Psicologia Sociale e del Comportamento

Covid-19, è tornato tutto alla normalità?

Il ritorno alla normalità dopo un periodo di emergenza non è mai immediato, e le difficoltà che compaiono proprio quando «tutto dovrebbe andare meglio» hanno spiegazioni precise. Conoscerle evita di scambiarle per un problema personale. Questa pagina rielabora un testo scritto nel 2020: le riflessioni sono qui riformulate alla luce delle ricerche successive sull’uscita dalle […]

Covid-19, è tornato tutto alla normalità?
Il ritorno alla normalità dopo un periodo di emergenza non è mai immediato, e le difficoltà che compaiono proprio quando «tutto dovrebbe andare meglio» hanno spiegazioni precise. Conoscerle evita di scambiarle per un problema personale.
Questa pagina rielabora un testo scritto nel 2020: le riflessioni sono qui riformulate alla luce delle ricerche successive sull’uscita dalle fasi di emergenza. Se il disagio è persistente il riferimento è il medico di base o uno psicologo; in caso di crisi 112, Telefono Amico 02 2327 2327.

Perché il ritorno è difficile

È il punto meno intuitivo, e il più utile. Le difficoltà spesso non compaiono durante l’emergenza ma dopo.

Durante una crisi acuta l’organismo mobilita risorse e la mente si concentra sulla gestione dell’immediato. È al momento del rientro (quando la mobilitazione non serve più) che emergono stanchezza, calo dell’umore e ansia. È un fenomeno documentato anche nei contesti confinati, dove il riadattamento presenta difficoltà proprie.

Si aggiunge la perdita di un contesto definito: durante l’emergenza le regole sono chiare, dopo tornano l’incertezza e le scelte, che sono più faticose della costrizione.

E c’è il tema delle abitudini: alcune, prese durante il periodo eccezionale, non si abbandonano automaticamente, e riadattarsi ai ritmi precedenti richiede tempo.

Cosa la paura persistente non è

Va detto con chiarezza, perché riduce l’allarme.

La cautela e una certa apprensione dopo un periodo di rischio reale non sono patologiche: sono una risposta ragionevole a un’esperienza che ha modificato la percezione del pericolo.

Il ritorno alla normalità non è un interruttore. Le rappresentazioni costruite in mesi di allerta si aggiornano gradualmente, e questo aggiornamento richiede esposizione ripetuta alla nuova realtà, non una decisione.

Ne segue un’indicazione pratica: riprendere le attività in modo graduale funziona meglio dell’evitarle o del forzarle tutte insieme. È lo stesso principio dell’esposizione: si scopre che l’esito temuto non si verifica facendone esperienza, non ragionandoci.

Quando invece va approfondito

La distinzione fra difficoltà di riadattamento e qualcosa che richiede attenzione è importante.

Meritano una valutazione: sintomi che non si attenuano nell’arco di settimane; evitamento che si estende anziché ridursi; compromissione del funzionamento quotidiano; perdita di piacere generalizzata; disturbi persistenti del sonno; e qualunque forma di ideazione di farsi del male.

Va segnalato ciò che le ricerche sull’isolamento del 2020 hanno effettivamente mostrato, contro le previsioni più allarmistiche: un aumento iniziale dei sintomi ansiosi e depressivi seguito da un ritorno verso i livelli precedenti più rapido del previsto. La maggior parte delle persone ha recuperato.

Ma l’impatto è stato diseguale: più marcato per chi aveva già condizioni preesistenti, per chi ha subito perdite economiche o affettive, per chi era isolato. Per questi gruppi il recupero non è stato automatico, e le difficoltà persistenti non sono un segno di debolezza.

Cosa aiuta

  • Ripresa graduale delle attività, senza forzare né evitare.
  • Ritmi regolari di sonno, pasti e attività, che sono la misura più efficace contro la deriva dell’umore.
  • Riconnessione sociale reale: la solitudine percepita è fra i predittori più forti di malessere.
  • Riconoscere che il calo dell’umore nella fase di transizione è atteso, e non interpretarlo come prova che qualcosa non va.
  • Dare senso all’esperienza attraverso il racconto con chi ascolta, senza forzare narrazioni di crescita.

Un’ultima nota, coerente con i dati: la pressione a essere «tornati come prima» o a «uscirne migliorati» è controproducente. Non tutti escono da un’esperienza difficile trasformati, e in media le avversità gravi lasciano un segno più che una crescita. Riprendere la propria vita è, di per sé, l’esito che conta.

Domande frequenti

Perche le difficolta compaiono dopo l’emergenza?

Perche durante la crisi l’organismo mobilita risorse e la mente si concentra sull’immediato. E al rientro, quando la mobilitazione non serve piu, che emergono stanchezza, ansia e calo dell’umore.

Avere ancora paura e patologico?

No: e una risposta ragionevole a un’esperienza che ha modificato la percezione del pericolo. Le rappresentazioni si aggiornano gradualmente con l’esperienza, non con una decisione.

Quando conviene rivolgersi a un professionista?

Quando i sintomi non si attenuano in settimane, l’evitamento si estende, il funzionamento e compromesso o compaiono pensieri di farsi del male.

La pandemia ha danneggiato la salute mentale?

Ci fu un aumento iniziale di ansia e depressione seguito da un recupero piu rapido del previsto, ma molto diseguale: pesarono condizioni preesistenti, perdite e isolamento.

Il ritorno alla normalita non e immediato: le difficolta compaiono spesso dopo l’emergenza, quando la mobilitazione non serve piu, ed e un fenomeno atteso. La cautela persistente non e patologica, e le rappresentazioni si aggiornano gradualmente con l’esperienza. Le ricerche mostrano un recupero piu rapido del previsto ma diseguale. Cio che aiuta e la ripresa graduale, i ritmi regolari e la riconnessione, e la pressione a uscirne migliorati e controproducente.
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