Una storia ai margini della storia
Amanita è ambientato nella Val Limentra, un luogo “dimenticato dalla storia”, lontano dal mare e dal progresso: posti sperduti, gente povera e schiva. È in questo mondo arcaico, dominato dalla fatica e dalla superstizione, che Cremonini colloca una vicenda di diversità e di pregiudizio.
Il titolo stesso è una metafora: l’amanita, il fungo che è l’unica nota di colore del bosco, viene distrutto a vantaggio della grigia uniformità, più piatta, ma percepita come meno pericolosa. Sarà per rabbia o per paura, proiezioni del proprio malessere, ma è ciò che accade anche alle protagoniste: chi è diverso viene eliminato, perché in quel mondo non c’è spazio per giustificazioni o sfumature.
Zelda e Malvina: un unico destino
La stessa sorte dell’amanita tocca a Zelda e Malvina, due belle ragazze (una dal fascino selvaggio, l’altra più delicato) nate a duecento anni di distanza (nel 1669 e nel 1899) ma unite da un identico destino tragico. Ciò che le accomuna è un difetto fisico, che però non è una mancanza, bensì un’aggiunta: un’anomalia imbarazzante, letta dagli occhi ignoranti del tempo come “segno del demonio”.
Le due donne saranno offese e maltrattate soprattutto dagli uomini, perché, come suggerisce il romanzo, “dagli uomini arrivano disgrazie e patimenti”. Le loro storie diventano così l’emblema di come una comunità chiusa possa trasformare la diversità in colpa, e la fragilità in bersaglio. Un tema che, pur ambientato in secoli lontani, resta amaramente attuale.
La forza (e la crudezza) del racconto
Il romanzo si apre con la nascita di Malvina, accolta senza entusiasmo perché una figlia femmina, un tempo, non era mai la benvenuta; eppure la bambina sarà poi amata teneramente. Zelda, invece, nasce dalla violenza e dall’abbandono, e verrà amata dalla quieta Desolina di un amore materno totale, quasi bestiale, capace di sfiorare la follia se minacciato. La sua nascita avviene in completa solitudine, come se madre e figlia fossero due creature del bosco.
Cremonini non risparmia nulla al lettore: il sangue, la morte nella sua crudezza, gli odori, i soprusi. Tutto è detto con le parole del popolo, quelle che il popolo non censura. È la grande abilità dell’autore: mantenere, dalla prima all’ultima pagina, un lessico “basso” e insieme elegante. I critici, a proposito di Verga, parlavano di “artificio della regressione”, la capacità di sposare il punto di vista della povera gente, tanto che l’opera sembra scriversi da sé. In Amanita, se questa tecnica c’è, non si vede: restiamo sempre immersi nel paese, a sentire la fame, le violenze e le ingiustizie di allora.
Il male raccontato senza compiacimento
È un’opera “al nero”, questa? C’è molta disperazione, nell’anima e nei corpi: corpi straziati per l’ignoranza e l’avidità di chi si fa grande sul dolore altrui. Eppure il male è raccontato così bene che il lettore è costretto a sostare sui dettagli, a cogliere ogni sfumatura, senza compiacimento ma con una tensione che non si scioglie. Ci si augura il riscatto, che deve pur arrivare, perché la vita non può essere solo un gioco a perdere.
Il mondo di Amanita è popolato di figure sgradevoli, “cattive nello sguardo e nelle azioni”, che l’autore ribattezza con soprannomi nati da un difetto fisico o del carattere. Non salva nemmeno i preti. Coloro che segneranno il destino delle protagoniste portano addirittura nomi dell’aldilà: un modo per iscrivere il male, simbolicamente, nel tessuto stesso della comunità.
Le figure di luce
Per fortuna, oltre al candore di Zelda e Malvina, Cremonini regala qualche figura femminile che compensa l’orrore. La Lupa (solo nel nome simile a quella verghiana) è una donna che continua la tradizione della madre: curare la terra e le persone con i segreti delle erbe. Ha qualcosa di mitico: rifugge il paese per scelta di solitudine, fatica a parlare perché rimasta troppo a lungo in silenzio, ma sa toccare la bambina con delicatezza e augurarle il futuro della malva, che “mai si strappa, perché lasciando le radici ricresce”.
C’è poi la Giordanina, “la donna della roba corta”, forse il capitolo più bello: arriva una volta all’anno da chissà dove, con il fascino della bella straniera, e offre piccoli oggetti femminili (bottoni, aghi, stoffe) ma anche storie, consigli, ricette. Lo stupore si rinnova ogni volta che svuota la sua gerla di tesori. Sono questi gesti di benevolenza a regalare la gioia di una carezza: la grazia della Lupa, lo sguardo buono di una suora, l’affetto di una madre. Come se la confidenza e la tenerezza esistessero, in quel mondo, quasi solo tra donne.
Prigionieri con o senza finestre
Non c’è però, alla fine, una conclusione riparatoria. È come se Cremonini ci dicesse, con parole vicine a quelle di Gibran, che siamo tutti prigionieri: ma alcuni stanno in celle con finestre, altri senza. Aver “murato” le sue donne nel pregiudizio e nel ricordo del dolore ha un senso preciso: dirci che esistono dolori incontenibili, soprattutto quando non si intravedono vie di fuga, aperture di sorta.
È qui, in fondo, il cuore psicologico e civile del romanzo: la libertà non è mai scontata, e il pregiudizio è una prigione tanto reale quanto le sbarre. Amanita ci ricorda che la diversità diventa colpa solo negli occhi di chi guarda, e che riconoscere il valore di ciò che è “diverso” (come l’unico fungo colorato del bosco) è il primo modo per aprire una finestra dove sembrava non essercene alcuna.
Domande frequenti
Di cosa parla il romanzo “Amanita”?
Racconta le storie di Zelda e Malvina, due donne nate a duecento anni di distanza in un luogo isolato della Val Limentra, unite da un difetto fisico che le rende “diverse” e per questo bersaglio di pregiudizio e violenza. È una potente metafora sulla diversità e sull’esclusione.
Qual è il significato del titolo?
L’amanita è il fungo colorato che viene distrutto a vantaggio della grigia uniformità del bosco, percepita come meno pericolosa. È la metafora di ciò che accade alle protagoniste: chi è diverso viene eliminato per rabbia o paura, proiezioni del malessere di una comunità chiusa.
Perché lo stile del romanzo è considerato notevole?
Perché Cremonini mantiene un lessico “basso” e popolare e insieme elegante, immergendo il lettore nel mondo dei personaggi. Richiama l'”artificio della regressione” di verghiana memoria, ma reso invisibile: la tecnica non si vede, e restiamo sempre dentro la storia.
Qual è il messaggio di fondo?
Che la diversità diventa colpa solo negli occhi di chi guarda, e che il pregiudizio è una vera prigione. Come suggerisce l’immagine finale, siamo tutti prigionieri, ma alcuni in celle con finestre e altri senza: esistono dolori incontenibili quando mancano vie di fuga.
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