Psicologia Clinica e Psicopatologia

Approccio Olistico e le sue Funzioni

Considerare la persona nella sua interezza anziché la sola malattia è un principio che la medicina contemporanea ha fatto proprio. Sotto la stessa parola, però, convivono un’impostazione clinica seria e un insieme di pratiche senza verifica. Articolo divulgativo, non sostituisce il parere medico. Nessuna terapia va sostituita o rinviata sulla base di un testo informativo. […]

Psicolab — Approccio Olistico e le sue Funzioni
Considerare la persona nella sua interezza anziché la sola malattia è un principio che la medicina contemporanea ha fatto proprio. Sotto la stessa parola, però, convivono un’impostazione clinica seria e un insieme di pratiche senza verifica.
Articolo divulgativo, non sostituisce il parere medico. Nessuna terapia va sostituita o rinviata sulla base di un testo informativo. In caso di sintomi persistenti il riferimento è il medico.

Il principio, e la sua versione clinica

L’idea che salute e malattia dipendano da fattori biologici, psicologici e sociali che si influenzano a vicenda è oggi il modello di riferimento della medicina, non un’alternativa a essa.

Ha prodotto sviluppi concreti: la decisione condivisa con il paziente, l’attenzione alla qualità della vita e non solo ai parametri, le cure palliative, la medicina centrata sulla persona.

Sono ambiti con evidenze: la qualità della comunicazione clinica è associata a maggiore aderenza e migliori esiti, e il coinvolgimento delle preferenze del paziente nelle decisioni migliora conoscenza e riduce il conflitto decisionale.

Va detto anche il limite riconosciuto del modello: nella pratica viene spesso usato come formula generica («conta tutto») senza specificare quali fattori pesino, con quale forza e in quale relazione. È una critica interna al modello, non un attacco a esso.

Dove nasce la confusione

Il termine «olistico» viene usato per indicare due cose molto diverse.

La prima è l’impostazione appena descritta, che affianca la diagnosi e la terapia ordinarie considerando la persona nel suo insieme.

La seconda è un insieme di pratiche (proposte come alternative) che condividono una promessa: curare la causa profonda anziché il sintomo, e trattare la persona anziché la malattia.

Va detto cosa distingue le due: la prima si sottopone a verifica, la seconda spesso no. E l’affermazione di trattare le cause anziché i sintomi è retoricamente efficace ma tecnicamente vuota se non specifica quali cause, individuate come, e con quali prove di efficacia.

Cosa dicono le evidenze sulle pratiche complementari

Il quadro è differenziato, e vale la pena riportarlo per ambiti.

L’agopuntura ha evidenze discusse: le revisioni indicano effetti su alcune forme di dolore, con la complicazione che il confronto con l’agopuntura simulata mostra spesso differenze piccole, il che suggerisce un contributo rilevante dell’aspettativa.

L’omeopatia è il caso più definito: le revisioni sistematiche concludono che gli effetti non sono distinguibili dal placebo, e diverse autorità sanitarie nazionali hanno formulato posizioni esplicite in questo senso.

Le pratiche mente-corpo come mindfulness e yoga hanno evidenze reali su ansia, umore e dolore, di entità da piccola a moderata.

Gli integratori hanno situazioni molto diverse fra loro, e la percezione che siano innocui perché naturali non corrisponde alla realtà: possono interagire con farmaci.

Il rischio da conoscere

Non riguarda tanto l’inefficacia quanto la sostituzione.

Le pratiche non verificate diventano pericolose quando ritardano o sostituiscono trattamenti efficaci. È documentato che il ricorso a terapie alternative in luogo di quelle convenzionali per patologie gravi è associato a esiti peggiori.

Va aggiunto il costo economico, che ricade su persone spesso in condizione di vulnerabilità.

Il criterio pratico che distingue una proposta seria da una problematica: chi la propone chiede di interrompere le terapie in corso, o si offre di affiancarle? Sconsiglia di parlarne al medico, o incoraggia a farlo? Riconosce i limiti del proprio ambito, o afferma di poter trattare qualunque condizione?

E vale il principio che chiude: considerare la persona nella sua interezza è un buon principio clinico, e non richiede di rinunciare alla verifica. Le due cose sono compatibili, anzi, la seconda è ciò che rende la prima affidabile.

Domande frequenti

L’approccio olistico e alternativo alla medicina?

Nella sua versione clinica no: considerare fattori biologici, psicologici e sociali e il modello di riferimento della medicina contemporanea, non un’alternativa.

Cosa significa curare le cause anziche i sintomi?

E un’affermazione retoricamente efficace ma vuota se non specifica quali cause, individuate come e con quali prove di efficacia.

Le pratiche complementari funzionano?

Dipende: alcune hanno evidenze reali su ansia e dolore, altre non risultano distinguibili dal placebo. Il quadro va valutato per singola pratica e indicazione.

Qual e il rischio principale?

La sostituzione: usare pratiche non verificate al posto di trattamenti efficaci per patologie gravi e associato a esiti peggiori.

Considerare la persona nella sua interezza e il modello di riferimento della medicina, non un’alternativa: ha prodotto decisione condivisa, attenzione alla qualita di vita e cure palliative. La confusione nasce quando la stessa parola copre pratiche che non si sottopongono a verifica, e la promessa di curare le cause e vuota senza specificare quali. Il rischio non e l’inefficacia ma la sostituzione. E il criterio e semplice: affianca le terapie o chiede di interromperle?
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