Il criterio che conta
Prima dell’elenco dei segnali serve il criterio, perché senza di esso ogni elenco produce falsi allarmi.
Ciò che distingue una difficoltà ordinaria da un quadro che merita attenzione non è il contenuto dell’esperienza (tristezza, ansia, insonnia, pensieri intrusivi sono comuni a quasi tutti) ma tre dimensioni.
La durata: settimane, non giorni.
La pervasività: riguarda più aree della vita, non una sola situazione.
E soprattutto la compromissione del funzionamento: lavoro, studio, relazioni, cura di sé. È il criterio decisivo, ed è quello che i manuali diagnostici richiedono.
Ne segue un’indicazione che vale in entrambe le direzioni: provare un’emozione intensa non è un sintomo, e allo stesso tempo l’assenza di crisi evidenti non esclude un problema.
I segnali da non sottovalutare
Alcuni cambiamenti sono più informativi di altri, e riguardano il funzionamento di base.
Il sonno: alterazioni persistenti, in eccesso o in difetto, sono fra i segnali precoci più frequenti e trasversali.
La perdita di interesse per ciò che prima dava piacere, che è più informativa della tristezza espressa.
Il ritiro progressivo dalle attività e dalle persone.
Il calo del funzionamento in ambiti prima gestiti senza difficoltà.
L’aumento del consumo di alcol o di altre sostanze, che è spesso un tentativo di gestire uno stato e non il problema primario.
E i sintomi fisici ricorrenti senza causa identificata: sono una modalità di presentazione frequente, in particolare in chi non dispone di un lessico emotivo o teme lo stigma.
Come si presenta diversamente
È l’elemento che spiega la maggior parte dei mancati riconoscimenti.
Negli uomini, il disagio si presenta più spesso come irritabilità, aumento del consumo di alcol, iperattività lavorativa o comportamenti rischiosi, anziché come tristezza dichiarata.
Negli adolescenti, come irritabilità, ritiro e calo del rendimento più che come umore depresso esplicito.
Negli anziani, con prevalenza di sintomi fisici e di lamentele somatiche, e con il rischio che tutto venga attribuito all’età. La depressione in età avanzata non è una conseguenza normale dell’invecchiamento, ed è trattabile.
Nel periodo perinatale, in entrambi i genitori, con presentazioni che nei padri assumono spesso la forma dell’irritabilità e del ritiro.
Cosa fare
- Chiedere direttamente, se si è preoccupati per qualcuno: nominare la cosa non la peggiora. E sul rischio suicidario vale un dato importante: chiedere esplicitamente non induce il pensiero e non aumenta il rischio.
- Ascoltare senza correggere e senza offrire subito soluzioni: la validazione precede l’aiuto pratico.
- Non minimizzare né drammatizzare: entrambe chiudono la conversazione.
- Proporre un passo concreto (il medico di base, i servizi territoriali, uno psicologo) e offrirsi di accompagnare, perché il primo contatto è l’ostacolo più frequente.
- Non attendere che la situazione peggiori: il ritardo è la variabile su cui si può incidere di più.
- E in presenza di rischio immediato, non lasciare la persona sola e contattare il 112.
Un’ultima osservazione per chi legge per sé: rivolgersi a un professionista non richiede di avere un problema abbastanza grave. Una valutazione serve anche a stabilire che non serve altro, ed è un esito frequente e legittimo.
Domande frequenti
Quando una difficolta diventa qualcosa da valutare?
Quando dura settimane, riguarda piu aree della vita e compromette il funzionamento in lavoro, studio, relazioni o cura di se.
Quali sono i segnali precoci piu frequenti?
Alterazioni persistenti del sonno, perdita di interesse, ritiro, calo del funzionamento, aumento del consumo di alcol e sintomi fisici senza causa identificata.
Chiedere a qualcuno se pensa di farsi del male e pericoloso?
No: chiedere esplicitamente non induce il pensiero e non aumenta il rischio. E una delle indicazioni piu chiare in materia.
Serve stare molto male per rivolgersi a un professionista?
No. Una valutazione serve anche a stabilire che non serve altro, ed e un esito frequente e legittimo.
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