Psicologia Sociale e del Comportamento

La Psiche dell’Uomo al Volante

Il rapporto tra psiche e automobile è ancora poco esplorato, eppure la nostra auto è uno degli oggetti più coinvolgenti della giornata. Per l’impegno e le energie che vi dedichiamo, la guida fa emergere pulsioni profonde e, spesso, la nostra personalità più autentica. Perché al volante cambiamo carattere? Perché la velocità inebria e il traffico […]

Psicolab — La Psiche dell’Uomo al Volante
Il rapporto tra psiche e automobile è ancora poco esplorato, eppure la nostra auto è uno degli oggetti più coinvolgenti della giornata. Per l’impegno e le energie che vi dedichiamo, la guida fa emergere pulsioni profonde e, spesso, la nostra personalità più autentica. Perché al volante cambiamo carattere? Perché la velocità inebria e il traffico ci rende aggressivi? Ne parliamo esplorando la psicologia dell’automobilista.

Come è cambiata la psicologia dell’automobilista

La psicologia insegue la tecnologia, e viceversa. La psiche umana risente dei fattori culturali e sociali, ma il mondo stesso è la concretizzazione di uno psichismo in continuo mutamento, di cui il progresso tecnologico è uno dei risultati. Dai tempi delle prime utilitarie molto è cambiato: tra gli anni Cinquanta e Settanta comprare l’auto era una grande conquista, e le esigenze erano diverse da quelle odierne. Se un tempo la conquista era possedere l’auto, oggi lo è possedere l’auto più bella, più costosa, più veloce.

Traffico, frustrazione e aggressività

L’aggressività crescente degli automobilisti è un tema sempre attuale, e il traffico gioca un ruolo centrale. La dimensione psicologica che più ne risente è la frustrazione: il vissuto spiacevole che deriva dall’essere impediti nel raggiungere uno scopo. Il traffico cittadino è un esempio perfetto di condizione frustrante: auto ovunque che ci impediscono di muoverci nei tempi e nelle direzioni desiderate. E la frustrazione porta all’aggressività, reazione automatica dell’organismo che ha la funzione di eliminare l’ostacolo alla nostra libertà.

Per alcuni, inoltre, l’auto è vissuta come un’estensione del proprio corpo, quasi un simbolo di potenza: più l’auto è grande, più ci si sente potenti.

Perché al volante cambiamo carattere

Persone abitualmente pacate possono assumere atteggiamenti aggressivi alla guida. Le sensazioni di protezione, inattaccabilità e anonimato che si provano dentro l’abitacolo ricordano quelle di chi si sente al riparo in un mezzo corazzato. Quando questo accade a persone di solito tranquille, viene da chiedersi se lo siano davvero o se stiano semplicemente tenendo a freno i propri istinti, che poi escono allo scoperto nel contesto della guida, usata come valvola di sfogo per non “esplodere”.

La guida diventa così uno dei contesti percepiti come “sicuri”, in cui alcuni si concedono di scaricare le frustrazioni accumulate altrove: lavoro, famiglia, amicizie, sogni irrealizzati. Per questo educarsi a una guida serena equivale a rivedere il proprio sistema di valori e priorità, ponendosi obiettivi più accessibili.

La velocità e la ricerca di sensazioni

La velocità è un’esperienza inebriante essenzialmente perché non appartiene all’essere umano. Ogni organismo è “progettato” per muoversi a una certa velocità; spingersi oltre pone il fisico in uno stato di allerta. Chi ama le alte velocità cerca proprio questa attivazione fisiologica, che dà la sensazione di essere vivi. Gli psicologi hanno studiato questa dinamica sotto il nome di Sensation Seeking, la ricerca di sensazioni: riguarda persone che, senza continue prove ed esperienze adrenaliniche, si sentono quasi morire.

L’auto come strumento di comunicazione

L’auto è sempre più un concentrato di servizi: navigatore, smartphone, sistemi di intrattenimento. Trascorriamo molto tempo al suo interno, e ogni comodità è legittima: attraversare una grande città può richiedere ore, e non è necessario viverle come una penitenza. Il telefono permette di comunicare un ritardo, la musica ci accompagna, il navigatore ci evita di perderci.

I problemi nascono quando si cerca un brano, si programma il navigatore o si scrive un messaggio mentre si guida, soprattutto ad alta velocità. La guida è il risultato della coordinazione di attività complesse in cui l’attenzione ha un ruolo primario: non ci si possono permettere distrazioni. Ben vengano dunque gli accessori, ma da maneggiare con cautela.

