L’adolescenza è il periodo più critico nell’arco della vita di ciascuno, all’interno del quale si assiste a numerosi mutamenti, dalla sfera fisiologica, morfologica e sessuale, ma anche in alcuni dei processi di sviluppo cognitivo e sociale estremamente importanti.
L’individuo tende infatti al raggiungimento dell’autonomia psicologica e sociale che lo porterà progressivamente a staccarsi dalla famiglia di origine.
In questo processo tutte le certezze dell’infanzia vengono smantellate, gli altri (soprattutto i genitori) non vengono più considerati onniscienti e non rappresentano più uno schema di riferimento per il comportamento; anche la realtà non viene più percepita come univoca ma suscettibile di varie interpretazioni.
L’adolescente assume come riferimento per i propri valori e comportamenti gruppi diversi da quello familiare, nei quali tende a identificarsi traducendo poi il suo vissuto in esperienze di amicizia e innamoramento.
I rischi connessi a questo periodo sono l’identificazione con gruppi e comportamenti sbagliati o pericolosi e nei casi più estremi la disidentificazione e alienazione dalla realtà come rifugio dal disagio insito nel cambiamento.
Secondo E.H.Erikson l’acquisizione di un’identità autonoma da parte dell’adolescente passa necessariamente attraverso due tappe principali: la prima è la diffusione dell’identità che si esplica nello sperimentare vari ruoli a seconda del contesto sociale e nell’identificarsi realmente o nell’immaginario con persone diverse; la seconda è l’acquisizione dell’identità, processo doloroso e faticoso che porta a una sintesi originale delle esperienze precedenti ,ma anche alla perdita di alcune di esse in favore della nascita di una propria personalità.
Parallelamente a questi processi si ha anche il conflitto fra il bisogno crescente di autonomia e i bisogni di protezione sempre presenti: Scabini suggerisce la necessità di una rinegoziazione della distanza interpersonale, ovvero un progressivo adattamento verso un rapporto simmetrico fra genitori e figli.
Durante questo graduale accomodamento si assiste inevitabilmente al passaggio dalla dipendenza alla indipendenza attraverso la contro-dipendenza, con veri e propri atteggiamenti di sfida e scontro aperto.
Fatta questa premessa, si può comprendere come possa essere complesso conciliare le dinamiche socio-relazionali di questa età con la realtà delle community virtuali, sempre più spesso frequentate da adolescenti.
Fra le principali accuse rivolte alle chat troviamo quella di alienazione, fuga dalla realtà e disimpegno, un vero e proprio luogo di perdizione, quasi il paese dei balocchi dove Pinocchio e Lucignolo alla fine diventano somarelli perché perdono di vista i doveri dei bravi ragazzi…
I vari studi che si sono occupati dei comportamenti on line hanno sottolineato come all’interno di una comunità virtuale vengano riproposti atteggiamenti e modi di fare che bene rispecchiano la realtà: nello spazio e tempo della chat i ragazzi si ritrovano, si danno appuntamento, condividono gli argomenti più “gettonati” (amicizia, amore) e le passioni comuni (musica, hobby), si scambiano esperienze e si scontrano per divergenze di opinioni. La Drusian parla di sei tipi di utilizzo delle chat, ovvero quello di luogo di incontro per conoscere nuove persone, per dimostrare le proprie competenze informatiche, semplice mezzo da usare al posto del telefono per comunicare con amici, canale di sfogo per divertirsi, mascherarsi e litigare oppure momento di chiacchierate rituali o di vero e proprio instaurarsi di relazioni significative.
Allo stesso tempo però questa realtà “alternativa” può diventare anche l’occasione per mettere in atto comportamenti aggressivi e provocatori da parte di quelli che Pezzoni e Buscaglia citano come SNERT (Snot-Nosed Eros-Ridden Teenagers, adolescenti erotomani e impiccioni) in uno studio sul Palace, una chat multimediale. Il sistema di controllo di questi spazi di conversazione prevede infatti che non si possano mettere in atto certi comportamenti, usare parole violente o scurrili e necessita di sottostare a delle regole… cosicché apparentemente si ripropone lo stesso meccanismo di opposizione all’autorità degli adulti che caratterizza il periodo adolescenziale.
