Psicologia Clinica e Psicopatologia

INDIVIDUI OSTAGGIO DI UN’IDENTITà DI MASSA

Nelle istituzioni chiuse (carceri, alcune strutture residenziali, contesti militari) le persone smettono di poter negoziare chi sono. È il meccanismo che spiega perché comportamenti anomali emergano in persone del tutto ordinarie. Articolo divulgativo di psicologia sociale. Che cos’è un’istituzione totale Il concetto, elaborato nella sociologia della metà del Novecento, indica un luogo in cui un […]

Psicolab — INDIVIDUI OSTAGGIO DI UN’IDENTITà DI MASSA
Nelle istituzioni chiuse (carceri, alcune strutture residenziali, contesti militari) le persone smettono di poter negoziare chi sono. È il meccanismo che spiega perché comportamenti anomali emergano in persone del tutto ordinarie.
Articolo divulgativo di psicologia sociale.

Che cos’è un’istituzione totale

Il concetto, elaborato nella sociologia della metà del Novecento, indica un luogo in cui un numero elevato di persone vive, dorme e lavora nello stesso spazio, sotto un’unica autorità, secondo un programma rigido stabilito dall’alto.

Ciò che lo distingue è la caduta delle barriere che nella vita ordinaria separano gli ambiti: dove si dorme, dove si lavora, con chi si sta. Fuori, quelle barriere consentono di essere persone diverse in contesti diversi; dentro, non esistono.

Ne segue il fenomeno descritto come mortificazione del sé: la sottrazione degli elementi attraverso cui l’identità viene mantenuta e mostrata, gli oggetti personali, l’abbigliamento, il nome, il controllo sul proprio tempo e sul proprio corpo.

E si osserva l’adattamento secondario: le pratiche informali con cui le persone ricavano margini non previsti dal regolamento. È la parte che conta di più, perché mostra che l’identità non viene cancellata ma si riorganizza dove trova spazio.

Il ruolo che non si può negoziare

Nella vita ordinaria un ruolo è in parte modificabile: si può interpretarlo a modo proprio, prenderne le distanze, mostrare che non coincide con sé.

Nelle istituzioni chiuse questo margine si riduce drasticamente. Il ruolo viene assegnato e la sua interpretazione sanzionata, e questo vale per chi è recluso ma anche per chi lavora dentro.

Un elemento poco considerato: gli effetti sul personale sono documentati. La rigidità del ruolo, l’esposizione continua e la struttura gerarchica producono spersonalizzazione anche in chi ha la posizione di potere. Trattare il fenomeno come qualcosa che riguarda solo i reclusi è un errore descrittivo.

Cosa dice la ricerca, con le dovute cautele

Su questo tema circolano ricostruzioni imprecise che vanno corrette.

Gli esperimenti classici sull’assunzione di ruoli in un carcere simulato, molto citati come dimostrazione che il contesto trasformerebbe chiunque, sono stati oggetto di critiche sostanziali: istruzioni esplicite ai partecipanti, selezione del campione, assenza di controllo. Non vanno usati come prova.

Anche gli studi classici sull’obbedienza, pur avendo prodotto risultati reali, sono stati riesaminati: i resoconti degli archivi mostrano una variabilità fra condizioni maggiore di quella riportata, e molti partecipanti resistevano.

Ciò che resta solido è più sfumato e più interessante: le persone non obbediscono passivamente né si trasformano automaticamente. Tendono piuttosto a identificarsi con un gruppo e con la sua missione, e ad agire di conseguenza, un processo attivo, non un annullamento.

Sul versante degli effetti, è invece documentato con solidità il danno dell’isolamento prolungato: ansia, disturbi del sonno, difficoltà cognitive e maggiore rischio di comportamento autolesivo. È su questo che si fondano le raccomandazioni internazionali che ne limitano l’uso.

Cosa riduce il danno

  • Preservare i segni di identità: oggetti personali, nome proprio, spazi privati anche minimi.
  • Restituire margini di scelta reale sulle attività quotidiane, che è la variabile con più effetto sul benessere in contesti a bassa autonomia.
  • Mantenere i legami esterni, che sono fra i predittori più robusti degli esiti dopo l’uscita.
  • Limitare l’isolamento, per il quale il danno è documentato e cumulativo.
  • Curare le condizioni di lavoro del personale, perché la spersonalizzazione di chi lavora dentro si riflette su chi ci vive.

Il criterio generale: l’identità non si mantiene per forza di carattere, ma perché l’ambiente le lascia degli appigli. Dove non ce ne sono, cede in persone qualsiasi, ed è questa la ragione per cui il problema è di progettazione istituzionale, non di individui.

Domande frequenti

Cos’e un’istituzione totale?

Un luogo in cui molte persone vivono, dormono e lavorano nello stesso spazio sotto un’unica autorita, senza le barriere che nella vita ordinaria separano gli ambiti.

Il contesto trasforma chiunque?

Gli esperimenti classici citati a sostegno sono stati fortemente criticati. Cio che resta solido e che le persone si identificano attivamente con un gruppo e la sua missione.

Gli effetti riguardano solo chi e recluso?

No: la rigidita del ruolo e la struttura gerarchica producono spersonalizzazione anche nel personale che lavora dentro.

Cosa riduce il danno?

Preservare segni di identita e legami esterni, restituire margini di scelta reale, limitare l’isolamento e curare le condizioni di lavoro del personale.

Nelle istituzioni chiuse cadono le barriere fra gli ambiti di vita e il ruolo smette di essere negoziabile, con effetti che riguardano anche il personale. Gli esperimenti classici usati per sostenere che il contesto trasforma chiunque sono stati criticati: cio che regge e un processo di identificazione attiva. Resta invece documentato il danno dell’isolamento prolungato. E l’identita si mantiene se l’ambiente lascia appigli.
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