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Mary Shelley: la morte per compagna (e la vita come aspirazione)

Mary Shelley è passata alla storia come l'”inventrice” di Frankenstein, ma dietro il celebre romanzo si nasconde la vicenda di una donna segnata dal lutto fin dalla nascita. Figlia di due grandi intellettuali, moglie di un poeta famoso, madre più volte in lutto, visse una delle esistenze più dense e dolorose della letteratura. La sua […]

Psicolab — Mary Shelley: la morte per compagna (e la vita come aspirazione)
Mary Shelley è passata alla storia come l'”inventrice” di Frankenstein, ma dietro il celebre romanzo si nasconde la vicenda di una donna segnata dal lutto fin dalla nascita. Figlia di due grandi intellettuali, moglie di un poeta famoso, madre più volte in lutto, visse una delle esistenze più dense e dolorose della letteratura. La sua opera più celebre non è solo un capolavoro gotico: è il “canto stanco” di una donna cresciuta nella morte, e una straordinaria lettura psicologica del doppio e del desiderio, impossibile, di riportare in vita chi si ama.

Nata dalla morte

Mary Wollstonecraft Godwin, nata a Londra nel 1797, non ebbe genitori comuni: il padre, William Godwin, era uno scrittore impegnato nel sociale; la madre, Mary Wollstonecraft, colta e di forte personalità, è considerata un’antesignana del movimento femminista. Ma nella vita di Mary la morte si innesta subito, come una presenza costante: la nascita della bambina causò la morte della madre, e per Godwin fu un dolore immenso.

La piccola crebbe così accanto a un uomo di mezza età, provato dalla perdita, che trovava rifugio nella razionalità e nel pensiero, esprimendo l’affetto solo attraverso rapporti intellettuali. L’intesa tra padre e figlia fu inizialmente magnifica, finché non arrivò la matrigna, Mary Jane, vedova con due figli: il rapporto tra la bambina e la nuova arrivata assunse i toni della fiaba di Cenerentola, con gelosie e attenzioni negate. Un raggio di serenità furono per Mary i periodi trascorsi in Scozia presso amici di famiglia, i Baxter, dove conobbe l’esempio di un nucleo affettivo unito e protettivo che le sarebbe rimasto caro; già dall’infanzia, del resto, penna e calamaio erano la sua passione.

L’incontro con Percy Shelley e la fuga

Nel 1812 Mary conosce Percy Shelley, giovane poeta altolocato e già noto, sposato e ormai discepolo di suo padre. Qualche tempo dopo, tra i due nasce una storia che molti disapprovano: Percy è attratto dalle doti di Mary ma anche dal prestigio dei suoi genitori, lei è affascinata da questo idealista talentuoso. Paradossalmente, sarà proprio Godwin, tanto liberale a parole, a opporsi. Come andava di moda all’epoca, Percy tenta il suicidio, e i due finiscono per fuggire insieme in Francia, accompagnati dalla sorellastra di Mary.

Seguono otto anni insieme: anni di estrema povertà, critiche moralistiche, continui spostamenti tra Svizzera e Italia. E lutti terribili: la prima figlia muore appena nata, il secondo a tre anni di malaria, la terza a pochi mesi. Solo uno, Percy Florence, nato nel 1819, diventerà adulto, una perdita spaventosa anche per un’epoca di alta mortalità infantile. Nello stesso periodo si suicidano la sorellastra e la moglie legittima di Percy. Intanto Mary scriveva di continuo, senza successo, e annotava i suoi vissuti: in un sogno la sua neonata morta tornava viva da lei. Comincia a nascere in lei un’idea costante, quasi ossessiva: il ritorno dalla morte.

La nascita di Frankenstein

In quella cerchia di rapporti intensi e di “amore libero” si aggiunse Lord Byron, che nel 1816 seguì il gruppo in Svizzera. Fu proprio in una sera di quello che sarebbe rimasto noto come “l’anno senza estate” che l’allegra compagnia, per ingannare la pioggia incessante, indisse una sorta di gara letteraria a tema gotico. In quelle discussioni, in un’epoca affascinata dalle scoperte di Galvani sull’elettricità, nacque l’avventura di uno scienziato che vuole restituire il soffio vitale a un cadavere: Frankenstein, o il moderno Prometeo, pubblicato nel 1818.

Verranno altri lavori, ma nessuno avrà la stessa fama. E per Mary era pronto l’ennesimo dramma: nel 1822 Percy muore durante un temporale, mentre naviga in Liguria. La loro unione si era ormai sgretolata tra perdite, tradimenti e reciproche accuse. Eppure fu proprio la vedova venticinquenne a scriverne la biografia e a raccoglierne i versi, consegnando al mondo un’immagine idealizzata dell’uomo. Da allora si dedicò ai suoi racconti e soprattutto al figlio, non più alla propria vita di donna. Morì nel 1851, probabilmente di un tumore al cervello, e fu sepolta, come aveva chiesto, accanto ai genitori.

