Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Psicotraumatologia e medicina nello studio dell’obesità.

Fra esperienze avverse precoci e obesità esiste un’associazione documentata. Trattarla come una spiegazione del peso di una singola persona, però, è un salto che i dati non consentono, e che produce danno. Articolo divulgativo, non sostituisce il parere medico. Se sono presenti abbuffate, restrizione o forte preoccupazione per il peso, il riferimento è il medico […]

Psicotraumatologia e medicina nello studio dell’obesità.
Fra esperienze avverse precoci e obesità esiste un’associazione documentata. Trattarla come una spiegazione del peso di una singola persona, però, è un salto che i dati non consentono, e che produce danno.
Articolo divulgativo, non sostituisce il parere medico. Se sono presenti abbuffate, restrizione o forte preoccupazione per il peso, il riferimento è il medico di base o un centro per i disturbi alimentari. In caso di crisi: 112.

Cosa dice l’associazione

Gli studi che hanno esaminato le esperienze avverse nell’infanzia (maltrattamento, trascuratezza, gravi disfunzioni familiari) riportano un’associazione con l’obesità in età adulta.

Va precisata la sua entità: l’associazione è reale ma modesta, con aumenti di rischio contenuti. Non descrive una relazione deterministica, e la maggior parte delle persone con esperienze avverse non sviluppa obesità.

Vanno inoltre considerati i limiti metodologici ricorrenti: gran parte di questi studi si basa su ricostruzioni retrospettive, che concordano solo modestamente con la documentazione raccolta all’epoca.

E va nominato il problema della confusione con altre variabili: le esperienze avverse si concentrano in contesti socioeconomici svantaggiati, che sono a loro volta associati all’obesità per ragioni indipendenti, accesso al cibo, ambiente, condizioni abitative.

I meccanismi proposti

Alcuni sono plausibili e in parte documentati, e vale la pena distinguerli.

Lo stress cronico e le sue conseguenze fisiologiche sul metabolismo e sulla regolazione dell’appetito.

Il sonno, frequentemente compromesso in condizioni di stress prolungato e associato ad alterazioni dell’appetito.

Il cibo come strategia di regolazione emotiva, con la cautela che questo costrutto è più fragile di quanto sembri: chi si descrive così non necessariamente mangia di più in condizioni di stress indotto.

E la comparsa di disturbi alimentari, in particolare il disturbo da alimentazione incontrollata, per cui la relazione con esperienze avverse è meglio documentata.

Va segnalato che questi meccanismi convivono con i determinanti principali del peso (genetici, ambientali, socioeconomici) e non li sostituiscono.

Il salto da non fare

È il punto centrale, e riguarda l’uso clinico dell’associazione.

Da un’associazione statistica di popolazione non si può inferire la storia di una singola persona. Presumere che chi ha obesità abbia subito un trauma è un errore logico, e in ambito clinico produce interpretazioni infondate.

Va detto con chiarezza: l’obesità non è un disturbo psichiatrico e non compare fra i disturbi alimentari. È una condizione con determinanti multipli, prevalentemente biologici e ambientali.

E va nominato il rischio maggiore: l’attribuzione psicologica del peso alimenta lo stigma. Lo stigma del peso è associato a minore attività fisica, maggiore alimentazione emotiva, evitamento delle cure e peggiori esiti di salute, indipendentemente dal peso stesso.

Ne segue che una spiegazione psicologica presentata come comprensiva può funzionare, nella pratica, come una nuova forma di attribuzione di responsabilità.

Cosa è utile

La direzione produttiva esiste, ed è più circoscritta.

Riconoscere che una parte delle persone con obesità presenta disturbi alimentari non diagnosticati, che sono trattabili e che le diete restrittive peggiorano.

Trattare le condizioni psicologiche quando sono presenti (depressione, ansia, esiti traumatici) perché sono trattabili di per sé, non come mezzo per modificare il peso.

Intervenire sul sonno, che agisce su appetito e regolazione insieme.

E affrontare lo stigma nei contesti sanitari, che è documentato e che riduce l’accesso alle cure, con effetti su condizioni non correlate al peso.

Il criterio che chiude: chiedere della storia personale è appropriato quando serve a capire e sostenere quella persona, non quando serve a spiegare il suo corpo.

Domande frequenti

Le esperienze avverse precoci causano l’obesita?

L’associazione e reale ma modesta, prevalentemente su dati retrospettivi e confusa con le condizioni socioeconomiche. Non e una relazione deterministica.

L’obesita e un disturbo psicologico?

No: non e un disturbo psichiatrico ne un disturbo alimentare. Ha determinanti multipli, prevalentemente biologici e ambientali.

Si puo dedurre un trauma dal peso di una persona?

No: da un’associazione di popolazione non si inferisce la storia di un individuo. E un errore logico con conseguenze cliniche.

Perche l’attribuzione psicologica e problematica?

Perche alimenta lo stigma, che e associato a minore attivita fisica, evitamento delle cure e peggiori esiti di salute indipendentemente dal peso.

L’associazione fra esperienze avverse precoci e obesita e reale ma modesta, retrospettiva e confusa con le condizioni socioeconomiche. Da essa non si inferisce la storia di una persona, e l’obesita non e un disturbo psicologico. L’attribuzione psicologica del peso, per quanto empatica nelle intenzioni, alimenta lo stigma: che peggiora gli esiti. Cio che e utile e trattare le condizioni presenti perche esistono, non per modificare il peso.
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