Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

Problem Solving per Prevenire il Disagio in Età Evolutiva

Il problem solving è l’insieme dei processi che permettono di analizzare, affrontare e risolvere positivamente le situazioni problematiche, trasformando uno stato indesiderato in uno desiderato. Nel bambino, il modo in cui impara a risolvere i problemi dipende dalla qualità delle informazioni che riceve dall’ambiente. Quando le strategie diventano disfunzionali, nasce il disagio. Questo articolo mostra […]

Psicolab — Problem Solving per Prevenire il Disagio in Età Evolutiva
Il problem solving è l’insieme dei processi che permettono di analizzare, affrontare e risolvere positivamente le situazioni problematiche, trasformando uno stato indesiderato in uno desiderato. Nel bambino, il modo in cui impara a risolvere i problemi dipende dalla qualità delle informazioni che riceve dall’ambiente. Quando le strategie diventano disfunzionali, nasce il disagio. Questo articolo mostra come educatori e insegnanti possano usare il problem solving per prevenire il disagio in età evolutiva, favorendo l’equilibrio tra i due emisferi.

Cos’è davvero il problem solving

Il problem solving è il termine inglese che indica l’insieme dei processi per analizzare, affrontare e risolvere positivamente situazioni problematiche; è un’attività del pensiero che l’individuo mette in atto per raggiungere una condizione desiderata a partire da una condizione data. La ricerca psicologica cerca di stabilire le regole di combinazione e ristrutturazione delle esperienze, in modo da superare la barriera che impedisce di trasformare uno stato iniziale indesiderato in uno stato finale desiderato.

Risolvere un problema è molto diverso dal risolvere un esercizio: gran parte di ciò che viene chiamato problem solving è in realtà applicazione di algoritmi, e non riguarda affatto la soluzione dei problemi. Si può definire il problem solving come l’insieme di strategie cognitive e affettive che, unitamente a fattori motivazionali e mnestici, il cervello mette in atto per raggiungere nuovi equilibri, in un processo dinamico che porta l’individuo a superare i propri limiti conoscitivi ed esperienziali.

Fisiologia e patologia del problem solving

Il bambino, fin dalla nascita, è in grado di sentire e misurare tutte le energie che gli trasmettiamo. Man mano che le informazioni si riversano nel suo cervello, gli danno coscienza dell’ambiente circostante. Le informazioni disarmoniche, non in sintonia con la sua fisiologia, se percepite e memorizzate creano condizionamenti che producono una disconnessione funzionale tra i due emisferi. Qualsiasi chiasso, confusione o squilibrio dell’ambiente familiare si ripercuote sull’armonia del bambino, e i comportamenti apparentemente asociali non sono altro che la difesa continua da ciò che lo disarmonizza.

Le imposizioni, le limitazioni e gli obblighi determinano nell’emisfero sinistro modelli ripetitivi, regole fine a se stesse, bisogni indotti e informazioni caotiche. Le informazioni aperte, invece, lasciano libero l’emisfero destro di elaborare risposte creative e originali, stimolando un comportamento frutto di riflessione, cioè un atto volitivo. Dalla qualità delle informazioni che il bambino riceve dipende la qualità della conoscenza che si realizzerà in lui, e quindi una comprensione dei processi più o meno duttile e adattiva.

Nel relazionarsi con l’ambiente, il bambino può adottare strategie di problem solving creative, che gli permettono di usare pienamente le proprie potenzialità, far tesoro dell’esperienza e mettere in positivo gli errori, oppure strategie disfunzionali per il suo benessere. Queste ultime possono derivare da una risposta automatica condizionata, da uno stato emozionale o dall’imitazione dell’adulto, e sono finalizzate al mantenimento dell’integrità fisica e dell’equilibrio relazionale. Un bambino represso da un sistema educativo altamente coercitivo elabora strategie di evitamento o di aggressione, fino a poter diventare deviante; e da adulto sarà condizionato a vivere il rapporto con gli altri con lo stesso stile difensivo con cui è sfuggito al sistema coercitivo familiare e sociale.

Il problem solving nella prevenzione del disagio

Come intervenire sul bambino che utilizza strategie disfunzionali che gli procurano disagio? È molto importante osservarlo, identificare il problema che sta cercando di risolvere e generare soluzioni per uscirne. L’osservazione dovrebbe condurre a identificare la realtà in modo obiettivo: l’inadeguatezza del comportamento di un bambino, in classe o in famiglia, è spesso il risultato di un’interpretazione soggettiva dell’osservatore, tanto che un comportamento inaccettabile per un insegnante può non esserlo per un altro. È quindi importante che l’educatore verifichi quanto una componente personale abbia influito nella valutazione: quanto il comportamento del bambino dipenda dalle reazioni dell’educatore, dal suo atteggiamento e dalla ridotta capacità di comprensione.