Gli autori sottolineano come in un momento in cui il mondo familiare sfugge sempre più spesso al confronto/scontro, la chat diventa paradossalmente il luogo dove poter attuare questo sfogo di aggressività di cui l’adolescente ha necessità vitale.
L’altro aspetto interessante del processo di identificazione è individuabile nella scelta dell’AVATAR, l’icona, immagine o disegno che caratterizza l’utente nel mondo virtuale.
E’ vero che lo schermo del computer protegge l’identità e può favorire la creazione di identità false e immaginarie, ma allo stesso modo la scelta di un simbolo che caratterizza la persona può dare numerose informazioni su di essa. Chi scrive ha partecipato per un periodo di sei mesi a un progetto di supervisione di chat per adolescenti e qui ha potuto osservare due ordini di fenomeni: la fascia di età qualificabile come pre-adolescenti (11-13 anni) usava l’avatar più come simbolo identificativo di un piccolo gruppo di amici che condividono una passione, (ad esempio un simbolo sportivo) o da due amiche intime se si trattava di bambine. I ragazzi e le ragazze più grandi (14-17 anni) invece richiedevano l’utilizzo di un avatar in modo esclusivo, proibendo ad altri di usarlo o addirittura chiedevano di poterne introdurre di nuovi e originali di modo che solo il proprietario potesse accedervi e identificarsi con esso.
A mio parere questo rispecchia proprio il processo di cui parlava Erikson, il passaggio dalla dispersione all’accentramento dell’identità.
Contrariamente a quanto riconosciuto dal senso comune, gli adolescenti sanno ben destreggiarsi nella “rete” …parafrasando la Drusian, possiamo dire che sono ottimi acrobati dello specchio magico, sanno mantenere la differenza delle esperienze on-line e off-line, rimanendo comunque con i piedi per terra.
Non è comunque da sottovalutare il pericolo di un’esperienza psicopatologica della rete internet, non così infrequente a tutte le età, al punto che da circa dieci anni si parla (Goldberg, 1995) della possibile introduzione nel DSM-IV di una categoria nosografica a se stante, l’INTERNET ADDICTION DISORDER (IAD), inquadrabile secondo alcuni fra le dipendenze, secondo altri nei disturbi da mancato controllo degli impulsi (come il gioco d’azzardo patologico).
In uno studio della Young, l’autrice che si è interessata maggiormente del problema, su un campione di circa 500 soggetti, almeno 400 sono risultati dipendenti, e quasi tutti prendevano parte a chat rooms e MUD’S (giochi di ruolo virtuali). I soggetti non dipendenti invece usavano internet per il servizio di posta elettronica e la ricerca di informazioni.
L’elemento fondamentale era il fatto che mentre i normali utenti non riportavano interferenze nella vita quotidiana e vedevano internet come risorsa, i dipendenti subivano da moderati a gravi problemi a causa dell’abuso della rete, che faceva perdere interesse per le normali attività di vita dell’individuo e comportava imponenti conseguenze negative sia sul piano psicologico che fisico (ad esempio la perdita di sonno per la necessità di passare sempre più ore al computer).
Uno spiraglio di ottimismo in questo tema viene portato da Grohol (1999), il quale specifica una successione di fasi di passaggio da un uso sconsiderato verso uno più moderato della rete, soprattutto in chi ne viene a contatto per la prima volta (come potrebbe essere il caso di un adolescente): nella prima fase (enchantment) i soggetti devono ambientarsi in questo nuovo mondo e ne sperimentano tutte le sfaccettature, immergendovisi completamente a rischio di diventarne dipendenti. Successivamente si ha la fase di allontanamento e disillusione (disillusionment) e a seguire una fase di equilibrio (balance) dove si fa un uso corretto e misurato di internet.
Al di là comunque di un comportamento soggettivo di utilizzo, mi preme sottolineare come sia importante per certe categorie più a rischio (bambini e adolescenti) garantire una fruizione del servizio internet in un ambiente controllato e sicuro, a partire dalla supervisione genitoriale fino ad arrivare alla partecipazione a community nate a posta per loro, dove sono protetti dal rischio di fare “brutti incontri” e non rimanere intrappolati nella rete di Mangiafuoco…