Psicologia Clinica e Psicopatologia

Ammalato d’amor proprio – I PARTE

«Narcisista» è passato in pochi anni da termine clinico a insulto quotidiano. La diffusione ha un costo preciso: rende invisibile ciò che il costrutto descrive davvero, e fornisce un’etichetta con cui chiudere il discorso su una persona. Articolo divulgativo, non consente ne sostituisce una diagnosi. Queste descrizioni non vanno usate per etichettare partner, familiari o […]

Psicolab — Ammalato d’amor proprio – I PARTE
«Narcisista» è passato in pochi anni da termine clinico a insulto quotidiano. La diffusione ha un costo preciso: rende invisibile ciò che il costrutto descrive davvero, e fornisce un’etichetta con cui chiudere il discorso su una persona.
Articolo divulgativo, non consente ne sostituisce una diagnosi. Queste descrizioni non vanno usate per etichettare partner, familiari o colleghi. In presenza di violenza o controllo: 1522, emergenze 112.

Che cosa descrive il costrutto

Va distinto ciò che è un tratto presente in tutti da ciò che è un disturbo.

Il narcisismo come dimensione di personalità è distribuito nella popolazione: una certa attenzione alla propria immagine e al riconoscimento è normale e in alcune misure funzionale.

Il disturbo narcisistico di personalità richiede un modello pervasivo di grandiosità, bisogno di ammirazione e ridotta empatia, con compromissione del funzionamento. La prevalenza nella popolazione è bassa: un dato che stride con la frequenza con cui il termine viene applicato.

La ricerca distingue inoltre due configurazioni. Quella grandiosa: esposizione, dominanza, senso di superiorità, ricerca attiva di ammirazione. E quella vulnerabile: ipersensibilità alla critica, ritiro, risentimento, oscillazioni fra sopravvalutazione e svalutazione di sé.

Va sottolineato che le due forme coesistono spesso nella stessa persona in momenti diversi, e che la seconda è quella meno riconosciuta, perché non corrisponde all’immagine pubblica del narcisista.

Cosa le accomuna

L’elemento centrale, secondo i modelli attuali, non è l’amore di sé ma la sua fragilità: una regolazione dell’autostima che dipende da fonti esterne e richiede alimentazione continua.

Ne deriva la reattività alle situazioni che minacciano l’immagine di sé: critica, fallimento, esclusione, e in generale ogni evento che sottragga riconoscimento.

Va aggiunto un punto che spiega molto: ciò che dall’esterno appare come eccesso di autostima è, nei modelli con più supporto, un sistema che non regge senza conferme. È il motivo per cui la reazione alla critica è sproporzionata rispetto a quanto ci si aspetterebbe da qualcuno realmente sicuro di sé.

Sull’empatia va fatta una precisazione: ciò che risulta ridotto è più spesso la componente affettiva e la motivazione ad agire, non la capacità di comprendere gli stati altrui. La comprensione può essere anche accurata, ed è ciò che rende possibile usarla strumentalmente.

Il problema dell’uso corrente

Va affrontato esplicitamente, perché riguarda l’uso stesso di articoli come questo.

Il termine viene applicato a chiunque si comporti in modo egoista, deludente o freddo. Questa estensione ha tre costi.

Rende invisibile il quadro clinico, che riguarda una minoranza e comporta sofferenza reale: inclusa quella di chi ne è portatore.

Fornisce una spiegazione totale che chiude l’analisi: una volta che l’altro è stato classificato, non c’è più nulla da capire.

E sposta il tema dalle condotte alla natura della persona. Nelle relazioni difficili ciò che conta è cosa viene fatto (isolamento, controllo, svalutazione) e quelle condotte vanno riconosciute e nominate indipendentemente da qualunque diagnosi attribuita a distanza.

Va aggiunto un elemento che circola poco: le persone con questo quadro raramente chiedono aiuto per i tratti in sé, e arrivano più spesso per depressione, ansia o crisi relazionali. È una condizione con sofferenza documentata, non solo con vittime attorno.

Cosa serve nella pratica

  • Valutare comportamenti, non nature: cosa accade, con quale frequenza, con quali effetti sulla propria vita.
  • Non usare la diagnosi come strumento in un conflitto, in particolare in ambito separativo, dove le attribuzioni a distanza hanno conseguenze concrete.
  • Riconoscere che una relazione può essere dannosa indipendentemente da qualunque etichetta: il criterio è ciò che accade, non chi è l’altro.
  • Se si è nella relazione, usare criteri concreti: quante persone si frequentano ancora, quanto si valuta in anticipo la reazione dell’altro, quanta autonomia resta.
  • E se il termine si applica a sé stessi, sapere che i tratti narcisistici sono modificabili e che esistono percorsi, contrariamente a quanto si dice.

Domande frequenti

Il narcisismo e sempre un disturbo?

No: e una dimensione presente in tutti. Il disturbo richiede un modello pervasivo con compromissione del funzionamento, e ha prevalenza bassa.

Esiste un solo tipo di narcisismo?

La ricerca distingue una forma grandiosa e una vulnerabile, spesso presenti nella stessa persona. La seconda e la meno riconosciuta.

Chi ha tratti narcisistici manca di empatia?

Risulta ridotta soprattutto la componente affettiva e la motivazione ad agire, mentre la capacita di comprendere gli stati altrui puo essere accurata.

Perche l’uso comune del termine e un problema?

Perche rende invisibile il quadro clinico, chiude l’analisi e sposta l’attenzione dalle condotte concrete alla natura della persona.

Il narcisismo e una dimensione presente in tutti, mentre il disturbo e raro: cio che lo caratterizza non e l’amore di se ma la fragilita della sua regolazione, che dipende da conferme esterne. Le forme sono almeno due, e la vulnerabile e la meno riconosciuta. L’uso del termine come insulto rende invisibile il quadro clinico e sposta l’attenzione dalle condotte, che sono l’unica cosa che conta valutare.
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