Anziani al volante: l’insofferenza e le sue cause

Molti guidatori non tollerano di essere rallentati: se l’auto che precede va più piano di quanto vorrebbero, si spazientiscono. Spesso alla guida di quelle auto c’è una persona anziana, che non può che andare piano, perché con l’età le capacità psicofisiche subiscono un naturale decadimento.

La guida consiste nell’elaborare rapidamente informazioni tattili, visive e acustiche, prendere decisioni in tempi brevissimi e attivare i programmi motori corrispondenti, compresi i riflessi. Con gli anni tutti questi processi rallentano, e il guidatore anziano si sente sovraccaricato dalla quantità di stimoli e compiti da gestire: compensa, del tutto ragionevolmente, riducendo la velocità.

Il peso dei modelli e delle stragi del sabato sera

L’informazione pesa molto, perché funziona da modello. Osservare un film in cui il protagonista sfreccia a zig zag nel traffico restituisce l’immagine di un guidatore abile in cui è facile identificarsi: “se lo fa lui, posso farlo anch’io”. E se poi quel personaggio finisce fuori strada, il dettaglio tende a essere rimosso, perché dissonante rispetto all’immagine interiorizzata.

Sul fenomeno delle “stragi del sabato sera”, le campagne di sensibilizzazione, basate sull’affetto per sé o sulla paura, si preoccupano più del “come” che del “perché”. Ci dicono che una cosa non va fatta per il rischio che comporta, ma non chiedono: perché la fai? È lì il nocciolo del problema. Nessuna campagna potrà mai essere una soluzione esaustiva, perché affronta gli effetti di cause che non può toccare: la manifestazione di un disagio che ha radici altrove, non sul volante. Serve una più ampia riformulazione dei valori. L’incidente stradale è spesso l’esito tragico di un viaggio solitario, in un’epoca segnata dalla svalutazione delle relazioni, dalla crescita dell’individualismo e dalla rincorsa di miti irraggiungibili, surrogati che prendono il posto di valori come la famiglia, l’amicizia vera e la cooperazione.

La psicologia del traffico e la rabbia alla guida

Il comportamento alla guida non è di per sé oggetto della psicologia clinica, che si occupa del disagio patologico, ma di una branca specifica chiamata psicologia del traffico o psicologia viaria, più attenta ai processi, alle motivazioni e alle reazioni che alla patologia. Un’eccezione è la rabbia alla guida: alcuni ricercatori hanno messo a punto questionari capaci di misurare la rabbia manifestata durante la guida, distinguendo chi tende ad arrabbiarsi solo al volante da chi è caratterizzato da una rabbia più pervasiva, presente in ogni momento della giornata. Informazioni utili per pianificare eventuali trattamenti mirati.

Domande frequenti

Perché al volante diventiamo aggressivi?

Perché il traffico genera frustrazione, il vissuto spiacevole di essere impediti nel raggiungere uno scopo, e la frustrazione porta naturalmente all’aggressività. Inoltre l’abitacolo offre sensazioni di protezione e anonimato che possono liberare istinti tenuti a freno altrove.

Perché la velocità dà una sensazione così inebriante?

Perché non appartiene all’essere umano: spingersi oltre la velocità “naturale” pone il corpo in stato di allerta, con un’attivazione fisiologica che dà la sensazione di essere vivi. Gli psicologi la studiano sotto il nome di Sensation Seeking, la ricerca di sensazioni forti.

Perché gli anziani guidano più lentamente?

Perché con l’età rallentano i processi coinvolti nella guida: l’elaborazione degli stimoli, le decisioni rapide, i riflessi. Il guidatore anziano si sente sovraccaricato dalla quantità di informazioni da gestire e compensa, in modo del tutto sensato, riducendo la velocità.

Le campagne contro le stragi del sabato sera funzionano?

Solo in parte. Si concentrano sul “come” (i rischi) più che sul “perché” si assumono certi comportamenti. Affrontano gli effetti, non le cause profonde, che riguardano un disagio con radici lontane dal volante e richiedono una più ampia riformulazione dei valori.

Al volante emerge la nostra personalità più profonda. Il traffico genera frustrazione e quindi aggressività, mentre l’abitacolo, con le sue sensazioni di protezione e anonimato, può far affiorare istinti tenuti a freno altrove: la guida diventa una valvola di sfogo. La velocità inebria perché mette il corpo in allerta, e la ricerca di sensazioni forti caratterizza alcune persone. Anche i modelli mediatici pesano sui comportamenti a rischio. La lezione di fondo è che i comportamenti pericolosi alla guida sono spesso il sintomo di un disagio che nasce lontano dal volante.
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