Due modi di guardare il mondo
La cultura contemporanea sembra ancora segnata da una divaricazione: da un lato le scienze naturali e biologiche, dall’altro le scienze umane. Secondo alcuni questa spaccatura ha radici lontane; per altri si è affermata nell’epoca moderna e si è poi accentuata con l’avvento del pensiero scientista dell’Ottocento.
Un pensiero più attento, però, può trovare proprio nell’esito estremo della scienza l’apertura verso la dimensione antropologica, cioè verso la domanda su chi sia l’essere umano. In altre parole, non è detto che la scienza “chiuda” lo spazio della libertà: portata alle sue conseguenze, può addirittura riaprirlo. È una prospettiva controcorrente, che merita di essere esplorata con cura.
L’evoluzione come processo di conoscenza
Un contributo decisivo è venuto dalla svolta cognitivista dell’evoluzionismo. L’etologo Konrad Lorenz, riprendendo riflessioni maturate negli anni Quaranta, propose una rilettura critica dell’apriorismo del filosofo Immanuel Kant. La sua idea di fondo è che la capacità di ogni organismo di relazionarsi concretamente con altri enti manifesta già una reale capacità di conoscenza: il fatto stesso che gli organismi riescano a interagire con l’ambiente, preservando o modificando le proprie condizioni di esistenza, mostra che colgono alcune proprietà reali delle cose.
Esisterebbero, dunque, forme di conoscenza “iscritte” nella stessa corporeità. Lorenz arrivò a definire la storia del vivente come una “storia naturale della conoscenza”: l’evoluzione non sarebbe un mero effetto meccanico di selezione e mutazioni, ma un processo cognitivo, guidato anche dall’attività di esplorazione e costruzione dell’ambiente che ogni organismo svolge. Un cambio di prospettiva che sottrae l’evoluzione a ogni rigido determinismo.
La “selezione interna” e lo spazio della libertà
Su questa linea si colloca anche Rupert Riedl, con il concetto di “selezione interna”. Secondo Riedl, le variazioni genetiche sarebbero influenzate non solo da agenti esterni, ma soprattutto dalle condizioni interne dell’organismo stesso. La relazione tra l’ambiente interno e il nuovo organismo in formazione rappresenta il primo, fondamentale confronto selettivo che ogni essere vivente affronta.
Questa idea si oppone a due “dogmi”: quello ambientalista, che vede l’organismo come puro prodotto di fattori esterni, e quello genetico, che fa dell’ereditarietà l’unica artefice della storia. Portati alle estreme conseguenze, i dati scientifici non escludono che le variazioni possano dipendere anche dalla libertà del comportamento e da una conoscenza. È un’intuizione che, un secolo prima, aveva già espresso il filosofo Friedrich Nietzsche, quando osservava che il darwinismo tradizionale aveva sopravvalutato l’influsso delle circostanze esterne, trascurando l’enorme potere creativo che agisce “dall’interno” e che sfrutta quelle circostanze.
Natura e cultura si intrecciano
Il quadro si completa con il filosofo della scienza Erhard Oeser, che ipotizza un modello in cui concorrono insieme filogenesi (la dotazione biologica ereditata) e ontogenesi (la formazione individuale e culturale). Il sistema nervoso centrale integra le informazioni geneticamente fissate con le esperienze ambientali, verbali e culturali.
Un punto cruciale: le nostre categorie e modalità percettive appaiono sempre come prodotti socialmente mediati. Dentro ogni interpretazione individuale traspare la “costruzione sociale” del mondo quotidiano. Le condizioni della conoscenza, quindi, non sono solo biologiche, ma anche sociali. Questo non significa che si possa raggiungere una conoscenza “pura”, liberata da ogni mediazione: significa piuttosto che quella mediazione può essere criticata e trasformata, attraverso un’azione concreta volta a liberare il vivere e il conoscere dalle condizioni che li opprimono.
Tenere ferma la dualità
Se sembra dunque possibile una “pace” tra l’interpretazione scientifica ed evoluzionista della conoscenza e quella delle scienze umane, resta importante una raccomandazione: tenere ferma la dualità delle due concezioni del mondo, senza ridurre l’una all’altra. Il filosofo Robert Spaemann lo ha espresso con due annotazioni.
La prima: esistono presupposti biologici per la vita, l’istinto, la coscienza, l’autocoscienza. Ma i presupposti non sono ancora cause: non ci spiegano chi siamo. L’essere se stessi è, in un certo senso, un’emancipazione dai presupposti di formazione. Ogni tentativo di superare la dualità riducendo una concezione all’altra lascerebbe insoddisfatta quella “inglobata”. La seconda: le configurazioni materiali possono essere portatrici di informazioni in codice; ma il fatto che un primo codice ci spieghi la formazione materiale non esclude l’esistenza di un secondo codice, portatore di un messaggio del tutto diverso. È con questo secondo messaggio, secondo il filosofo, che comprendiamo il bello, il buono, il vero, dimensioni che non si lasciano ridurre alla sola funzione di sopravvivenza.
Scienza e libertà, senza confondersi
La conclusione è di grande equilibrio. Questa separazione metodologica non pregiudica l’espressione dell’etica e l’esercizio di una libertà antropologica: anzi, poiché nessuna delle due discipline ingloba l’altra, esse si richiamano a vicenda senza confondersi. Da un lato, la scienza non può confutare l’esistenza della libertà; dall’altro, il pensiero non può prescindere dalla propria base biologica.
È un messaggio prezioso anche sul piano psicologico ed esistenziale: riconoscerci esseri biologici non ci condanna al determinismo, e valorizzare la nostra libertà non significa negare la nostra natura. Le due dimensioni convivono, e la scelta morale nasce proprio in questo spazio di incontro tra ciò che siamo per natura e ciò che possiamo diventare per libertà.
Domande frequenti
La scienza esclude la libertà umana?
No. Secondo le teorie evoluzioniste di orientamento cognitivista, la scienza non può confutare l’esistenza della libertà. Anzi, portata alle sue conseguenze, apre spazio alla dimensione antropologica: i presupposti biologici non sono ancora cause e non spiegano interamente chi siamo.
Cosa significa che l’evoluzione è un “processo di conoscenza”?
Significa, secondo Lorenz, che l’evoluzione non è solo un effetto meccanico di selezione e mutazioni, ma un processo guidato anche dall’attività di esplorazione e costruzione dell’ambiente che ogni organismo svolge. La conoscenza sarebbe in qualche modo iscritta nella corporeità stessa.
Cos’è la “selezione interna” di Riedl?
È l’idea che le variazioni genetiche siano influenzate non solo da fattori esterni, ma soprattutto dalle condizioni interne dell’organismo. Questo apre spazio alla possibilità che le variazioni dipendano anche dal comportamento e dalla conoscenza, oltre i dogmi ambientalista e genetico.
Perché è importante “tenere ferma la dualità”?
Perché ridurre le scienze umane a quelle naturali, o viceversa, lascerebbe insoddisfatta una delle due dimensioni. Tenere distinte scienza e autocoscienza permette di riconoscere la nostra base biologica senza negare la libertà, e di valorizzare la libertà senza ignorare la natura.
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