fbpx

Scuola

Problem Solving per Prevenire il Disagio in Età Evolutiva

Il problem solving è il termine inglese che indica l’insieme dei processi per analizzare, affrontare e risolvere positivamente situazioni problematiche; è un’attività del pensiero che l’individuo mette in atto per raggiungere una condizione desiderata a partire da una condizione data. Attualmente la ricerca psicologica persegue l’obiettivo di stabilire le regole di combinazione e ristrutturazione delle esperienze di un individuo in diversi ambiti, in modo da superare la barriera che impedisce la trasformazione di uno stato iniziale dato e indesiderato in uno stato finale desiderato.
Risolvere un problema è molto diverso dal risolvere un esercizio. Molto di quanto è solitamente chiamato problem solving è in realtà applicazione di algoritmi e non riguarda affatto la soluzione dei problemi.
Si può definire il problem solving come l’insieme di strategie cognitive ed affettive che, unitamente a fattori motivazionali e mnestici, il cervello mette in atto per raggiungere nuovi equilibri in un processo dinamico che porta l’individuo alla liberazione e al superamento dei propri limiti conoscitivi ed esperienziali.
Fisiologia e patologia del problem solving
Il bambino fin dalla nascita è in grado di sentire e misurare tutte le energie che noi gli trasmettiamo. Man mano che le informazioni si riversano all’interno del cervello del bambino lo informano dandogli coscienza dell’ambiente circostante. Tutte le informazioni disarmoniche e quindi non in sintonia con la sua fisiologia se percepite e memorizzate creano condizionamenti che producono una disconnessione funzionale dei due emisferi cerebrali. Qualsiasi chiasso, confusione e squilibrio dell’ambiente familiare si ripercuote inevitabilmente su questa armonia del bambino andandola a disturbare e perturbare. I comportamenti apparentemente asociali non sono altro che la difesa continua e costante da tutto ciò che lo disarmonizza.
Le imposizioni, le limitazioni, gli obblighi, determinano nel cervello del bambino (emisfero sinistro) modelli ripetitivi, regole fine a se stesse, obiettivi e bisogni indotti, codici artificiali, alterazioni e deformazioni di vario genere, informazioni caotiche.
Le informazioni aperte lasciano libero il cervello di elaborare risposte in modo creativo e originale, (emisfero destro) stimolano un comportamento frutto di una riflessione e quindi un atto volitivo.
Dalla qualità delle informazioni che il bambino riceve dall’ambiente che lo circonda dipende la qualità della conoscenza che in lui si realizzerà. Come risultato egli strutturerà una comprensione dei processi più o meno duttile ed adattiva.
Nel rispondere e relazionarsi con l’ambiente il bambino può adottare strategie di problem solving creative che gli consentono di utilizzare pienamente le proprie potenzialità, di far tesoro dell’esperienza, di mettere in positivo gli errori e di progettare le proprie azioni in maniera concreta ed efficace o al contrario può adottare strategie di risoluzione dei problemi che risultano disfunzionali al suo benessere individuale, sociale e relazionale. Queste ultime possono derivare da una risposta automatica, condizionata ad uno stimolo, oppure da una risposta ad uno stato emozionale o anche da una risposta imitativa del comportamento dell’adulto. Tali strategie sono finalizzate al mantenimento dell’integrità fisica e dell’equilibrio relazionale del bambino con l’ambiente. Ad es: un bambino represso da un sistema educativo familiare altamente coercitivo elabora strategie di evitamento o di aggressione fino al punto da poter divenire deviante per la società. Coerentemente quel bambino in futuro sarà condizionato a vivere il suo rapporto con gli altri allo stesso modo, con le stesse strategie, con lo stesso stile difensivo con cui è sfuggito o ha subito il sistema coercitivo familiare e sociale.
Il ruolo del problem solving per la prevenzione del disagio psicologico
Come possiamo intervenire sul bambino che utilizza strategie per risolvere i problemi che risultano disfunzionali per il suo benessere e che gli procurano disagio?
E’ molto importante osservare il bambino, identificare il problema che il bambino sta cercando di risolvere e generare soluzioni per uscire dal problema.
L’osservazione dovrebbe condurre il soggetto ad identificare la realtà obiettivamente ed oggettivamente. L’inadeguatezza del comportamento di un bambino in classe o in famiglia molto spesso può essere il risultato di una interpretazione soggettiva da parte dell’osservatore. Certi comportamenti possono essere inaccetabili per alcuni insegnanti e non è detto che lo stesso comportamento sia inacettabile per un altro insegnante.
Nell’osservazione del comportamento del bambino è importante che l’educatore verifichi se e quanto ha influito una componente personale nella valutazione. Occorre valutare: quanto il comportamento del bambino e’ dipeso da possibili reazioni dell’educatore, dal suo atteggiamento e dalla ridotta capacita’ di comprensione del comportamento del bambino.
Inoltre se ad un comportamento problematico del bambino (indifferenza, chiusura, ansia, aggressività) rispondiamo con reprimende e punizioni, il sintomo permarrà senza estinguersi.
Se il rinforzo al comportamento del bambino è positivo (piacere, gratificazione, emozione positiva) il sintomo nel tempo tenderà ad estinguersi. La creatività dell’insegnante nel modificare continuamente i rinforzi positivi rispetto ai comportamenti disfunzionali del bambino permetterà un recupero più immediato e a lungo termine del disagio.  Un bambino problematico non lo è in quanto malato o incapace, ma ha appreso un dato comportamento come metodo per risolvere i problemi. E’ fondamentale dimostrargli che con altre strategie i problemi trovano delle soluzioni adeguate che gli consentano di essere sereno e relazionarsi con l’ambiente.
E’ importante osservare inoltre gli stili cognitivi che il bambino utilizza per risolvere i problemi. Gli stili cognitivi non sono abilità ma modi preferiti di usare una o più abilità: due bambini con lo stesso (o quasi) livello di abilità possono avere stili diversi di reagire di fronte ai compiti, per cui vengono giudicati in modo diverso da alcuni insegnanti, che a loro volta prediligono un certo modo di affrontare i problemi e utilizzare conoscenze: per esempio alcuni hanno risposte più adattive, altri più anti-conformistiche, alcuni hanno intuizioni veloci, altri un’applicazione costante.
In virtù della preferenza emisferica, il bambino può utilizzare una modalità di pensiero prevalentemente razionale o emozionale ovvero può adottare un metodo razionale per risolvere i problemi di tipo cognitivo astratto e in questo caso si parla di preferenza emisferica sinistra oppure un metodo basato sulla percezione emozionale quindi dove le emozioni hanno la priorità nelle valutazioni e quindi si parlerà di preferenza emisferica destra.
In generale al bambino con preferenza emisferica sinistra, molto razionale, poco spontaneo e sensibile, con difficoltà nella sperimentazione del nuovo,  deve venire gratificata l’espressione emozionale, la comprensione di uno stato d’animo e la considerazione di idee diverse dalle proprie con eguale rispetto. Un bambino con preferenza emisferica destra deve essere potenziato nell’espressione verbale delle proprie emozioni, senza impulsività. Favorendo la funzione carente si raggiunge così un equilibrio (sinergismo interemisferico) che è il fine di qualunque intervento di prevenzione primaria del disagio psicologico o di intervento sul disagio già presente.

