La Fuga dell´Architetto

La Fuga dell´Architetto

Sì, d’accordo, anche il successo, come il potere, logora. E logora anche chi lo possiede, con buona pace degli statisti. Eri stanco delle Prairie Houses (le case della prateria), ti annoiava forse andartene per prospezioni nei parchi dell’Illinois. Oak Park dopo un po’ stufa. E Buffalo stessa, alla decima visita, non dice più granché. Lo capisco. Come comprendo che vent’anni di matrimonio con Catherine Lee Tobin, e sei marmocchi non lo dimentico, minerebbero nello spirito uomini di forte tempra.

Tutto vero, reale. E lo dici a chiare lettere. “…questa fase assorbente e logorante della mia esperienza si concluse nel 1909. Ero quasi arrivato alla quarantina. Stanco, andavo perdendo la capacità di lavorare e persino l’interesse al mio lavoro. Tutti i santi giorni di tutte le settimane, e fino a tarda ora della notte di quasi ogni giorno, domeniche comprese, avevo accumulato stanchezza su stanchezza…”

Tensioni tue, private, che, sono sicuro, riverberavano anche nella vita professionale. Forse eri anche troppo arrogante e impaziente per i tuoi giovani collaboratori. E quel Charles August Platt… Avevano preferito il suo insulso progetto di una villa in stile italiano, ah l’ironia…, per casa Mc Cormick.

Così sei fuggito. E anche questo va bene. Il desiderio di evadere, di scappare, di piantare baracca e burattini lo provano tutti, o quasi, magari non lo ammettono con la tua lucidità. Però, e c’è spesso un però, perché Fiesole? Perché non le Isole Marchesi? Certo lo aveva già fatto Gauguin meno di vent’anni prima. A leggere Noa-Noa non era andata comunque male al buon Paul. E perché non Veracruz? Il Messico era vicino anche se Frida Kahlo aveva soltanto due anni. E Parigi, cosa non andava in Parigi alla fine della prima decade del secolo scorso? Niente, Fiesole. E rispetto a Richland è sicuramente un bel passo avanti, almeno lì sotto le finestre, con un affaccio giusto, vedi Firenze. Ma, lo stesso, non è la più logica delle decisioni. E quanto ha influito sulla scelta della destinazione Mamah? Sì perché, diciamolo, sei scappato con Mamah Borthwick Cheney e il suffisso Cheney è dovuto ad Edwin, per il quale avevi progettato una piccola prairie house ad Oak Park nemmeno cinque anni prima.

Ma torniamo a Fiesole, scelta curiosa. L’anno precedente avevi incontrato Kuno Francke, visiting lecturer ad Harvard, che, ammirato del tuo lavoro, ti aveva messo in contatto con Ernst Wasmuth, l’editore berlinese di libri d’arte. Forse fu il suo invito a venire in Europa per curare la pubblicazione di un volume sulle tue opere, forse fu il rifiuto di Catherine a concederti il divorzio, forse fu semplicemente la voglia di un cambiamento, fatto sta che, tutto in una notte, prendesti la decisione.

Momenti febbrili all’albeggiare quando cercavi i soldi necessari per il viaggio. E poi il lungo peregrinare mattutino fra i tuoi clienti di Chicago per anticipi, prestiti, promesse. Vendesti anche le stampe giapponesi, gli amati kakemono della tua collezione. Lo racconti: “Risoluto… presi il treno per Chicago. Mi avviai verso l’ignoto per mettere alla prova la mia fede nella libertà”.

Ma i tuoi clienti, viene da chiedere. Anche qui una scelta singolare. Passasti tutto al giovane Von Holst, architetto da poco conosciuto. E lui, con la testa sulle spalle, si comportò in maniera matura rivolgendosi alla tua più stretta collaboratrice, Marion Mahoney, e firmarono da quel momento in poi insieme i progetti.

Dopo Chicago New York, dove ti raggiunse Mamah, forse la prima volta che stavi insieme davvero con lei. E il giorno dopo la nave per l’Europa, destinazione Parigi: in mezzo alla spuma delle eliche fiorivano i pettegolezzi della stampa americana.

Dalla Francia a Berlino, dal tuo editore Wasmuth, per l’edizione tedesca dei tuoi lavori, uscita nel 1910. Successo immediato per il libro e la grande mostra berlinese completamente dedicata alle tue opere. E poi la casa editrice ti chiese delle note di spiegazione per le illustrazioni delle tue fatiche. E questa volta scegliesti per preparare il lavoro, accompagnato sempre dalla signora Cheney, “l’antica Fiesole, più in alto della romantica città delle città, Firenze, in una piccola villa color crema di via Verdi”. Il Villino Belvedere, appunto.

E qui sta il busillis. Fiesole come buen retiro? Forse. Ma lì cercasti anche“riparo accanto a colei che l´impeto della ribellione, oltre all´amore, aveva portato nella mia vita”.

Ma com’era Fiesole nel 1910? Bisogna partire da più lontano. Da quella Fiesole etrusco romana, la cui posizione geografica ne faceva un punto strategico per il controllo delle vie di comunicazione tra l´Etruria centro meridionale a Sud e l´Etruria padana a Nord e un baluardo contro le invasioni dei “barbari”, primi fra tutti i Galli. E nella seconda metà del I secolo a.C. fu trasformata in una tipica città romana. Fra i colli di Fiesole, che da lontano richiamano la forma caratteristica di una falce di luna, venne edificato un teatro con una capacità di tremila posti, un nuovo tempio sopra quello etrusco, un complesso termale (e i resti monumentali dell´area archeologica, tutti visitabili, appartengono soprattutto a questo periodo).

