Saper interrogare significa saper attendere, anche tutta una vita. Un’epoca per la quale non è reale se non ciò che va in fretta e si lascia concretamente afferrare considera l’interrogare estraneo alla realtà, qualcosa per cui non torna conto. Ma non è il conto l’essenziale: l’essenziale è il tempo opportuno, ossia il momento giusto e la debita perseveranza. (Martin Heidegger, 1935)
Dal laboratorio alla riflessione
In qualità di membro dei Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva (CEMEA), l’autore ha tenuto un ciclo di tre incontri con una decina di insegnanti elementari di una cittadina vicina a Lucca. Argomento degli incontri era la possibilità di proporre a scuola momenti di riflessione che servano esclusivamente ai bambini e che siano organizzati come laboratorio. La riforma scolastica divide l’attività didattica in “auditorium”, dove gli allievi ascoltano, e “laboratorium”, dove gli allievi, attraverso l’azione, imparano a porsi e a risolvere problemi. La riforma assegna un valore preminente all’ascolto; l’autore e gli insegnanti coinvolti hanno voluto invece dare la precedenza al fare, cercando insieme un “fare filosofico” capace di aiutare i bambini a rispondere in modo attivo a quelle domande di senso che riguardano tanto la psicologia quanto la filosofia. Trattandosi di educazione attiva, non ci si poteva limitare a dire agli insegnanti cosa proporre agli alunni: sono state preparate tre attività da svolgere con gli insegnanti stessi, che potranno poi usarle come base per proposte rivolte ai bambini.
Prima proposta: gli strumenti del pensiero riflessivo
Gli incontri sono stati intitolati “laboratori sul pensiero riflessivo”. Dopo una rapida introduzione, si è cercato di esplorare gli strumenti di cui la nostra cultura si avvale per riflettere e che, in una certa misura, sono alla portata dei bambini: leggere qualcosa sulla lettura, scrivere qualcosa sullo scrivere, parlare sul parlare, ricordare un ricordo, raccontare una storia sulla narrazione. Gli strumenti più adatti sono sembrati anche quelli che la storia della filosofia ha utilizzato più diffusamente, a conferma dell’idea che la psicofilosofia non è divulgazione filosofica, ma filosofia in azione, anche quando chi la pratica è nuovo al contatto con la filosofia.
Quando gli insegnanti si sono misurati in prima persona con queste attività, si sono confrontati i prodotti e si sono evidenziati alcuni elementi comuni sul pensiero e sul pensare, poi integrati dalla lettura di alcuni testi. Il pensiero, qualunque forma assuma, non segue un andamento lineare, ma vie tortuose: si discosta dall’oggetto principale e vi torna arricchito di idee, metafore e immagini che spesso permettono una riflessione più profonda; sul piano didattico occorre quindi mettere gli allievi a proprio agio, perché vivano queste oscillazioni come una risorsa e non come una perdita di tempo. Nella riflessione il ricordo è centrale: riflettere significa interpretare le esperienze passate in una luce nuova, e i ricordi più vivi hanno spesso a che fare con sapori, odori, timbri. Il pensiero riflessivo appare così legato all’esperienza personale e allo scorrere del tempo, e non si arresta: una stessa esperienza può essere rievocata più volte e assumere significati sempre nuovi. Questo pensiero si muove tra un oggetto particolare, un ricordo, una parola, un brano, e la totalità di cui fa parte, una serie di ricordi, un dialogo, un libro: un movimento circolare che prende il nome di circolo ermeneutico. Infine, il pensiero riflessivo si lega alla tranquillità in due modi: da un lato esige serenità, calma e silenzio intorno; dall’altro, chi riflette entra in una dimensione di calma e silenzio anche quando intorno c’è rumore.
Seconda proposta: cosa fa uno specchio?
Affinati gli strumenti, è stata proposta un’indagine più impegnativa: rispondere a una domanda precisa attraverso la narrazione e il confronto di storie. Disposti come attorno a un focolare, si è tirato fuori l’oggetto dell’indagine, lo specchio, metafora e archetipo del pensiero riflessivo. La domanda a cui rispondere in modo indiretto, con le storie, era: “Cosa fa uno specchio?”. Le narrazioni, da Lucida Mansi a Biancaneve, da Narciso alla Regina di Saba fino ad alcuni film horror, mettono in evidenza i rischi legati alla riflessione: il rischio di scostarsi troppo dall’azione, quello di restare intrappolati nella riflessione e, per contro, quello di evocare forze incontrollabili; e la consapevolezza che la riflessione ci mette di fronte a immagini parziali, talvolta ingannevoli, su cui vale comunque la pena di riflettere ancora.
