La scoperta del tabacco in Europa coincide con quella delle Americhe da cui questa pianta proviene, ed in cui, in epoca precolombiana, era già radicato nei costumi, nella cultura e nei riti religiosi di tutte le etnie indigene, dal nord al sud. Gli Aztechi lo fumavano normalmente in pipe decorate o in sigari, mentre i sacerdoti lo masticavano, fino ad entrare in trance. Gli antichi Peruviani ne aspiravano la polvere, a fini rituali e/o medici. Inoltre, alcune tribù sudamericane lo usavano a fini propiziatori, dopo averlo bruciato, come polvere con cui cospargevano i loro campi, in omaggio agli spiriti ed alle divinità affinché consacrassero i loro raccolti. Infine, gli sciamani lo usavano come mezzo per entrare in trance durante i loro riti. Presso le tribù dell’America settentrionale(Navaho, Hopi, Pueblo, Sioux, Indiani delle Praterie) era usato per entrare in rapporto, sotto forma di visione, col mondo extrasensoriale; infatti, il tabacco costituiva, sia per il valore simbolico attribuito al fumo, e sia anche per le sue proprietà eccitanti intrinseche, un mezzo che arrivava a produrre veri e propri stati allucinatori.
Così, quando Colombo sbarcò in America vide degli indigeni che fumavano tabacco, ed il primo europeo moderno che provò ad emularli sembra che fu proprio il suo compagno di viaggi Rodrigo de Jeréz.
Il tabacco fu portato in Europa come souvenir; la pianta venne ritenuta da alcuni studiosi dell´epoca una erba medicinale e dai poteri inebrianti ed euforizzanti, visto che il fumare provocava negli indigeni stati di ebbrezza, stordimento e incoscienza.
Nel 1560 Jean Nicot de Vellemain, ambasciatore di Francia in Portogallo, inviò a Francesco II e Caterina de´ Medici alcuni semi di tabacco, sottolineando le loro capacità curative nel caso di malattie respiratorie ed emicranie. Queste convinzioni furono sostenute con fervore da Nicot, a tal punto che il suo nome fu legato per sempre al tabacco, tant’è che, nel momento della scoperta del suo principio attivo che, isolato nel 1809 dal chimico francese L. Vanquelin, esso fu chiamato nicotina in suo onore.
Tra la fine del ´500 e gli inizi del ´600 l´uso del tabacco si diffuse rapidamente in Spagna, in Francia e poi in tutto il mondo. Mentre francesi e inglesi cominciarono a coltivarlo nelle Antille, in Italia la pianta fu introdotta nel 1561, attraverso un alto prelato, il cardinale Prospero di Santa Croce che coltivò questa nuova pianta addirittura nei giardini vaticani. In Inghilterra arrivò nel 1565, in Germania e in Austria verso il 1570, mentre nel 1580 raggiunse la Turchia e da lì l´Asia e l´Africa. Agli inizi del ´600 l´utilizzo del tabacco aveva ormai assunto proporzioni vastissime: si coltivava ampiamente nel Canada e nella Louisiana, oltre che nelle Antille, e questa attività attirò numerosi coloni in queste zone esattamente come avvenne per il cotone.
L´uso del tabacco divenne quindi un fenomeno di massa a partire dal 1600. Per lo più veniva masticato, ma poi anche frantumato e fumato, avvolto in foglie di tabacco a mo´ di sigaro, oppure nelle pipe. Presto si delinearono forme di assunzione differenti a seconda dello stato sociale: i soldati lo masticavano, gli ufficiali lo fumavano tramite la pipa. Più tardi cominciò ad essere portato alle narici ed annusato, modalità di consumo, questa, piuttosto aristocratica.
Il largo consumo del tabacco su scala mondiale portò però alla nascita di alcune polemiche e alla nascita dei primi aspri oppositori. Uno dei primi feroci nemici della pianta fu il re Giacomo I d´Inghilterra (1566-1625) che denunciò la “deplorevole abitudine, disgustosa per gli occhi, sgradevole per il naso, pericolosa per il cervello, disastrosa per i polmon“. A lui si deve il primo decreto proibizionista contro il fumo che aveva delle motivazioni anche economiche, visto che gli importatori erano spagnoli, suoi acerrimi nemici. Fu varata quindi la prima tassa sul tabacco, molto onerosa. Come sempre accade quando si cerca di imporre un regime proibizionista, nacque immediatamente un mercato clandestino di coltivatori abusivi che non volevano pagare nessuna imposta. Infatti, poco tempo dopo, il governo si trovò costretto ad abbassare la tassa che non pagava praticamente nessuno, per fare sì che i coltivatori non diventassero necessariamente clandestini.
