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Scuola

La motivazione ad apprendere

La sequenza classica dell’apprendimento prevede un percorso circolare che inizia dall’esperienza la quale rimanda un feed-back che contribuisce a formare o integrare un modello teorico e tutto ciò viene trasferito a future esperienze, fungendo da guida. Ma cos’è che spinge ad apprendere? O forse ci si potrebbe domandare cos’è che ci impone di apprendere dal momento che l’apprendimento, soprattutto da bambini e adolescenti, è considerato quel noioso compito con cui la scuola ci “martella”. Ed è proprio la scuola che attraverso la figura dell’insegnante tende a mettere in primo piano l’obbligo, la prestazione e la valutazione. Questo nel tempo porta in ombra quella che dovrebbe essere l’unica vera molla dell’apprendimento: la motivazione.
Se infatti entriamo nell’ottica che apprendere vuol dire cambiare, passare da uno stato presente ad uno desiderato, allora quello che ci spinge verso un cambiamento, un apprendimento appunto, deve essere un’esperienza significativa. Un individuo è disposto a cambiare una condizione presente (apprendere) solo se pensa di poter raggiungere dei risultati, se dunque è motivato. Inoltre perché tale spinta motivazionale consenta un percorso di apprendimento (che può durare anche anni) è necessario che si mantenga nel tempo. Ma da dove nasce la curiosità ad apprendere e soprattutto come si mantiene a lungo termine? Nel rispondere a queste domande, centrale è sicuramente la figura del formatore, sia questo un docente, un genitore o una qualsiasi “guida”. Lo scopo della formazione è infatti quello di mantenere nel tempo la motivazione, di generare esperienze significative e il formatore è appunto colui che dovrebbe garantire e guidare il processo di cambiamento dallo stato presente a quello desiderato, alimentando continuamente la condizione di risorsa che aumenta le possibilità di apprendimento.
Purtroppo però le buone intenzioni di chi “forma” non sono sempre supportate da azioni altrettanto “buone”. Questo è quello che spesso succede a scuola quando l’alunno viene messo in condizioni di competere per un profitto ideale al quale dovrebbero uniformarsi gli scolari diligenti. In realtà sono proprio le differenze di stile conoscitivo che, se opportunamente riconosciute e gestite, valorizzano l’apprendimento. Le somiglianze servono solo a “fidarsi” all’inizio di un rapporto formativo. E’ evidente che in un’ottica di questo tipo il formatore dovrebbe avere, alla base del suo approccio relazionale con il discente, competenze comunicative ed emotive. Una buona comunicazione è quella che parte dall’ascolto, dall’osservazione e viene “tarata” in itinere in base all’interlocutore (quello che la Programmazione NeuroLinguistica definisce rapport). Alla comunicazione efficace è strettamente legata anche l’intelligenza emotiva ovvero la capacità che consente di utilizzare abilità superiori attraverso la gestione dell’esperienza emozionale. Non tutti però sono in grado di “comunicare col cuore” ma vale la pena di provarci: ne trarrebbero sicuramente vantaggio le dinamiche personali e relazionali.
Se nella scuola si prediligesse un clima di formazione interattiva che sollecitasse effettivamente la motivazione degli alunni, attraverso “tecniche” comunicative, probabilmente verrebbe riscoperto il vero incentivo ad apprendere e diminuirebbero forse i cosiddetti fallimenti scolastici, dovuti principalmente a desiderio di competizione, paura di giudizi e soprattutto alla pericolosa credenza che il voto scolastico esprima in qualche modo il valore personale.

Staff

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