L’intervento educativo ed approccio neuropsicofisiologico
Educare non vuol dire istruire ma potenziare la corretta funzionalità del cervello con stimoli adeguati alle possibilità del bambino di comprenderli e di qualità. Occorre pertanto:
1) Far intravedere sempre una via d’uscita, ovvero dare al cervello la possibilità di soluzione del problema.
2) Confermare la stima e la fiducia che come educatori riponiamo nel bambino.
3) Dimostrare e continuamente confermare l’autorevolezza dell’agire dell’educatore (i conflitti, le contraddizioni tra ciò che proponiamo di utile e giusto e le nostre azioni creano disagio ed insicurezza).
4) Stimolare nel bambino il senso di altruismo, di cooperazione e di collaborazione evitando informazioni che inducano la competizione del bambino con l’ambiente.
5) Comunicare con un linguaggio semplice associabile al bagaglio cognitivo ed emozionale del bambino, poiché nel cervello vanno fornite informazioni che nel tempo dovranno produrre ragionamenti utili.
6) Le informazioni da fornire al bambino dovrebbero integrare emozione e razionalità, quindi deve esserci la componente verbale ed emozionale, in modo da stimolare e favorire il sinergismo interemisferico.
La creatività, la saggezza, l’altruismo possono verificarsi esclusivamente con una risposta sinergica.
7) Nei lobi frontali sono localizzate funzioni quali la volitività, progettazione, autodeterminazione e perseveranza. Tali funzioni vanno stimolate al fine di poter agire sui comportamenti automatici, stimolo/risposta (emisfero sinistro). Occorre in pratica stimolare nel bambino il proprio pensiero originale: ovvero procedere da ciò che viene in mente spontaneamente a ciò che il bambino decide sia utile e giusto pensare, da ciò che ha appreso passivamente ad una analisi personale obiettiva.
E’ fondamentale per insegnanti ed educatori rilevare il comportamento del bambino con il suo problema e guidarlo gradualmente alla presa di coscienza di sé e dell’ambiente attraverso un’azione educativa che stimoli le potenzialità cerebrali del bambino evitando strategie di condizionamento.

Enza Palombo

Enza Palombo

Aggiungi commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.