Dopo la caduta dell´impero romano anche Fiesole conobbe l’occupazione dei Longobardi (VI-VII sec. d.C.) testimoniata dal ritrovamento di numerose sepolture e di oggetti. L´importanza della città come piazzaforte militare venne sempre più a diminuire nel tempo a favore di Firenze. Nel secolo XI il vescovo Jacopo il Bavaro fondava la Cattedrale. In quello successivo Firenze si organizza in libero comune, conquista e distrugge Fiesole e costringe il vescovo entro il territorio fiorentino. Proprio allora inizia la decadenza della cittadina, ridotta ad un cumulo di rovine ed usata come cava di materiali per la vicina città dominante. Fiesole, a partire dal Rinascimento, viene scelta per la residenza o la villeggiatura delle famiglie benestanti fiorentine. Le ricche case e ville che tuttora si incontrano sulle pendici della collina ne sono la testimonianza. Dal XIV secolo gli abitanti del capoluogo sono in maggior parte dediti al lavoro di cavatori e scalpellini nelle rinomate cave di pietra serena. Quando Firenze diventa capitale d´Italia (1865-1870) a Fiesole si intraprende un vasto lavoro di ricostruzione e di ampliamento urbano, con nuove residenze signorili e abitazioni popolari e borghesi. La cittadina assume fondamentalmente l´aspetto odierno. Nel 1873 si portano in luce i resti del teatro romano (sotto la direzione del marchese Carlo Strozzi) e si crea la zona archeologica e il Museo Civico (1878). Nel clima della rinascita e della riscoperta del secolo XIX si inseriscono significative presenze culturali straniere, in particolare inglesi. L’episodio più vistoso è la ricostruzione del Castello di Vincigliata ad opera di John Temple Leader.

Ma è dal 1866 che l’ingegnere comunale Michelangiolo Maiorfi cominciò a studiare un “piano regolatore”, approvato nel 1875 dopo una serie di modifiche, venne. Negli anni successivi si cominciarono a realizzare i primi interventi con la costruzione di ville per famiglie borghesi sul versante privilegiato, quello con gli affacci su Firenze, in direzione di Borgunto, e case per operai sul versante opposto. La trasformazione in senso cittadino di Fiesole portò anche alla riorganizzazione della piazza della cattedrale (oggi piazza Mino da Fiesole) che, corredata di panchine e lampioni, si trasformò in area di passeggio e incontro e divenne luogo rappresentativo e di immagine della città, su cui ancora oggi si affacciano il municipio, il museo, la cattedrale e il seminario. Importante fu anche la costruzione della nuova Via Fiesolana (1839-40) che rese la città meta di un turismo borghese italiano e internazionale. Nacque quindi l’esigenza di un servizio pubblico di collegamento con Firenze. La linea, che collegava la piazza San Marco di Firenze con il centro di Fiesole, venne inaugurata il 19 settembre 1890 e fu la prima linea di tram a trazione elettrica realizzata in Italia. Proprio nel 1910, anno in cui Wright vi abitò, il comune di Fiesole assunse l´assetto territoriale che conserva tuttora e gli uffici dell´Amministrazione Comunale vennero trasferiti nel centro cittadino.

Ma cosa facevi con Mamah nel tuo soggiorno fiesolano? Lo dici, anche questo, a chiare lettere: “Passeggiavamo assieme, la mano nella mano, lungo la strada che sale da Firenze all´antica cittadina, circondati lungo tutto il tragitto, alla luce del giorno, dalla vista e dal profumo delle rose. Percorrevamo sotto braccio la stessa antica strada, di notte, ascoltando l´usignolo nelle ombre fitte del bosco illuminato di luna, facendo del nostro meglio per udire il canto nel colmo della vita. Innumerevoli pellegrinaggi compimmo per raggiungere la piccola porta massiccia incassata nel muro compatto imbiancato a calce, e la più grande porta verde che si apriva sull´angusta via Verdi. Entrati, dopo aver chiuso la porta medievale sul mondo esterno, trovavamo il fuoco acceso sulla piccola griglia. Ester, in grembiule bianco, sorridente, impaziente di stupire la signora e il signore con l´incomparabile pranzetto: l´oca arrosto, perfetta, il vino dolce, la crème-caramel... superiori, ricordo, a tutte le oche arrosto, e i vini. Oppure, passeggiavamo nel parco cintato da alte mura, intorno alla villa, nel sole fiorentino, o nel giardinetto accanto alla fontana, nascosta da masse di gialle rose rampicanti. E vi furono lunghe escursioni per i sentieri di quelle dolci colline, più in alto, fra i papaveri che ammantavano i campi, verso Vallombrosa. E laggiù la cascata, che ritrovava, e smarriva la propria voce nei silenzi profondi di quella famosa pineta. Aspirando nel profondo dei polmoni il profumo dei grandi pini... Stanchi, dormivamo nella piccola solitaria locanda delle alture. E poi ancora il ritorno, la mano nella mano, per chilometri nel sole ardente, nella polvere fitta dell´antica serpeggiante strada: un´antica strada italiana, lungo il torrente. Quanto antica! Quanto pienamente romana!”

Forse è per queste ragioni che hai scelto Fiesole.