È forse l’aspetto che più interessa la psicologia dell’apprendimento: emergono le paure che spesso ostacolano l’approfondimento di una materia e l’esercizio di certe attitudini. Da anni i pedagogisti parlano dei timori legati alla matematica e ad altre discipline; molto meno si sa sulle inquietudini legate alle materie umanistiche. Se miti e leggende sugli specchi rivelano paure irrazionali e sagge precauzioni nei confronti della filosofia, un lavoro simile potrebbe chiarire anche le insidie della storia, delle lingue e del disegno. La discussione con gli insegnanti metteva però in luce anche il divertimento e il piacere del riflettere insieme attraverso la narrazione, un piacere in gran parte sganciato dai fatti raccontati e connesso piuttosto alla rievocazione di un tempo in cui riunirsi e raccontare era centrale nella vita delle persone.
Proposta conclusiva: riflettere può divertire?
Dopo aver esplorato la narrazione come strumento di chiarificazione del pensiero, è stato proposto un tipo di indagine più coinvolgente sul piano personale, capace di mettere in discussione abitudini, gusti e scelte individuali. Poiché gli insegnanti definivano le proposte precedenti divertenti, restava da chiarire che cosa significhi divertirsi a partire dalla propria esperienza. Ciascuno doveva scrivere su un biglietto la risposta alla domanda “quando mi sono divertito?”. Dal confronto emergono differenze ma anche tratti comuni: ci si diverte quando si fa qualcosa che non impegna troppo il pensiero o che non è fonte di preoccupazioni, che presenta elementi di novità, che si scosta dalla routine; quando non si è costretti o vi sono spazi di libertà; quando l’attività dà piacere; quando c’è una condivisione, immediata o differita; e quando non si deve rendere conto a nessuno, neppure a se stessi.
Quest’ultima affermazione sembra contraddire l’assunto iniziale, secondo cui le attività di riflessione possono essere divertenti: se l’ideale delle pratiche filosofiche è una vita esaminata, bisognerà pure rendere conto a se stessi e agli altri di ciò che la riflessione lascia. La riflessione, dunque, impegna. Ma questo non significa che non possa divertire. Storie come quella di Lucida Mansi illustrano i rischi di un certo tipo di riflessione, l’ossessione di chi persegue l’ideale di una vita specchiata, immune da macchie e da rughe: una riflessione che non è divertente né filosofica, perché l’esigenza di restare fedeli alla propria immagine spinge a rifiutare ciò che la riflessione rivela, come se lo specchio non dovesse riservare sorprese. È invece filosofica la riflessione che, pur impegnandoci a rendere conto di ciò che pensiamo, ci permette di prendere le distanze dall’immagine di noi stessi, di divertirci con dimostrazioni per assurdo e di lasciar affiorare idee che non condividiamo. Resta una domanda: dove trovare, nella scuola, la libertà necessaria al divertimento? La scuola, infatti, non solo può essere vissuta come un obbligo, ma è un obbligo. A questo interrogativo non sono arrivate risposte del tutto soddisfacenti: forse, come nel Carmide di Platone in cui Socrate discute di educazione e saggezza con i giovani di una palestra, la risposta non è ancora arrivata, ma è in cammino.
Domande frequenti
Che cos’è il pensiero riflessivo?
È un modo di pensare che interpreta le esperienze passate in una luce nuova, legato alla memoria e allo scorrere del tempo. Non segue un andamento lineare, ma si muove tra un oggetto particolare e la totalità di cui fa parte, in un movimento circolare chiamato circolo ermeneutico.
Perché lo specchio è una metafora del pensiero riflessivo?
Perché, come lo specchio, la riflessione ci restituisce un’immagine di noi stessi e delle nostre esperienze. Le storie sugli specchi, da Narciso a Lucida Mansi, ne mostrano anche i rischi: restare intrappolati nella riflessione, scostarsi dall’azione o rifiutare ciò che l’immagine rivela.
Cosa distingue “auditorium” e “laboratorium” a scuola?
Nell’auditorium gli allievi ascoltano, nel laboratorium imparano attraverso l’azione a porsi e risolvere problemi. L’esperienza descritta privilegia il fare, proponendo un “fare filosofico” che coinvolge attivamente prima gli insegnanti e poi i bambini.
La riflessione può essere divertente?
Sì, purché non si trasformi nell’ossessione di restare fedeli a un’immagine ideale di sé. È divertente e filosofica la riflessione che permette di prendere le distanze da sé, di giocare con le idee e le dimostrazioni per assurdo, pur impegnandoci a rendere conto di ciò che pensiamo.
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