In questa sezione viene presentata la descrizione di alcuni disturbi mentali. La necessità di doverne in qualche modo organizzare la presentazione e l’esigenza di utilizzare una griglia di riferimento conosciuta ed accettata dalla comunità scientifica, ci hanno portato a dover scegliere tra i sistemi nosografici esistenti. Abbiamo scelto quindi di far riferimento alle classificazioni del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell’American Psychiatric Association, edito in Italia da Masson, Milano.
Il DSM, adesso alla quarta edizione riveduta (DSM-IV-TR), è utilizzato e riconosciuto da clinici e ricercatori di diversi orientamenti che ad esso fanno riferimento per trarre diagnosi. La diagnosi di un particolare disturbo viene tratta in base alla presenza o meno (e per alcuni disturbi anche in base alla frequenza) riscontrabile nel soggetto, di un certo numero di indicatori proposti dal manuale per quel particolare disturbo. Per questo motivo, il DSM è una classificazione di tipo categoriale che suddivide i disturbi mentali in base a gruppi di criteri di tipo descrittivo.
Ma se da un lato questa impostazione facilita la comunicazione e la condivisione delle informazioni tra i clinici, dall’altro per certi aspetti semplifica e sminuisce la complessità multidimensionale della natura umana, soprattutto se utilizzato da persone non adeguatamente preparate dal punto di vista clinico e con poca esperienza nella diagnosi. In altre parole, quello che il DSM fa è di fornire un’etichetta, ma non sempre un’etichetta rivela l’effettivo contenuto del contenitore. È importante dunque che il DSM non venga applicato a fini diagnostici in modo meccanico e da persone non adeguatamente preparate, perché gli individui che condividono una diagnosi possono essere eterogenei dal punto di vista delle caratteristiche che descrivono la diagnosi stessa. Non dimentichiamoci infatti che nell’acronimo DSM, la “S” sta per statistico. Inoltre, nello stesso acronimo, la “M” sta per manual, termine che in italiano è stato impropriamente tradotto con manuale, cosa che può indurre a farvi riferimento come ad un libro di sacre scritture, anziché con elenco, ciò di cui in realtà si tratta (i ricordi che l’inglese di manuale, per come lo intendiamo comunemente, è handbook).
Infine, ricordiamo che il DSM non dà alcuna informazione circa l’eziologia dei disturbi mentali. In linea con questa impostazione, neanche la presente sezione tratterà questo aspetto, dato che per ogni disturbo esiste una vasta produzione letteraria che ne tratta l’eziopatogenesi, e apparirebbe impossibile fornirne un quadro completo, e riduttivo presentarne soltanto alcuni elementi.