L’educazione ai sentimenti come conquista mancata
Nell’attuale società occidentale, sempre più complessa anche sul piano dell’identità sessuale, occuparsi di psicologia del maschio e della femmina dell’uomo significa prima di tutto indagare l’influenza che questi due principi complementari esercitano all’interno di ognuno di noi. Significa riflettere sulle influenze prima genitoriali e poi storico-culturali che determinano, in positivo e in negativo, gran parte dei nostri atteggiamenti e comportamenti, e quindi del nostro funzionamento affettivo e cognitivo. Tutto questo allo scopo di aumentare la consapevolezza e migliorare la qualità delle relazioni con noi stessi e con gli altri, fino a giungere all’espressione creativa di ciò che siamo al di là dei molti condizionamenti subiti.
La tappa evolutiva che l’umanità sembra ancora dover conquistare potrebbe essere quella dell’educazione ai sentimenti. Un’alfabetizzazione emotiva di massa potrebbe condurre l’individuo, la coppia e la collettività oltre i cortocircuiti del pensiero nevrotico, nutrito soprattutto dalla mancanza di dialogo con noi stessi e con gli altri. Dalla psicoanalisi abbiamo appreso che la qualità del patrimonio emozionale dei genitori ha un ruolo centrale nell’educazione dell’individuo: non disponiamo di un “libretto delle istruzioni” sulla complessità del nostro funzionamento, e senza un’adeguata educazione non possiamo penetrare nelle nostre profondità.
Nella società attuale è raro poter beneficiare di genitori sufficientemente buoni, per usare l’espressione di Winnicott, o di figure sostitutive capaci di trasmettere un’adeguata educazione ai sentimenti. La maggior parte dei programmi educativi è scelta in modo ingenuo, spesso frutto dei condizionamenti della cultura familiare e troppo centrata sulla prestazione. Il padre della psicoanalisi sosteneva che il vero privilegiato è colui che vive con successo le relazioni interpersonali, che possono essere fonte di grande soddisfazione ma anche di grande frustrazione.
La sofferenza del maschio occidentale
Nella trattazione che segue, ispirata all’opera “Maschio Amante Felice” di Claudio Risé, riflettiamo su alcuni aspetti della psicologia maschile e femminile, con particolare attenzione all’attuale condizione del maschio delle culture occidentali, che sembra soffrire molto per gli avvenimenti degli ultimi cento anni. Che sia stata la perdita del potere che il maschio aveva nell’Ottocento a renderlo insicuro e potenzialmente aggressivo? Che siano stati i conflitti con le donne? La donna, attraverso il movimento femminista, si è giustamente ripresa alcuni suoi spazi psichici e fisici; anche altre soggettività lottano per i propri diritti. E l’orgoglio maschile?
La carenza, in Occidente, di maschi amanti felici, e quindi di femmine amanti felici, è probabilmente connessa alla mancanza del padre, di una figura maschile, di un iniziatore che insegni al piccolo dell’uomo “come si fa”. Gli antropologi concordano nell’affermare che l’essere umano non nasce sapendo per istinto come amare, come vivere la propria sessualità e come organizzare i propri affetti: l’essere umano impara quando qualcuno gli insegna. Per la prima volta nella storia il maschio entra a far parte della società iniziato dalla madre e da una serie di figure femminili: maestre, terapeute, assistenti. Il quesito che pone Risé è: possono le donne trasmettere le qualità psicologiche e istintuali del genere maschile? È molto probabile che non sia possibile, e sempre più uomini se ne stanno rendendo conto.
Il maschio senza iniziatori non sa vivere, non sa fare nulla, ed è costretto ad andare avanti per prove ed errori, con risultati spesso disastrosi. La televisione si è rivelata grossolanamente incapace di sostituire il padre: i media non impartiscono un’educazione, ma forniscono informazioni a valanga, senza discernimento. Lo spettatore medio, non sufficientemente consapevole dei modelli proposti, può riceverne influenze negative, adeguandosi a modelli irrealistici anche a costo di reprimere le proprie emozioni.
La scomparsa dell’iniziazione
Il guaio più grande, dovuto all’allontanamento della figura paterna, è la scomparsa di ogni educazione sentimentale: procedure complesse di insegnamenti, iniziazioni e riti di passaggio per segnare la fine di una fase e l’inizio di un’altra. Secondo Tobie Nathan, le crisi adolescenziali sarebbero frutto della scomparsa dell’iniziazione. Durante l’adolescenza i figli si sentono confusi perché, a seconda delle necessità, i genitori li considerano ora adulti responsabili, ora ragazzi che non meritano fiducia. L’esperienza dell’iniziazione è scaduta nell’esame di maturità, che invece di promuovere la giusta relazione tra corpo e psiche promuove un’eccessiva intellettualizzazione: così, invece di diventare protagonisti del nostro corpo e della nostra vita, tendiamo a perdere il contatto con le radici inconsce e archetipiche, e quindi la salute psicofisica.
