Storia, Teorie e Personaggi

Meccanismi Riduttivi Anatomici e Mentali

In natura, spesso “meno” significa “meglio”. Alcuni meccanismi anatomici e fisiologici migliorano l’efficienza di una funzione proprio riducendone o semplificandone altre. Un saggio di anatomia comparata mette a confronto tre di questi “meccanismi riduttivi” e ne cerca un denominatore comune, arrivando a una domanda affascinante: e se anche nella mente umana potenziare certe capacità significasse, […]

Psicolab — Meccanismi Riduttivi Anatomici e Mentali
In natura, spesso “meno” significa “meglio”. Alcuni meccanismi anatomici e fisiologici migliorano l’efficienza di una funzione proprio riducendone o semplificandone altre. Un saggio di anatomia comparata mette a confronto tre di questi “meccanismi riduttivi” e ne cerca un denominatore comune, arrivando a una domanda affascinante: e se anche nella mente umana potenziare certe capacità significasse, in un certo senso, ridurne altre?

L’idea dei “meccanismi riduttivi”

Il principio di fondo è che l’ottimizzazione di una funzione comporta quasi sempre un compromesso. Come ha osservato lo studioso Stuart Kauffman, “le ossa più pesanti sono anche le più resistenti, ma possono rendere difficile un volo agile”: criteri progettuali in conflitto, negli organismi come nei manufatti, obbligano a trovare la migliore serie di compromessi. È da questa prospettiva che si possono leggere tre meccanismi molto diversi tra loro, accomunati però da una stessa logica: guadagnare in efficienza rinunciando a qualcos’altro.

Primo meccanismo: l’arto posteriore del cavallo

Negli equini l’arto posteriore è un capolavoro di specializzazione. Diverse peculiarità anatomiche, tra cui un legamento accessorio coxo-femorale, presente solo negli equini, e la fusione in un unico tendine dei due muscoli estensori delle falangi, ancorano saldamente l’arto e ne potenziano la funzione propulsiva.

Il risultato è duplice: una straordinaria capacità di corsa e la possibilità di sferrare calci potentissimi contro i predatori. Ma c’è un prezzo. Quel legamento, per esempio, impedisce al cavallo di divaricare l’arto: una mucca può dare calci di lato, un cavallo no. In compenso, il calcio dell’equino è molto più potente, e l’animale è molto più veloce nella corsa breve e nelle salite accidentate. Un tratto simile si osserva anche in una razza suina sudamericana, il Casco de Mulo, le cui dita anteriori sono racchiuse in un’unica struttura cornea simile a uno zoccolo: perde flessibilità, ma guadagna efficienza nello scavare in terreni aridi. In entrambi i casi, una riduzione anatomica è la chiave di un potenziamento funzionale.

A questa specializzazione contribuisce anche il sistema extrapiramidale, la rete di strutture cerebrali profonde che regola i movimenti “di accompagnamento” associati a quelli volontari e inibisce i movimenti primitivi superflui, per rendere la locomozione massimamente efficiente. È interessante notare che questo sistema è molto ridotto proprio nei delfini e negli equini, animali velocissimi, mentre è molto esteso nelle scimmie.

Secondo meccanismo: l’ossitocina e la selettività della coscienza

Il secondo esempio è un raffinato riflesso neuro-ormonale, studiato nella mucca in allattamento ma presente in tutti i mammiferi, donna compresa. La discesa del latte è regolata dall’ormone ossitocina: perché venga prodotto, gli stimoli meccanici del capezzolo devono raggiungere la corteccia cerebrale e diventare coscienti. Solo allora partono gli impulsi che, attraverso l’ipotalamo, liberano l’ossitocina e fanno scendere il latte. Se il vitello muore o la mucca non viene munta, lo stimolo viene meno e la produzione si blocca.

Il punto chiave è la selettività: nel momento dell’allattamento, gli stimoli legati alla suzione hanno la preminenza su tutti gli altri (vista, olfatto, udito), che passano in secondo piano. È questa discriminazione a orientare l’intero organismo verso un unico scopo, nutrire il piccolo.

Trasferito alla psicologia umana, il fenomeno tocca un grande dibattito filosofico. Il filosofo Franz Brentano distingueva tre tipi di atti mentali: un oggetto può essere semplicemente presente alla coscienza; può essere affermato o negato; oppure può essere amato o odiato. Quest’ultima dimensione, quella affettiva, appartiene solo alla specie umana, come nella donna che allatta. Sul piano teorico, questo riflesso è stato letto come un sostegno alle teorie “materialistiche” della mente, per cui gli stati mentali si identificano con stati neurofisiologici, e in particolare alla cosiddetta teoria “periferica”, secondo cui l’attività mentale è riconducibile all’azione e al movimento. Non a caso, ricerche più recenti hanno suggerito che l’ossitocina abbia un ruolo diretto su alcune funzioni corticali, condizionando comportamenti come le relazioni tra genitore e figlio, la memoria sociale e la riduzione dell’ansia.

Terzo meccanismo: il corpo calloso e la lateralizzazione

Il terzo esempio riguarda il corpo calloso, il grande fascio di fibre che connette i due emisferi cerebrali. La sua estensione varia enormemente da specie a specie, ed è massima nell’uomo, il mammifero con il cervello più lateralizzato, cioè con funzioni nettamente diverse nei due emisferi.

