Psicologia Clinica e Psicopatologia

Estrema(mente) connessi in una rete senza fili.

«Dipendenza da internet» è un’espressione entrata nell’uso comune e mai riconosciuta come diagnosi. Ciò che descrive esiste, ma chiamarlo dipendenza porta con sé assunzioni che rendono più difficile affrontarlo. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale. Se l’uso di internet o dei videogiochi compromette in modo significativo la vita quotidiana, il riferimento è uno psicologo […]

Estrema(mente) connessi in una rete senza fili.
«Dipendenza da internet» è un’espressione entrata nell’uso comune e mai riconosciuta come diagnosi. Ciò che descrive esiste, ma chiamarlo dipendenza porta con sé assunzioni che rendono più difficile affrontarlo.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale. Se l’uso di internet o dei videogiochi compromette in modo significativo la vita quotidiana, il riferimento è uno psicologo o un servizio per le dipendenze. In caso di crisi: 112.

Cosa esiste come diagnosi, e cosa no

Va fatta chiarezza, perché il quadro classificatorio è più preciso del linguaggio corrente.

Il disturbo da gioco d’azzardo è riconosciuto come dipendenza comportamentale nei manuali diagnostici: è stato spostato accanto alle dipendenze da sostanze sulla base di somiglianze cliniche e neurobiologiche documentate.

Il disturbo da gaming è stato incluso nella classificazione internazionale delle malattie, con criteri stringenti: perdita di controllo, priorità crescente rispetto ad altri interessi, prosecuzione nonostante conseguenze negative, per almeno dodici mesi e con compromissione significativa.

La dipendenza da internet in senso generale non è una diagnosi. E c’è una ragione tecnica: internet è un mezzo, non un’attività. Dire che qualcuno è dipendente da internet è come dire che è dipendente dalla televisione anziché da ciò che vi guarda.

Va aggiunto che anche l’inclusione del disturbo da gaming è stata oggetto di dibattito acceso fra specialisti: una parte della comunità scientifica ha segnalato il rischio di patologizzare un comportamento diffuso e di produrre falsi positivi.

Il problema della prevalenza

Le stime disponibili variano enormemente, e la ragione è metodologica.

Molti strumenti di misura sono stati costruiti adattando i criteri delle dipendenze da sostanze, con soglie arbitrariamente basse. Il risultato è che comportamenti comuni (pensare spesso a un’attività, dedicarvi più tempo del previsto) vengono conteggiati come sintomi.

Quando si richiede la presenza di compromissione funzionale reale, le stime si riducono drasticamente.

Ne segue una cautela: la percezione di un’epidemia dipende in parte da come si misura.

Cosa incide davvero

Il quadro più utile emerge spostando la domanda dal tempo al contesto.

Le associazioni fra tempo di utilizzo e benessere sono di entità molto piccola, e la direzione non è univoca: chi sta male tende a usare di più questi strumenti, non solo il contrario.

Ciò che pesa di più è il tipo di uso: l’uso attivo, con scambi reali, ha effetti diversi dallo scorrimento passivo, che è più costantemente associato a esiti negativi.

Un meccanismo ben documentato riguarda il sonno: l’uso serale ritarda l’addormentamento, e il sonno insufficiente peggiora umore e funzionamento. È probabilmente il canale più solido attraverso cui l’uso intensivo incide.

Va aggiunto un elemento sul design: notifiche, ricompense variabili e scorrimento infinito sono progettati per catturare l’attenzione, e attribuire interamente all’individuo il proprio uso ignora che il contesto è costruito per massimizzarlo.

Cosa spesso c’è sotto

È il punto clinicamente più rilevante.

L’uso problematico è frequentemente secondario ad altro: ansia sociale, depressione, difficoltà relazionali, disturbi dell’attenzione. Trattare l’uso come problema primario, in quei casi, significa affrontare il sintomo.

Ne segue che la prima verifica utile non è quanto si usa, ma cosa si evita mentre si usa. La funzione del comportamento è più informativa della sua quantità.

Cosa aiuta

Le indicazioni con supporto sono coerenti con quanto vale per altri comportamenti.

Modificare il contesto: rimuovere notifiche, cambiare la disposizione delle applicazioni, tenere il dispositivo fuori dalla camera. Funziona meglio della sola volontà, perché agisce sugli inneschi.

Proteggere il sonno, che è il punto di intervento con miglior rapporto fra semplicità ed effetto.

Con gli adolescenti, la mediazione attiva (parlare dei contenuti, accompagnare) ha esiti migliori della sola restrizione, che produce occultamento e riduce la probabilità che il ragazzo chieda aiuto.

E trattare le condizioni sottostanti quando ci sono, perché è lì che si trova la leva reale.

Domande frequenti

La dipendenza da internet e una diagnosi?

No. Lo sono il disturbo da gioco d’azzardo e, nella classificazione internazionale, il disturbo da gaming con criteri stringenti. Internet e un mezzo, non un’attivita.

Perche le stime di prevalenza variano tanto?

Perche molti strumenti adattano i criteri delle dipendenze da sostanze con soglie basse. Richiedendo compromissione funzionale reale, le stime si riducono drasticamente.

Il tempo di utilizzo e il problema?

Le associazioni col benessere sono molto piccole. Contano piu il tipo di uso e l’effetto sul sonno, che e il canale meglio documentato.

Cosa aiuta?

Modificare il contesto che innesca l’uso, proteggere il sonno, accompagnare anziche vietare con gli adolescenti e trattare le condizioni sottostanti.

La dipendenza da internet non e una diagnosi, e per una ragione tecnica: internet e un mezzo, non un’attivita. Esistono il disturbo da gioco d’azzardo e quello da gaming, quest’ultimo con criteri stringenti e non privo di dibattito. Le stime alte dipendono da soglie basse. Cio che pesa e il tipo di uso e l’effetto sul sonno, e l’uso problematico e spesso secondario ad altro. La domanda utile non e quanto si usa, ma cosa si evita.
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