La società occidentale, privata di padri e iniziatori, ha abbandonato ogni attenzione alla formazione sentimentale dei giovani. Ciò che interessa a questa società, solo apparentemente maschilista, non sono i sentimenti e gli ideali, ma i valori “materni” tesi al soddisfacimento dei bisogni: la produzione e il guadagno. Per “formazione dei giovani” si intende oggi impartire nozioni finalizzate a svolgere una professione e realizzare un profitto. L’insegnamento e l’affinamento dei sentimenti non è nei programmi, e gli stessi corsi di educazione sessuale si confondono con lezioni di anatomia, senza permettere lo sviluppo di un’autentica relazione con la propria sessualità. Cosa può imparare un giovane da un disegno se non è in contatto con la propria sessualità? Maschi non si nasce per una particolare conformazione anatomica, ma lo si diventa con lo sviluppo delle relazioni affettive e sessuali: prima con la madre, poi con il padre e infine con gli altri, i nostri oggetti d’amore e d’odio.
Il complesso dell’amico delle donne e l’Eterno Fanciullo
Nelle culture attente all’equilibrio e alla felicità, comprese quelle cosiddette “primitive”, si dedica grande attenzione alle iniziazioni al mondo maschile e all’educazione sentimentale del maschio. Senza queste esperienze dirette, il maschio è tale solo di nome, e soprattutto non sa amare. Per amare, per diventare un amante felice, l’uomo deve prima amare la propria condizione, misurandosi con i condizionamenti, le paure e i luoghi comuni. Una vera trappola è il “complesso dell’amico delle donne”: il ragazzo comincia a pensare che gli altri maschi siano volgari e ridicoli e, invece di assumere il suo posto nel mondo maschile, sceglie amicizie femminili. Questa posizione deriva dall’assenza del padre e dall’incapacità di abbandonare la dipendenza dalla madre, alimentata dal pregiudizio secondo cui “maschio è brutto”, rozzo e un po’ stupido.
Essere maschio significa esprimere se stessi: quando si sceglie un comportamento per piacere all’altra persona, madre, fidanzata o moglie, si scivola fuori dalla maschilità, affondando nella palude dei “figli di mamma”, uomini che le donne prima o poi rifiutano perché percepiti poco virili. Dietro questo atteggiamento non c’è una tecnica di seduzione, ma il potentissimo archetipo dell’Eterno Fanciullo, una forza da sempre presente nella storia dell’uomo, che la psicologia del profondo mostra agire attraverso i condizionamenti invisibili dell’inconscio. L’Eterno Fanciullo spinge a non definirsi, a evitare di incarnare il maschio adulto giudicato “volgare”, mantenendo una delicatezza che rende le donne felici solo fino a un certo punto, perché nel profondo la donna vuole sì essere compresa, ma anche presa.
Dietro un eterno fanciullo può esserci una madre poco amante degli uomini, che accetta il figlio solo come “fanciullo buono” e teme la sua trasformazione in uomo adulto; o un tentativo di seduzione o abuso subito da bambino, che tende a mantenere l’eros legato all’immagine infantile. Ma diventare grandi significa anche fare i conti con gli aspetti imbarazzanti dell’identità maschile, quella che la psicologia analitica chiama “l’Ombra dell’uomo”, dove risiedono i lati oscuri della storia del maschio ma anche i suoi contenuti più profondi. L’Eterno Fanciullo preferisce non sporcarsi le mani e si innamora della propria immagine bella e pura: come i “fanciulli-fiore” della mitologia greca, affascinanti ma destinati a una brutta fine, come nel mito di Narciso.
Forza verticale e forza orizzontale
La psiche maschile è il campo di battaglia di due forze contrastanti. Una attira il maschio verso l’alto, verso le grandi idee e le celesti aspirazioni: concedersi eccessivamente a questa potenza, connessa alla tendenza all’anticorporeità, conduce il corpo alla distruzione, come nel volo di Icaro. È probabile che questa stessa forza agisca negli eterni fanciulli kamikaze. Viene definita spirituale, anche se l’idea della materia che si oppone allo spirito sembra piuttosto una costante delle religioni autoritarie, predisposte al fanatismo, in cui si spinge a vivere male l’amore per deprimere energie e voglia di vivere e controllare più agevolmente i comportamenti.
Il miglior amante è invece colui che riconosce il proprio corpo e quello altrui come dotati di forza e bellezza. La forza verticale, lo spirito e gli ideali (il volo di Icaro, ma alla giusta quota), si unisce alla forza orizzontale, che ci fa inchinare dinnanzi alla bellezza della terra, del corpo e della natura, come nei simboli della Croce e della Stella di Davide, in cui una linea o un triangolo si saldano al loro opposto. Lavorare sull’equilibrio di queste forze significa promuovere il nostro equilibrio mentale: la loro fusione, attraverso l’esperienza dell’amore autentico, sembra l’unica via percorribile.