Al contrario, animali molto veloci come i delfini e gli equini hanno un corpo calloso ridotto e un cervello poco lateralizzato. Nei delfini i due emisferi sono quasi del tutto indipendenti, al punto che si ipotizzano funzioni visuo-spaziali separate per ciascun lobo. Caratteristiche simili si ritrovano in predatori agili e rapidi come i felini e il cane. Emerge così una possibile relazione: minore lateralizzazione e corpo calloso più piccolo si accompagnano a una maggiore efficienza nella corsa e nella velocità.

Anche qui vale la logica del compromesso. Un delfino non ha bisogno di una mente speculativa che indaghi la complessità del reale: gli serve percorrere grandi distanze in acqua ad alta velocità, e queste due esigenze sono in conflitto. Curiosamente, l’estensione cerebrale di per sé non garantisce il “successo”: già nell’Eocene esistevano delfini con encefalo enorme, poi estinti, e persino l’uomo di Neanderthal aveva un volume cerebrale superiore a quello dell’uomo attuale.

Il filo comune: la “densità” della coscienza

Cosa lega questi tre meccanismi? In tutti, un elemento viene ridotto o semplificato per potenziarne un altro. E qui il saggio azzarda un parallelo suggestivo con la mente umana. Meccanismi analoghi, rafforzati nel corso dei millenni, invece di aumentare quella che potremmo chiamare la densità della coscienza, potrebbero in alcuni casi averla ridotta, avvantaggiando altre capacità.

Pensiamo a un campione di motociclismo o di Formula 1. Gli serve una mente sveglissima, capace di cogliere in pochi istanti dettagli sfuggenti, geometrie, ostacoli, e di rispondere con reazioni combinate immediate. Ma non è una mente allenata a risolvere profondi problemi speculativi. Le sue abilità emergono quasi senza l’intervento della volontà e del pensiero complesso: è una forma di apprendimento rapidissimo, vicino all’insight, l’intuizione improvvisa, in cui si colgono al volo rapporti di forma e struttura. In senso metaforico, si potrebbe dire che una minore “connettività” tra gli emisferi favorisca questo tipo di prestazione fulminea, mentre una maggiore densità di coscienza favorisce le capacità speculative e intellettive.

Come sottolinea il neuroscienziato Gerald Edelman, nell’uomo si formano di volta in volta circuiti cerebrali preferenziali che collegano al movimento la memoria e il pensiero primario, e meccanismi simili legano il pensiero all’espressione artistica, integrando sensazione e azione. Ne deriva un’immagine sfumata: esisterebbe una vasta gamma di persone, dalle più orientate all’azione rapida e istintiva alle più portate alla riflessione profonda, con infinite posizioni intermedie.

Due modelli a confronto

Il saggio sintetizza così le due “direzioni” evolutive:

  • Cetacei ed equini: cervello poco lateralizzato, riduzione del controllo corticale sulla percezione visiva, strutture anatomiche degli arti che coadiuvano il sistema extrapiramidale, corpo calloso ridotto. Il risultato sono funzioni semplificate ma un’elevata efficienza cinetica e una grande velocità di corsa.
  • Homo sapiens: cervello altamente lateralizzato, con l’emisfero sinistro dominante, e corpo calloso molto sviluppato. Il risultato è un incremento della “densità” della coscienza e una maggiore capacità di discriminazione e di pensiero. Con la possibilità, in alcuni individui, che questi meccanismi siano meno accentuati a vantaggio di altre doti.

Un esempio estremo, anche se non riferito ai mammiferi, è lo squalo: ha cessato di evolversi milioni di anni fa e possiede un cervello ridottissimo, eppure la sua efficienza di predatore è massima. Un promemoria che, in natura, la complessità non è sempre la strada del successo.

Domande frequenti

Cosa sono i “meccanismi riduttivi”?

Sono adattamenti anatomici, endocrini o cerebrali che potenziano una funzione riducendo o semplificandone altre. Ne sono esempi l’arto specializzato del cavallo, il riflesso ormonale dell’allattamento e la riduzione del corpo calloso negli animali veloci. In tutti vale la logica del compromesso.

Perché il cavallo è così veloce e potente nel calcio?

Grazie a peculiarità anatomiche come il legamento coxo-femorale accessorio e la fusione dei tendini estensori, che potenziano la propulsione e la difesa. Il prezzo è la perdita di alcuni movimenti, come la capacità di divaricare l’arto: meno flessibilità, più potenza e velocità.

Che ruolo ha l’ossitocina nell’allattamento?

È l’ormone che fa scendere il latte, ma viene prodotto solo se lo stimolo del capezzolo raggiunge la corteccia e diventa cosciente. In quel momento, gli stimoli legati all’allattamento hanno la precedenza su tutti gli altri. L’ossitocina influenza anche comportamenti sociali e affettivi.

Cosa c’entra il corpo calloso con la velocità?

Il corpo calloso connette i due emisferi. Negli animali molto veloci, come delfini ed equini, è ridotto e il cervello poco lateralizzato, il che favorisce funzioni semplificate ed efficienti. Nell’uomo è massimo, a sostegno di una maggiore “densità” di coscienza e capacità intellettive.

In natura, potenziare una funzione spesso significa ridurne un’altra: è la logica dei “meccanismi riduttivi”. L’arto specializzato del cavallo guadagna in velocità ciò che perde in flessibilità; il riflesso dell’ossitocina mostra come la coscienza selezioni gli stimoli verso uno scopo; il corpo calloso ridotto degli animali veloci ne semplifica il cervello a vantaggio della locomozione. Da qui una suggestione affascinante sulla mente umana: rafforzare le capacità rapide e istintive potrebbe ridurre la “densità” della coscienza speculativa, e viceversa. In natura, insomma, la complessità non è sempre la via del successo.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *