Autore Pro, Comportamento, Psicoterapia e Psicoanalisi, Relazioni

Amore e non Amore

L’amore è una delle esperienze psichiche più complesse, capace di unire polarità apparentemente inconciliabili: desiderio e rinuncia, libertà e legame, appartenenza e individuazione, autonomia e fusione. Nella prospettiva psicodinamica e relazionale, l’amore non è solo un’emozione, ma un processo evolutivo che riflette la qualità dell’attaccamento, la capacità di differenziazione del Sé e la maturità del contatto interpersonale (Fromm, 1956; Bowlby, 1980).

L’amore come processo relazionale

L’amore autentico nasce nello spazio dell’incontro: è la capacità di percepire l’altro come altro da sé senza ridurlo a oggetto del proprio bisogno, l’altro è e resta un estraneo nel senso fenomenologico-esistenziale della psicoanalisi europea, in cui tale concetto viene magistralmente descritto da Wanderfels (das Fremde), secondo il quale la soggettività non è intesa come entità chiusa, ma come campo di relazione aperto tra ciò che è conosciuto di sé e ciò che rimane ignoto, inconscio, o “altro da sé”. Per Wanderfels, “l’estraneo” non è semplicemente l’altro individuo, ma una parte interna del soggetto stesso: quella zona psichica rimossa, temuta o ancora non integrata, che si manifesta attraverso il sogno, il sintomo, la relazione o l’esperienza estetica. “Non è l’altro che viene da fuori, ma ciò che dentro di noi non riconosciamo come nostro.”

L’estraneo rappresenta il confine, la soglia del contatto: l’incontro con una parte di sé sconosciuta, che chiede di essere riconosciuta senza essere dominata e al tempo stesso è una figura liminale tra il noto e l’ignoto, il familiare e l’inquietante (das Unheimliche, nel senso freudiano). Nell’accezione personologica data da Martin Buber (1923), l’amore vive nella relazione “Io-Tu”, dove entrambi i soggetti mantengono la propria dignità e presenza. Quindi, “L’amore non è un sentimento tra altri sentimenti, ma è la realtà stessa dell’incontro.”

Nelle dinamiche relazionali, che raffigurano l’insieme dei processi psicologici, emotivi e comportamentali che si instaurano tra due o più persone nel corso di una relazione, in cui si attivano idealizzazioni, identificazioni e proiezioni, l’amore può divenire in breve tempo “altro”, può consolidarsi e radicarsi oppure immiserirsi, svilirsi, fino a morire. Molto spesso quello che credevamo fosse amore era invece possesso, potere e controllo. Come e quando ci siamo potuti confondere in questo modo? Le dinamiche relazionali si edificano sia dall’insieme di sensazioni, emozioni e sentimenti costruiti nel tempo, che dalla storia personale, dagli stili di attaccamento, dalle primissime esperienze affettive, dalla cultura di riferimento, dagli stili familiari e dalle modalità di comunicazione acquisite. Tali dinamiche si formano sin dai primi scambi con le figure di accudimento. Il bambino apprende inconsciamente come entrare in contattocome essere vistoquanto può fidarsi e come gestire la distanza o la vicinanza emotiva. Questi schemi diventano modelli interiorizzati che, in età adulta, si riattivano nelle relazioni significative, spesso senza consapevolezza. Le esperienze precoci di accudimento modellano rappresentazioni mentali stabili — i Modelli Operativi Interni (MOI) (Bowlby), che orientano il modo in cui l’individuo percepisce se stesso e gli altri nelle relazioni future.

Fenomenologia dell’esperienza limerente

Il termine limerence fu introdotto da Dorothy Tennov (1979) per designare uno stato psicologico di intenso coinvolgimento affettivo caratterizzato da una forte idealizzazione dell’altro e dal bisogno costante di reciprocità.
La limerenza si colloca in una zona intermedia tra innamoramento e dipendenza affettiva, presentandosi come un’esperienza totalizzante che altera la percezione di sé, dell’altro e della realtà.

L’etimologia implicita del termine rimanda al verbo inglese to glimmer — luccicare, brillare — evocando l’illusione luminosa e irraggiungibile che la persona limerente proietta sull’oggetto amato.

L’esperienza soggettiva della limerenza è dominata da un’oscillazione continua tra euforia e disperazione.
Ogni segnale dell’altro diventa un indice emotivo, capace di determinare l’umore e il senso di valore personale.
Dal punto di vista fenomenologico, la limerenza è una alterazione del campo figura-sfondo (Perls, Hefferline & Goodman, 1951):
l’altro diventa figura assoluta, mentre tutto il resto del mondo — compreso il Sé — scivola sullo sfondo.

Questo processo produce una contrazione della coscienza (Ferrucci, 1990): l’attenzione si riduce alla presenza o assenza dell’altro, e il contatto autentico viene sostituito dalla fantasia relazionale.

Sul piano psicodinamico, la limerenza rappresenta una riattivazione di bisogni arcaici di fusione e di riconoscimento primario.
Il soggetto ricerca nell’altro una funzione specchiante e idealizzante (Kohut, 1971), tentando inconsciamente di colmare una ferita narcisistica precoce o una frattura nel legame di attaccamento.

L’altro viene così investito di un potere simbolico: diventa il rimedio immaginario a un’antica mancanza.
Quando l’altro si sottrae o si mostra imperfetto, il sistema affettivo reagisce con angoscia, rabbia o collasso del Sé, rivelando il nucleo traumatico sottostante.

Secondo la teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969; Hazan & Shaver, 1987), la limerenza si manifesta prevalentemente nei soggetti con stile ansioso o disorganizzato, in cui il desiderio di intimità si intreccia con la paura dell’abbandono.
L’iperattivazione del sistema di attaccamento genera:

  • ipervigilanza verso i segnali relazionali,

  • interpretazioni distorte delle intenzioni altrui,

  • comportamenti di ricerca eccessiva di conferme.

Il soggetto limerente non ama l’altro reale, ma la rappresentazione interna di un legame salvifico, spesso costruita su proiezioni e idealizzazioni.

Gli Stili di Attaccamento

La teoria dell’attaccamento, elaborata da John Bowlby (1969, 1973, 1980) e approfondita da Mary Ainsworth (1978), rappresenta una delle cornici teoriche più solide per comprendere lo sviluppo affettivo, la regolazione emotiva e la qualità delle relazioni interpersonali. Secondo Bowlby, la tendenza a ricercare e mantenere la prossimità con una figura di accudimento è un sistema motivazionale innato, finalizzato alla sopravvivenza e alla sicurezza.

La “Strange Situation” e gli stili di attaccamento nell’infanzia

Mary Ainsworth (1978) identificò quattro principali stili di attaccamento attraverso l’esperimento della Strange Situation, basato sull’osservazione del comportamento del bambino durante la separazione e il ricongiungimento con la madre.
Stile Caratteristiche Rappresentazione interna
Sicuro (B) Il bambino mostra disagio alla separazione, ma si calma facilmente al ritorno della madre e riprende l’esplorazione. “Sono degno d’amore e l’altro è disponibile.”
Insicuro-evitante (A) Minimizza le emozioni, ignora o evita il caregiver al ritorno. “Non devo dipendere dall’altro; mostrarmi vulnerabile è pericoloso.”
Insicuro-ambivalente (C) Eccessiva ansia da separazione, ricerca di contatto ma con rabbia e resistenza. “Non so mai se l’altro ci sarà; devo controllarlo emotivamente.”
Disorganizzato (D) Comportamenti contraddittori, confusi o bloccati; il caregiver è fonte sia di conforto sia di paura. “L’altro è imprevedibile e spaventoso; non esiste una strategia sicura.”

3. L’attaccamento nell’età adulta

Hazan e Shaver (1987) e Bartholomew e Horowitz (1991) estendono la teoria dell’attaccamento al mondo adulto, identificando modelli di attaccamento relazionale che influenzano la coppia, la genitorialità e la relazione terapeutica.
Stile adulto Visione di sé Visione dell’altro Caratteristiche
Sicuro Positiva Positiva Capacità di intimità, autonomia e fiducia reciproca.
Distanziante (evitante) Positiva Negativa Autosufficienza apparente, difficoltà a condividere bisogni e affetti.
Preoccupato (ambivalente) Negativa Positiva Bisogno costante di rassicurazione, paura dell’abbandono.
Disorganizzato / timoroso Negativa Negativa Desiderio di vicinanza e paura della stessa; oscillazioni emotive.
Questi modelli non sono statici: possono modificarsi nel corso della vita attraverso esperienze correttive, relazioni significative e percorsi terapeutici. Ogni relazione è attraversata da due tensioni fondamentali:
    • Il bisogno di fusione e appartenenza, legato alla ricerca di sicurezza e amore.
    • Il bisogno di autonomia e differenziazione, legato alla libertà e all’autorealizzazione.
Il modo in cui una persona regola questo equilibrio definisce il suo stile relazionale. Quando l’equilibrio si rompe, compaiono conflitti, dipendenze, paure di abbandono o di invasione.
Immagine di Roberto Minotti

Roberto Minotti

Psicologo, psicoterapeuta in Gestalt, terapeuta EMDR, Ipnoterapeuta Ericksoniano, formatore Mindfullness, Docente in Gestalt Psicosociale, Psicopatologia e Psicoterapia della Gestalt. Svolge la professione di psicoterapeuta privatamente, è autore di numerosi articoli e negli ultimi anni ha condotto numerosi gruppi esperienziali. Ideatore di due nuovi approcci della psicoterapia contemporanea: la Gestalt Dialogica (2017) e la FeelTherapy (2018).

Aggiungi commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.