Dal Dio Fallo all’oggetto di derisione
Nelle iniziazioni maschili si insegnavano all’uomo la bellezza e la potenza del principio maschile, mentre oggi l’aggettivo “fallico” tende a essere dispregiativo, sinonimo di prepotente, violento e dominatore. Basti osservare il significato che attribuiamo comunemente a parole come “figata”, positiva, e “cazzata”, negativa. In Occidente sono pochi i casi in cui il membro maschile viene rappresentato con valenza positiva, eppure per secoli e in tutte le culture il Fallo è stato onorato come principio maschile che, insieme al principio femminile, dava origine e continuità alla storia del mondo. Nei riti iniziatici dei cosiddetti “primitivi”, che si tengono nel momento dello sviluppo, l’importanza della sessualità maschile si esprime in forme di adorazione in chiave transpersonale, cioè nella prospettiva di trascendere l’io.
Per motivi storico-culturali, dalla rivoluzione industriale ai due conflitti mondiali fino al boom economico, nelle culture occidentali il maschio non viene più iniziato dal padre e da altre figure maschili, ma dalla madre e da altre donne. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il figlio non interrompe la dipendenza dalla madre, subisce la cosiddetta “matrizzazione” e viene consegnato alla moglie, erede, spesso giustamente riluttante, del potere materno. Il maschio passa così da una dipendenza all’altra senza aver compiuto i suoi viaggi iniziatici né sviluppato la propria sensibilità e autonomia. Da questa condizione di maschio femminilizzato è nata una cultura che svaluta e deride la base simbolica della condizione maschile, trasformandola in oggetto di barzelletta: persino Rousseau, in uno scritto, la definì “l’oggetto ridicolo”.
Ritrovare il dialogo con il padre
La sua caratteristica autentica è invece la “forza equilibrata”: l’erezione è un atto di forza, equilibrio e centratura, mentre privo di forza il pene oscilla, tanto che in Toscana viene chiamato “il bischero”, da cui il significato di “stupido”. Lo smarrimento della relazione con il proprio istinto maschile e con l'”uomo selvatico” che ne è portatore conduce a una psicologia maniaco-depressiva più o meno camuffata. Per ritrovare il gusto e la capacità di amare, i maschi matrizzati devono liberarsi del fastidio che provano per il padre, dinamica che produce effetti negativi sulle loro opinioni sulla natura maschile.
In base a quanto accade nelle terapie con figli matrizzati, per diventare capace di amare sembra indispensabile che il figlio possa riaprire un dialogo, anche simbolico e interiore, con il padre e con il mondo maschile che lo ha preceduto. Una terapia ben condotta può essere utile nella costruzione di questo dialogo con se stessi. Accettare la sfida in una società in cui “maschio è brutto” non è facile, ma può riservare al novello Parsifal sorprese inaspettate, e anche la donna ne godrà, liberata da fardelli che non le appartengono. Il degrado della sessualità, vissuta come un esercizio di benessere pari al body building o come un anti-stress, o peggio come messa in atto di traumi non elaborati, via maestra alle parafilie, è sotto gli occhi di tutti. Lavorare sugli archetipi consente di indagare i desideri e le fantasie più profonde, promuovendo la connessione con i “mondi altri” di cui facciamo parte, come la dimensione del sogno. Esprimere noi stessi ai vari livelli, nonostante i condizionamenti, è un modo per risparmiare sui dazi che la vita cosciente paga all’inconscio, troppo spesso gestito in modo coatto e sempre in cerca di un’occasione per vendicarsi.
Domande frequenti
Cosa significa che “maschi si diventa”?
Significa che l’identità maschile non è data solo dalla conformazione anatomica, ma si costruisce attraverso le relazioni affettive e sessuali: prima con la madre, poi con il padre e infine con gli altri. Senza un’educazione ai sentimenti e senza iniziatori, il maschio “è tale solo di nome”.
Cos’è la “matrizzazione”?
È la condizione del maschio cresciuto e iniziato solo da figure femminili, che non interrompe la dipendenza dalla madre e passa da questa alla moglie senza aver sviluppato la propria autonomia e sensibilità maschile. Ne deriva la difficoltà di molti “figli senza padre” a sentirsi uomini.
Cos’è l’archetipo dell’Eterno Fanciullo?
È una forza inconscia che spinge il maschio a non definirsi, a evitare di diventare adulto e a innamorarsi della propria immagine “bella e pura”. Impedisce di confrontarsi con l’Ombra, dove risiedono anche i contenuti più profondi della maschilità, e rende affascinanti ma poco vitali.
Come si può, secondo questa prospettiva, ritrovare la capacità di amare?
Riaprendo un dialogo, anche simbolico e interiore, con il padre e con il mondo maschile che ci ha preceduto, e liberandosi del fastidio verso di lui. Una terapia ben condotta può accompagnare questo percorso di riconciliazione con la propria condizione.
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