Se a un comportamento problematico (indifferenza, chiusura, ansia, aggressività) rispondiamo con reprimende e punizioni, il sintomo permane senza estinguersi; se invece il rinforzo è positivo (piacere, gratificazione, emozione positiva), il sintomo tende a estinguersi nel tempo. La creatività dell’insegnante nel modificare continuamente i rinforzi positivi permette un recupero più immediato e duraturo. Un bambino problematico non è tale perché malato o incapace, ma ha appreso un dato comportamento come metodo per risolvere i problemi: è fondamentale dimostrargli che con altre strategie i problemi trovano soluzioni adeguate, che gli consentono di essere sereno e di relazionarsi bene con l’ambiente.

Stili cognitivi e preferenza emisferica

È importante osservare anche gli stili cognitivi con cui il bambino risolve i problemi. Gli stili cognitivi non sono abilità, ma modi preferiti di usarle: due bambini con lo stesso livello di abilità possono reagire diversamente ai compiti, ed essere giudicati in modo differente da insegnanti che prediligono un certo modo di affrontare i problemi. Alcuni hanno risposte più adattive, altri più anticonformiste; alcuni intuizioni veloci, altri un’applicazione costante. In virtù della preferenza emisferica, il bambino può usare una modalità di pensiero prevalentemente razionale (preferenza emisferica sinistra) o emozionale (preferenza emisferica destra).

In generale, al bambino con preferenza emisferica sinistra, molto razionale, poco spontaneo e con difficoltà a sperimentare il nuovo, va gratificata l’espressione emozionale, la comprensione degli stati d’animo e il rispetto di idee diverse dalle proprie. Al bambino con preferenza emisferica destra va invece potenziata l’espressione verbale delle emozioni, senza impulsività. Favorendo la funzione carente si raggiunge un equilibrio, il sinergismo interemisferico, che è il fine di ogni intervento di prevenzione del disagio.

L’intervento educativo e l’approccio neuropsicofisiologico

Educare non vuol dire istruire, ma potenziare la corretta funzionalità del cervello con stimoli adeguati alle possibilità di comprensione del bambino e di qualità. Occorre pertanto:

  1. far intravedere sempre una via d’uscita, dando al cervello la possibilità di risolvere il problema;
  2. confermare la stima e la fiducia che, come educatori, riponiamo nel bambino;
  3. dimostrare e confermare continuamente l’autorevolezza dell’educatore, perché le contraddizioni tra ciò che proponiamo e le nostre azioni creano disagio e insicurezza;
  4. stimolare il senso di altruismo, cooperazione e collaborazione, evitando informazioni che inducano la competizione con l’ambiente;
  5. comunicare con un linguaggio semplice, associabile al bagaglio cognitivo ed emozionale del bambino;
  6. fornire informazioni che integrino emozione e razionalità, con componente verbale ed emozionale, per stimolare il sinergismo interemisferico;
  7. stimolare le funzioni dei lobi frontali (volitività, progettazione, autodeterminazione, perseveranza) per agire sui comportamenti automatici stimolo-risposta, favorendo il pensiero originale del bambino.

La creatività, la saggezza e l’altruismo possono verificarsi esclusivamente con una risposta sinergica dei due emisferi. È fondamentale, per insegnanti ed educatori, rilevare il comportamento del bambino con il suo problema e guidarlo gradualmente alla presa di coscienza di sé e dell’ambiente, con un’azione educativa che stimoli le sue potenzialità cerebrali evitando strategie di condizionamento.

Domande frequenti

Che differenza c’è tra risolvere un problema e risolvere un esercizio?

Risolvere un esercizio significa applicare algoritmi noti, mentre risolvere un problema richiede strategie cognitive e affettive per raggiungere nuovi equilibri di fronte a situazioni inedite. Solo il secondo processo è vero problem solving.

Perché un bambino sviluppa strategie “disfunzionali”?

Perché ha appreso, in risposta all’ambiente, comportamenti come l’evitamento o l’aggressione per difendere il proprio equilibrio, spesso di fronte a un sistema educativo coercitivo. Non è malato né incapace: ha imparato un metodo che poi tende a ripetere anche da adulto.

Come dovrebbe reagire l’educatore a un comportamento problematico?

Con rinforzi positivi anziché con punizioni: le reprimende fanno permanere il sintomo, mentre gratificazione ed emozioni positive lo estinguono nel tempo. È utile anche verificare quanto la propria interpretazione soggettiva influisca sulla valutazione del bambino.

Cos’è il “sinergismo interemisferico” e perché è importante?

È l’equilibrio tra emisfero razionale e emisfero emozionale. Favorire la funzione carente in ogni bambino, potenziando l’emozione in chi è troppo razionale e viceversa, è il fine della prevenzione del disagio, perché creatività e saggezza nascono solo da una risposta sinergica.

Il problem solving non è applicare formule, ma imparare a trasformare i problemi in soluzioni. Nel bambino questa capacità dipende dalla qualità delle informazioni e delle relazioni: strategie disfunzionali come evitamento e aggressione nascono da ambienti coercitivi e possono cronicizzarsi. Educatori e insegnanti possono prevenire il disagio osservando senza giudicare, usando rinforzi positivi e favorendo l’equilibrio tra ragione ed emozione, il vero fondamento di creatività e serenità.
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