Psicologia Clinica e Psicopatologia

La più bella del reame: i chabot e gli adolescenti

Molti adolescenti parlano quotidianamente con un assistente conversazionale, gli danno un nome, gli raccontano cose che non dicono a nessuno. Prima di allarmarsi conviene capire a quale bisogno risponde, perché è lì che sta sia la spiegazione sia il rischio. Articolo divulgativo. Gli assistenti conversazionali non sono psicoterapia e non vanno usati in situazioni di […]

Psicolab — La più bella del reame: i chabot e gli adolescenti
Molti adolescenti parlano quotidianamente con un assistente conversazionale, gli danno un nome, gli raccontano cose che non dicono a nessuno. Prima di allarmarsi conviene capire a quale bisogno risponde, perché è lì che sta sia la spiegazione sia il rischio.
Articolo divulgativo. Gli assistenti conversazionali non sono psicoterapia e non vanno usati in situazioni di rischio. Se un ragazzo sta male: Telefono Azzurro 19696, Telefono Amico 02 2327 2327, emergenze 112.

A cosa risponde

Le caratteristiche che rendono questi strumenti attraenti in adolescenza sono identificabili.

La disponibilità continua, in una fase in cui il bisogno di parlare non coincide con gli orari degli adulti.

L’assenza di giudizio percepita, che è decisiva in un’età in cui la valutazione dei pari è centrale e il timore dell’imbarazzo elevatissimo.

La possibilità di provare cosa dire: formulare pensieri, testare parole, senza le conseguenze sociali di un errore.

E l’assenza di reciprocità: non bisogna occuparsi di come sta l’altro, il che è riposante e insieme è il limite principale.

Va aggiunta l’osservazione che colloca il fenomeno: si tratta di una tendenza umana ordinaria ad attribuire intenzioni e stati mentali a ciò che risponde. Non è ingenuità adolescenziale, e gli adulti la mostrano quanto i ragazzi.

Cosa dicono i dati, con onestà

Va detto chiaramente: la ricerca su questo è recente e limitata, e le affermazioni forti in entrambe le direzioni non sono sostenute.

Sugli effetti sul benessere adolescenziale non esistono ancora dati longitudinali solidi, e ciò che circola è in gran parte estrapolazione.

Ciò che è documentato riguarda gli ambiti adiacenti: le associazioni fra uso dei social e benessere sono negative ma piccole, e il fattore più solido resta lo spiazzamento di sonno, movimento e relazioni in presenza.

E ciò che è verificato sugli strumenti conversazionali in generale: producono espressione empatica senza esperienza, possono generare informazioni errate presentate con sicurezza, e in alcuni casi valutazioni indipendenti hanno rilevato risposte inadeguate in situazioni di rischio.

I rischi da nominare

Sono specifici e non coincidono con l’allarme generico.

La sostituzione: se il tempo con l’assistente sostituisce quello con i coetanei, viene meno l’esercizio delle competenze relazionali reali, che si acquisiscono solo con la reciprocità e con l’attrito.

La rassicurazione ripetuta: chiedere continuamente conferme funziona come un rituale, dà sollievo breve e mantiene l’ansia.

La conferma senza contraddittorio: un interlocutore che tende ad assecondare non offre ciò che una relazione reale offre, cioè un punto di vista diverso.

Le situazioni di rischio, dove serve un intervento umano immediato e nessuno strumento lo garantisce.

E la privacy: ciò che viene raccontato è un dato, spesso conservato, e questo va detto esplicitamente ai ragazzi.

Cosa fare

  • Non trattare la cosa come ridicola: la reazione di scherno chiude il canale e non modifica il comportamento.
  • Chiedere cosa ne ricava (a quale bisogno risponde) anziché quanto tempo ci passa. La risposta è più informativa e apre la conversazione.
  • Verificare il resto: se le relazioni con i coetanei, il sonno e le attività sono intatti, l’uso è probabilmente ordinario.
  • Spiegare che l’interlocutore non sa nulla di lui, non ricorda necessariamente, e non risponde delle conseguenze.
  • Parlare esplicitamente del fatto che le informazioni fornite possono essere sbagliate, anche quando suonano sicure.
  • E prestare attenzione ai segnali che contano davvero: ritiro dalle attività, cambiamenti di sonno o umore, isolamento crescente. Quelli richiedono un professionista, non una discussione sullo strumento.

Domande frequenti

Perche gli adolescenti si affezionano a un assistente conversazionale?

Per la disponibilita continua, l’assenza di giudizio percepita e la possibilita di provare cosa dire senza conseguenze sociali.

Fa male?

La ricerca e recente e limitata: non esistono dati longitudinali solidi, e le affermazioni forti in entrambe le direzioni non sono sostenute.

Qual e il rischio principale?

La sostituzione delle relazioni reali, dove si esercitano competenze che richiedono reciprocita, e l’uso come rassicurazione ripetuta.

Cosa chiedere a un ragazzo?

Cosa ne ricava e a quale bisogno risponde, piu che quanto tempo ci passa: la risposta e piu informativa e apre la conversazione.

Gli assistenti conversazionali rispondono a bisogni reali degli adolescenti (disponibilita, assenza di giudizio, prova senza conseguenze) e la tendenza ad attribuire loro stati mentali e umana, non ingenuita. I dati sugli effetti sono ancora scarsi e le affermazioni forti non sono sostenute. I rischi da nominare sono sostituzione, rassicurazione, assenza di contraddittorio, situazioni di rischio e privacy. E i segnali che contano sono altri.
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