Frankenstein: una lettura psicologica

Frankenstein non è solo la trovata di una figlia del proprio tempo, spaventata dal progredire della scienza, né soltanto un monito contro la superbia umana che vuole sostituirsi a Dio. È anche il canto stanco di una donna cresciuta nel lutto. Il tema del ritorno alla vita, così inquietante, diventa forse un tentativo di guarigione: Mary è capace di avere figli, ma le muoiono uno dopo l’altro. Ancora ventenne, quasi tutte le persone che ama sono venute meno. Per lei, l’esperienza insegna che vivere è morire. Ed ecco allora un cadavere, uno scienziato e l’energia infusa come gesto quasi ultraterreno: ma un gesto macabro, dall’epilogo spaventoso.

Il doppio

Ciò che si tenta di riportare in vita, contro la natura, è un mostro, un mostro che è il doppio. Non è un caso che tutti chiamiamo “Frankenstein” la creatura rianimata, quando in realtà Frankenstein è il nome del suo inventore: è una scissione simbolica in due caratteri che sono uno solo, la razionalità e l’ingegno da una parte, l’oscura forza istintuale dall’altra. Il terrificante protagonista non ha nome né identità: è la Creatura, recipiente di impulsi e disperazione, proiezione di ciò che di buio e ignoto abitava l’autrice e il suo passato segnato. Una creatura non amata, non compresa, strappata dal suo sonno: un dottor Jekyll e mister Hyde ancora più drammatico, un coraggioso inno alla complessità della psiche umana, in cui il dare vita diventa perversione, come le sue maternità date e poi tolte.

Mary è sempre stata al centro di una figura in cui i ruoli si confondono: figlia di una donna morta per averla, madre di bambini che muoiono. Nella sua mente, è lei la “distruttrice” per antonomasia: del vigore di chi ama, del rapporto con il padre, del matrimonio di Percy. Pur rifiutando la morale vittoriana, tentò comunque, senza riuscirci, di realizzarsi come madre amorevole e nulla più. La Creatura è il fallimento, l’odio, la rabbia, l’utopia disastrosa: l’ambivalenza tra la donna moderna e “superiore” che sente di dover essere e il bisogno di una realizzazione privata e quieta che non arriva mai.

Idealizzare per sopravvivere

Quando Percy affoga, pur nelle incoerenze della loro unione, a Mary non resta che esaltarlo e idealizzarlo, immettendo in lui le qualità che ne fanno un “oggetto buono”: la prova, almeno, che qualcosa di positivo c’è stato nella sua vita. Lo eterna, consegnando alla propria epoca un letterato di fama, per convincersi che tutto lo scandalo e il sacrificio del loro incontro non siano stati inutili, non solo fonte di una sofferenza vissuta come punizione. Nessuno dei suoi ruoli, figlia afflitta, madre in lutto, moglie guardata con diffidenza, scrittrice a lungo incompresa, raggiunse la pienezza che sperava. Non le restò che onorare la memoria di un uomo e chiedere di essere sepolta accanto ai genitori: troppo ferita, dedicò le sue forze all’altro, a chi sentiva irrazionalmente di aver privato di quel soffio vitale che, come insegna Frankenstein, è impossibile dare. E che, anche riuscendoci, porta solo dolore.

Domande frequenti

Chi era Mary Shelley?

Una scrittrice inglese (1797-1851), figlia dei pensatori William Godwin e Mary Wollstonecraft e moglie del poeta Percy Bysshe Shelley. È celebre soprattutto come autrice di “Frankenstein, o il moderno Prometeo” (1818), scritto a soli diciannove anni.

Come nacque Frankenstein?

Nell’estate del 1816, “l’anno senza estate”, durante un soggiorno in Svizzera con Percy Shelley e Lord Byron. Per ingannare il maltempo, il gruppo indisse una gara di racconti gotici: da lì, e dal fascino per gli esperimenti di Galvani sull’elettricità, nacque l’idea del romanzo.

Perché Frankenstein ha una lettura psicologica così ricca?

Perché riflette il vissuto di lutto di Mary, che perse la madre alla nascita e quasi tutti i figli. Il tema del ritorno dalla morte esprime il suo desiderio impossibile, e la Creatura senza nome rappresenta il “doppio”: la proiezione degli impulsi oscuri e del dolore dell’autrice.

Perché chiamiamo “Frankenstein” la creatura?

È un equivoco diffuso: Frankenstein è il nome dello scienziato inventore, mentre la creatura non ha nome, è semplicemente la “Creatura”. Questo scambio riflette bene la scissione simbolica tra creatore e creatura, ragione e istinto, che è al cuore del romanzo.

La vita di Mary Shelley fu segnata dalla morte fin dalla nascita: perse la madre venendo al mondo, poi quasi tutti i figli e infine il marito. Frankenstein non è solo un capolavoro gotico, ma il “canto stanco” di questo lutto: il desiderio impossibile di riportare in vita chi si ama, e la creatura senza nome come “doppio”, proiezione degli impulsi oscuri e del dolore dell’autrice. Idealizzando Percy dopo la sua morte, Mary cercò di dare un senso al sacrificio della propria esistenza. Un’opera, e una vita, che restano una potente riflessione sulla complessità della psiche umana.
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Una risposta a “Mary Shelley: la morte per compagna (e la vita come aspirazione)”

  1. Fanny non era Claire. Fanny era la prima figlia di Mary Wollstonecraft.
    Quella che si faceva chiamare Claire, e che ha avuto una bambina (Alba Allegra) da Byron, era Mary Jane Clairmont, la figlia illegittima della seconda moglie di Godwin.

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