Che cos’è il disagio scolastico
La letteratura pedagogica e psicologica descrive il disagio scolastico come un concetto complesso e sfumato: un termine-contenitore che raggruppa problematiche molto diverse tra loro. Per usarlo con precisione, è utile distinguerlo da due fenomeni vicini ma non sinonimi, con cui viene spesso confuso: il disadattamento e la devianza.
I tre concetti si possono leggere lungo una scala di crescente problematicità. Il disagio è una condizione di malessere soggettivo: si “sente” ma non necessariamente si “vede”. Il disadattamento è una relazione oggettivamente disturbata con uno specifico ambiente. La devianza, infine, è un comportamento che infrange visibilmente una norma (giuridica o culturale) e attira lo stigma sociale. Il disagio, insomma, è la forma più interiore e meno visibile del disagio giovanile, e proprio per questo la più difficile da riconoscere.
Va sottolineato un punto importante: il disagio scolastico non è immediatamente sinonimo di insuccesso. Malessere psicologico, riuscita problematica, bocciatura, abbandono possono però rappresentare anelli concentrici di una stessa spirale. È uno stato emotivo che, pur non essendo legato a disturbi psicopatologici, cognitivi o linguistici, si manifesta con comportamenti di rifiuto delle attività scolastiche, impedendo allo studente di usare appieno le proprie capacità.
Le cause: uno sguardo plurale
Il disagio scolastico non ha un’unica causa e, soprattutto, non va ricondotto solo alla responsabilità del singolo studente. Gli alunni affrontano il loro percorso dentro un contesto scolastico e sociale culturalmente determinato: le cause sono molteplici, si intrecciano tra loro e vanno considerate sia nella loro autonomia sia nella loro interdipendenza.
Il disagio può manifestarsi in molti modi: comportamenti di disturbo, irrequietezza, difficoltà di concentrazione e apprendimento, scarsa motivazione, accumulo di deficit, fino all’abbandono. La scuola ha un ruolo cruciale nel tenere sotto controllo le situazioni a rischio, ma la responsabilità formativa è condivisa: coinvolge la famiglia, cui spetta il primo compito di socializzazione, e le istituzioni e i servizi del territorio, chiamati a costruire una “società educante”.
Una fonte particolare di disagio è quella vissuta dagli alunni di origine straniera. Alle spalle hanno storie di migrazione che rendono più complesso il rapporto con la scuola: partendo si lasciano affetti, radici e riferimenti. I bambini, spesso, non hanno partecipato alla decisione di emigrare e ne subiscono le conseguenze più dei genitori. Nell’inserimento scolastico ciò che avevano appreso non viene riconosciuto, e possono percepirsi incompetenti e incompresi. Per questo l’educazione interculturale (conoscere e rispettare altre culture, decentrare il proprio punto di vista) è uno strumento prezioso non solo in presenza di alunni stranieri.
Le strategie per affrontarlo
Esistono diverse strategie, complementari tra loro, che insegnanti e scuola possono mettere in campo per prevenire e affrontare il disagio.
Strategie motivazionali
La motivazione: dal latino motus, movimento verso qualcosa: è il fattore che attiva e dirige il comportamento verso una meta. Intervenire su di essa è centrale. Le ricerche di Carol Dweck hanno mostrato quanto contino le convinzioni sull’intelligenza: chi la considera un tratto fisso e immutabile (teoria “entitaria”) vive le sfide come minacce e tende a desistere di fronte alle difficoltà; chi la considera una facoltà che si può accrescere con l’apprendimento (teoria “incrementale”) vive le stesse situazioni come occasioni di crescita.
Queste convinzioni si formano grazie ai feedback di insegnanti e genitori. Un riscontro centrato sui tratti (“sei bravo”) può creare vulnerabilità; un riscontro centrato sull’impegno e sul processo (“hai svolto bene il compito, cosa puoi migliorare?”) favorisce l’orientamento alla padronanza, anche di fronte ai fallimenti. Coltivare la motivazione interiore, che ogni ragazzo possiede già, è uno dei compiti fondamentali del docente.
