il campo: l’assenza di linguaggio verbale non equivale ad assenza di pensiero, di preferenze o di volontà. Confondere le due cose è all’origine di gran parte delle decisioni sbagliate prese sulla testa delle persone autistiche.

La vicenda

Un giorno come tanti, la bambina viene allontanata dalla famiglia senza spiegazioni adeguate.

Il motivo erano presunte molestie sessuali, poi risultate false.

Il romanzo, primo lavoro di Gaia Rayneri, nasce dalla necessità di raccontare quella storia: che è la storia della sua famiglia e di sua sorella.

Come è potuto accadere

Il passaggio decisivo è quello che l’autrice indica nelle interviste: le accuse derivavano dall’interpretazione di frasi attribuite alla bambina attraverso la comunicazione facilitata.

Il metodo prevede che un operatore sostenga fisicamente la mano o il braccio della persona mentre indica lettere su una tavoletta. L’idea è che il sostegno serva solo a stabilizzare il movimento.

Gli esperimenti controllati hanno però mostrato il contrario. Quando alla persona e al facilitatore vengono presentate informazioni diverse (per esempio mostrando a ciascuno un’immagine differente) il messaggio prodotto corrisponde sistematicamente a ciò che ha visto il facilitatore.

Non si tratta di malafede: il fenomeno è analogo a quello dell’effetto ideomotorio, in cui un movimento involontario guida la mano di chi è convinto di limitarsi ad accompagnarla.

Il risultato è che vengono attribuite a una persona affermazioni che non ha prodotto: con conseguenze devastanti quando quelle affermazioni riguardano reati.

Il contesto istituzionale

L’aspetto più impressionante, secondo l’autrice, è che le accuse provenissero da colleghi, psichiatri e assistenti sociali della stessa struttura sanitaria in cui lavoravano i suoi genitori.

Lei parla di una perdita di lucidità collettiva. È una definizione appropriata: quando un metodo produce risultati che confermano un sospetto, e nessuno mette in discussione lo strumento, il sospetto si autoalimenta.

Aggiunge anche un’osservazione tagliente sull’attenzione ricevuta: che certe situazioni si verifichino in contesti già problematici è previsto, mentre quando riguardano famiglie considerate «normali» l’interesse diventa morboso.

La scelta narrativa

Il testo formula con precisione il rischio che una storia simile comporta: raccontare qualcosa che si è vissuto da vicino espone al coinvolgimento eccessivo, alla retorica, alla furia.

La soluzione adottata è uno spostamento del punto di vista: la vicenda viene guardata attraverso gli occhi di una ragazzina piena di fantasie, con una voce comica e un flusso di pensieri eccentrici.

Il risultato, secondo la recensione, è un libro in cui ci si commuove e si ride, senza retorica.

Perché funziona

Vale la pena esplicitare il meccanismo, perché non è ovvio.

Una narrazione che dichiara il proprio dolore chiede al lettore di provarlo, e questa richiesta genera resistenza. Una narrazione che lo lascia intuire, mantenendo un registro leggero, consente al lettore di arrivarci da solo, e ciò a cui si arriva da soli resta.

L’autrice lo dice in altri termini: rivendica il diritto a uno sguardo distorto e a un’emozione distante, e afferma di non aver voluto dipingere la famiglia come eroica ma come una famiglia normale, in bilico tra affetto e nevrosi.

È probabilmente la scelta più intelligente del libro. Rappresentarsi come eroi avrebbe reso la vicenda eccezionale, e quindi rassicurante per chi legge. Rappresentarsi come una famiglia qualunque la rende possibile per chiunque.

Cosa resta

Il libro documenta due cose insieme.

La prima è la condizione di una famiglia che convive con la disabilità di una figlia e che, come dice l’autrice, riteneva di aver già ricevuto la propria dose di difficoltà: per poi trovarsi accusata di un reato.

La seconda, più generale, riguarda cosa accade quando uno strumento non validato entra in un percorso che ha conseguenze legali. La comunicazione facilitata è nata da un’intenzione generosa: dare voce a chi non ne ha. Il suo fallimento non riguarda le intenzioni, ma il fatto che nessuna intenzione sostituisce la verifica.

Domande frequenti

Di cosa parla Pulce non c’è?

Della vicenda di una bambina autistica di nove anni allontanata dalla famiglia per accuse di molestie poi risultate false, raccontata dalla sorella attraverso lo sguardo di una narratrice adolescente.

Cos’è la comunicazione facilitata?

Un metodo in cui un operatore sostiene fisicamente la mano di una persona mentre indica lettere. Gli esperimenti controllati hanno dimostrato che i messaggi provengono dal facilitatore, non dalla persona assistita, senza che questi ne sia consapevole.

Esistono alternative valide?

Sì. I sistemi di comunicazione aumentativa e alternativa validati non prevedono contatto fisico da parte di un operatore, ed evitano quindi il problema che rende inaffidabile la comunicazione facilitata.

Perché la scelta di non rappresentarsi come eroi è significativa?

Perché una famiglia eroica rende la vicenda eccezionale, e quindi rassicurante per chi legge. Una famiglia qualunque, in bilico tra affetto e nevrosi, la rende possibile per chiunque.

Il romanzo racconta l’allontanamento di una bambina autistica dalla propria famiglia sulla base di accuse infondate, ricavate attraverso la comunicazione facilitata: un metodo che gli esperimenti controllati hanno dimostrato produrre messaggi provenienti dal facilitatore, non dalla persona assistita. È il punto che rende la vicenda esemplare: uno strumento nato da un’intenzione generosa, ma mai validato, entrato in un percorso con conseguenze legali. Sul piano narrativo, la scelta più riuscita è lo spostamento del punto di vista su una narratrice adolescente dalla voce comica: una storia che lascia intuire il dolore anziché dichiararlo permette al lettore di arrivarci da solo.
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