Ma,oltre alle tasse sulla coltivazione, nacquero anche contestazioni di ordine morale e medico contro l´uso voluttuoso di questa sostanza. Alcuni medici cominciarono a considerare il tabacco una pianta dannosa e tutt´altro che curativa. In molti paesi fu proibito fumare per la strada e in pubblico, si fumava nei tabagies, appositi luoghi di “perdizione”.
Così nel 1600 nacquero anche le prime pesanti sanzioni e i primi proibizionismi motivati dai più svariati pretesti; in alcuni paesi i fumatori cominciarono anche ad essere perseguiti con pene corporali.
Nel 1700 la guerra di repressione contro il tabacco ed il tabagismo era persa; le tassazioni sulla coltivazione del tabacco vennero sostituite con la geniale invenzione del monopolio di Stato, un´idea del cardinale Richelieu. In pratica, solo lo Stato aveva il potere di coltivare, commercializzare e distribuire il tabacco; l´operazione si rivelò ben presto una delle più abili invenzioni fiscali della modernità, tant’è che molti Stati adottarono subito questo sistema visti gli smisurati introiti.
Soltanto durante la rivoluzione francese si abolì in Francia il monopolio, prontamente ripristinato da Napoleone subito dopo.
Durante l’epoca illuminista, tuttavia, Diderot e d´Alembert, nellopera monumentale dal titolo “L’Enciclopedia”, si esprimono in modo molto critico rispetto al tabacco; il giudizio che si evince dall´opera è che si tratta di un´erba velenosa, che prosciuga la saliva e danneggia la digestione e che solo l´abitudine fa diventare gradevole. In realtà è una pianta e una sostanza che fa male a denti e polmoni. Le supposte proprietà terapeutiche venivano quindi decisamente negate, nonostante le pratiche di ricavarne decotti, infusi e sciroppi a scopi curativi, all´epoca fossero ancora piuttosto diffuse. Nel 1800 si diffonde ampiamente la consuetudine della sigaretta, pare importata in Europa dall´innovazione di avvolgere i pezzettini di tabacco non più in una foglia di tabacco, ma in un foglietto di carta velina; pare che questa consuetudine sia stata importata, in tempi di guerra, dall´imitazione di soldati turchi o algerini che fumavano in questo modo. La fabbricazione delle sigarette sostituì ben presto le altre modalità di assunzione della sostanza. La preparazione delle sigarette, tuttavia, avveniva manualmente, per cui implicava un certo costo.
Nel 1880 venne brevettata la prima macchina per il confezionamento meccanico, che ovviamente velocizzò notevolmente la produzione delle sigarette.
Un´ultima ondata di proibizionismo del tabacco si è registrata in tempi moderni in alcuni stati USA tra il 1900 e il 1925. Le sigarette vennero in un primo tempo proibite, ma poi vennero introdotte sul mercato delle sigarette più leggere, con il risultato che vennero apprezzate anche dalle donne, precedentemente abbastanza indifferenti a questo vizio. Ancora, il fallimento del proibizionismo avvenne quasi subito. In seguito, infatti, la politica degli USA è stata sempre meno repressiva e sempre più preventiva.
Oggi il consumo di tabacco risulta, in base a dati statistici ufficiali, risulta diminuito in modo sorprendente, grazie alle campagne di prevenzione, alle varie opere di informatizzazione sui suoi danni del fumo, alla recente proibizione del fumo nei luoghi pubblici, ed anche alle pubblicità progresso. Negli ultimi anni, poi, la battaglia contro il fumo, soprattutto grazie alle associazioni dei consumatori, si è spostata sul terreno della lotta alle società multinazionali che le producono, ottenendo per esempio che venga scritto sul pacchetto che nuocciono alla salute.
Fonte : www.Marijana.it/tabacco/sigarette.htm.