Autostima e autoefficacia
Spesso l’atteggiamento passivo e orientato all’insuccesso nasce da un basso senso di autoefficacia: la convinzione di non essere in grado di svolgere un compito. A questo si legano un debole locus of control interno (sentirsi capaci di influenzare gli eventi) e talvolta una vera e propria “impotenza appresa”. L’autoefficacia, però, è un costrutto relazionale: si costruisce anche sull’immagine che ci viene rimandata dall’esterno. Un’immagine negativa offerta da un insegnante può paralizzare le qualità dell’alunno; uno sguardo di fiducia può liberarle. Il riconoscimento dell’altro, come ricorda la riflessione filosofica sul tema, è parte costitutiva di come ciascuno vede se stesso.
Strategie comunicative e counseling
Lo stile comunicativo dell’insegnante può facilitare o ostacolare l’apprendimento. Molte ricerche indicano nella scelta dell’atteggiamento comunicativo la differenza tra progetti educativi riusciti e falliti. Un riferimento utile è il counseling di matrice rogersiana, fondato su tre principi: accettazione (accogliere i sentimenti dell’altro senza giudicarli), ascolto attivo (percepire non solo le parole, ma pensieri, stati d’animo e significati) ed empatia. Non si tratta di improvvisarsi terapeuti, ma di far propri questi paradigmi per creare un clima formativo stimolante e sicuro, in cui l’alunno possa chiarirsi cognitivamente ed emotivamente.
Peer education e tutoring
Il gruppo dei pari è decisivo nella costruzione dell’identità adolescenziale. La peer education (“educazione tra pari”) valorizza questa risorsa: alcuni studenti, formati da esperti, diventano tutor e facilitatori di cambiamento verso i compagni, condividendo conoscenze e rafforzando l’autostima reciproca. Il tutoring struttura in modo più formale questa relazione, con obiettivi definiti e monitoraggio: chi fa da tutor sviluppa un senso di autorealizzazione, chi è seguito rafforza la propria fiducia grazie al legame con un compagno più esperto.
Orientamento formativo
Infine, l’orientamento formativo offre agli studenti gli strumenti per muoversi in una rete complessa di scelte e relazioni, selezionare informazioni e decidere in modo autonomo e consapevole. Farne una metodologia di intervento significa riconoscere la centralità del soggetto che apprende e sostenerlo verso il successo scolastico e l’inserimento nel mondo del lavoro. Fondamentale, in questa cornice, è anche adottare forme di valutazione che non rilevino solo gli errori, ma valorizzino gli elementi positivi.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra disagio, disadattamento e devianza?
Sono tre livelli di crescente problematicità. Il disagio è un malessere soggettivo che si “sente” ma non si “vede”; il disadattamento è una relazione oggettivamente disturbata con un ambiente; la devianza è un comportamento che infrange visibilmente una norma e attira lo stigma sociale.
Il disagio scolastico coincide con l’insuccesso?
No. Non è immediatamente sinonimo di insuccesso, anche se i due fenomeni possono legarsi. Malessere, riuscita problematica, bocciatura e abbandono possono rappresentare anelli concentrici di una stessa spirale, se il disagio iniziale non viene riconosciuto e affrontato.
Da che cosa dipende il disagio scolastico?
Da una pluralità di cause che si intrecciano: non va ricondotto solo al singolo studente, perché dipende anche dal contesto scolastico, sociale e familiare. Tra le fonti particolari c’è il disagio vissuto dagli alunni di origine straniera, legato alle storie di migrazione.
Come possono intervenire gli insegnanti?
Con strategie complementari: sostenere la motivazione e le convinzioni sull’intelligenza, rafforzare autostima e autoefficacia, adottare uno stile comunicativo empatico ispirato al counseling, valorizzare il gruppo dei pari con peer education e tutoring, e offrire orientamento formativo con valutazioni che riconoscano anche gli aspetti positivi.
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