Il caso
Un’infiammazione nota come «gomito del tennista» può amplificarsi fino a rendere impossibile la pratica, costringendo a sospensioni lunghe e talvolta all’abbandono.
Nel caso descritto erano già state tentate diverse strade (mesi di sosta, infiltrazioni, lavoro sulle convinzioni) senza risultati definitivi.
Le indicazioni ricevute erano due: fermarsi a lungo, oppure dedicarsi a uno sport diverso. Entrambe inaccettabili per l’interessato.
La domanda che ha cambiato il quadro
La svolta arriva quando viene riformulata una domanda già posta in precedenza: quale obiettivo vuoi ottenere giocando a tennis?
La risposta, questa volta meno evasiva, è articolata in tre elementi: divertirsi, imparare sempre qualcosa di nuovo, mantenersi in forma.
Segue il rilancio: se trovassi un modo che fa riposare il gomito e permette contemporaneamente tutte e tre le cose, saresti soddisfatto?
La soluzione emerge da lì: continuare a giocare, ma con il braccio sinistro.
Perché ha funzionato
Vale la pena isolare il meccanismo, perché è trasferibile e non dipende dal quadro teorico in cui viene presentato.
L’errore iniziale non riguardava le soluzioni ma la formulazione del problema. Finché l’obiettivo era «tornare a giocare come prima», esistevano solo due esiti possibili: guarire o rinunciare.
Riportando la domanda a cosa quell’attività dovesse fornire (divertimento, apprendimento, forma fisica) lo spazio delle soluzioni si è ampliato, perché nessuno di quei tre obiettivi richiedeva necessariamente il braccio destro.
È la distinzione, nota nella teoria della negoziazione e della soluzione dei problemi, tra posizione e interesse: la posizione è ciò che si chiede, l’interesse è ciò per cui lo si chiede. Una posizione può essere bloccata mentre l’interesse resta soddisfacibile per altre vie.
Sul «potere del subconscio»
Il testo attribuisce il risultato a un dialogo tra parte conscia e inconscia, sostenendo che mentre razionalmente si cerca una soluzione convenzionale, una parte di noi ne ha già individuata un’altra.
Va detto che questa spiegazione non è necessaria per rendere conto di quanto accaduto, e che una più semplice è disponibile.
Quando si è fortemente impegnati in un obiettivo, il campo delle alternative si restringe: si cercano varianti di ciò che si sta già facendo. Una domanda posta dall’esterno, che costringa a esplicitare la finalità anziché il mezzo, riapre quel campo.
Non serve postulare un’istanza inconscia che conosceva già la risposta: basta osservare che nessuno si era chiesto a cosa servisse giocare a tennis.
Cosa resta valido
Il valore del caso non dipende dalla teoria. Restano solide tre osservazioni:
- quando un problema sembra avere solo soluzioni indesiderabili, spesso è la domanda a essere mal posta;
- esplicitare la finalità di un’attività (anziché darla per ovvia) apre alternative non considerate;
- una prospettiva esterna è utile non perché veda di più, ma perché non è impegnata nella soluzione che si sta già cercando.
L’esito
Il risultato riferito va oltre l’obiettivo iniziale: oltre a divertirsi, imparare e restare in forma, il protagonista acquisirà (a gomito guarito) la possibilità di scegliere con quale braccio giocare a seconda dell’avversario.
È l’aspetto più interessante: la soluzione trovata aggirando un vincolo si è rivelata migliore di quella che il vincolo impediva.
Il testo si chiude con una rivelazione: il cliente descritto è l’autore stesso. Il che, oltre a spiegare l’entusiasmo del racconto, suggerisce anche la cautela con cui valutarlo, un caso singolo raccontato da chi ne è protagonista non dimostra l’efficacia di un metodo.
Domande frequenti
Qual è il meccanismo che ha permesso di trovare la soluzione?
La riformulazione della domanda: da «come tornare a giocare come prima» a «cosa deve darmi questa attività». Il primo interrogativo ammetteva solo guarire o rinunciare, il secondo apriva altre vie.
Cosa distingue posizione e interesse?
La posizione è ciò che si chiede, l’interesse è ciò per cui lo si chiede. Una posizione può risultare bloccata mentre l’interesse resta soddisfacibile per strade diverse.
Serve postulare un «potere del subconscio»?
No. Quando si è fortemente impegnati in un obiettivo, il campo delle alternative si restringe a varianti di ciò che si sta già facendo. Una domanda esterna sulla finalità riapre quel campo, senza bisogno di altre spiegazioni.
A cosa serve una prospettiva esterna?
Non a vedere di più, ma a non essere impegnata nella soluzione che si sta già cercando. È questa distanza a rendere possibili domande che dall’interno non ci si pone.