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Mente

Mary Shelley: la morte per compagna (e la vita come aspirazione)

Aveva un volto bello, di una bellezza levigata e leggermente diafana.
Coi suoi enormi occhi spalancati sul mondo avrebbe visto provato e sofferto infinitamente per poi diventare semplicemente lei, non più moglie di un celebre poeta, ma Mary Shelley, l’“inventrice” di Frankenstein e l’artista ancora oggi sconosciuta.
Ci sono persone che vivono a lungo, più o meno serenamente, con stagioni morbide da ricordare e fiducia nel domani.
E poi ci sono esistenze più brevi, frastagliate come alcune coste del nord, senza tregua o scampo, ma così dense che lasciano, infine, un segno.
 
Mary Wollstonecraft Godwin non aveva due genitori usuali: suo padre, William Godwin, era uno scrittore sagace e impegnato nel sociale e la madre, Mary Wollstonecraft, strenua promotrice dei diritti femminili e donna di enorme cultura e personalità, è considerata una iniziatrice (in largo anticipo) del movimento femminista.
Eppure da subito nella vita della Shelley, nata a Londra nel 1797, si innesta la morte, come una figura costante, un personaggio che le sarà sempre accanto: Godwin rimane vedovo – la nascita della piccola Mary ha causato la morte della moglie – e per lui sarà un dolore immane.
La piccola si ritrova a vivere così con un uomo di mezza età, profondamente provato dalla perdita della donna che tanto amava, ma ben deciso a trovare rifugio in ciò che più gli viene semplice: la razionalità e il pensiero.
Con lui solo rapporti intellettuali, per esprimere attaccamento.
In compenso c’è Fanny, la sorellastra, parola che suona male, ma che farà magnifica compagnia alla Mary bimba presa da voli pindarici e dalla compagnia di adulti, adulti esponenti del mondo della cultura e dell’arte: stimolante, ma ben poco adatti alla sua età.
Malgrado ciò, l’intesa tra padre e figlia è magnifica ed esemplare, inizialmente.
Finchè non arriva un elemento disturbante, la matrigna: Mary Jane, vedova con due figli (Charles e Jane). E il rapporto tra la bimba e questa nuova arrivata diviene il tipico stereotipo di Cenerentola.
Mary Jane è infastidita dalla forte relazione tra il consorte e la bambina ed è urtata dalle mille attenzioni che tutti le dedicano. Mentre Jane studia in una scuola prestigiosa, Mary si prepara a casa, le sue lettere vengono lette, la sua vicinanza al padre è disturbata.
I conflitti aumentano con gli anni e durante l’adolescenza ciò che Mary ebbe di più prezioso fu un lungo periodo trascorso in Scozia dai Baxter, amici di famiglia. Lì apprese un esempio di nucleo affettivo unito, costante e protettivo che le sarebbe sempre rimasto caro nei ricordi e avrebbe trovato eco in alcuni suoi scritti, poiché penna e calamaio erano sua passione già dall’infanzia.
E’ tornando a casa che conosce, nel 1812, Percy Shelley, giovane e altolocato poeta già piuttosto noto, sposato e – soprattutto – ormai discepolo di William Godwin.
Qualche stagione dopo, quando la ragazza è già più donna, fra i due inizia una storia che molti disapprovano. Percy è attratto non solo dalle doti di Mary, ma anche dall’identità dei suoi due grandiosi genitori. Lei invece è affascinata da questo efebico idealista talentuoso.
Malgrado la tanto sventolata liberalità e “apertura mentale” del padre, sarà proprio Godwin a mettere un freno a questa storia – come andava quasi di moda all’epoca, il teatrale Shelley tenta il suicidio e alla fine i due fuggono assieme in Francia, accompagnati dalla sorellastra di Mary, Jane.
 
Otto anni trascorrono assieme.
Anni di estrema povertà, di critiche moralistiche, di continui spostamenti in Svizzera e Italia.
E morti: la loro prima figlia appena nata, il secondo di malaria a tre anni, la terza a una decina di mesi a causa della dissenteria. Solo uno, Percy Florence, nato nel 1819, diventerà adulto – una media terribile anche in un´età in cui la mortalità infantile era alta.
Sempre in quel periodo, il suicidio della sorellastra Fanny e della moglie legittima di Percy.
Intanto Mary scriveva, senza alcun successo, ma continuamente.
E ci resta molto anche delle sue annotazioni personali, fra le quali un sogno in cui la sua neonata morta in realtà stava benissimo e tornava da lei.
Inizia a nascere questa idea costante, quasi mania, del ritorno dalla morte.
E intanto prosegue lo strano menage molto “moderno”: prima dell’epilogo tragico, si era creato, in un cerchio di “amore libero”, uno scambio non solo emotivo tra Percy e Fanny, e in seguito lo stesso stimolò Mary a seguire l’esempio con un loro amico.
Sempre Fanny, che si faceva chiamare Clare, ebbe poi una relazione col celebre Byron, che divenne assai amico di tutti loro e li seguì nel 1816 in Svizzera. Fu proprio in una sera di quello che rimarrà noto come “l’anno senza estate” che l’allegra compagnia, per non annoiarsi della costante pioggia, decise di indire una specie di concorso letterario dal tema gotico.
In quelle lunghe discussioni, in un’epoca interessata alle scoperte di Galvani, nacque l’avventura di uno scienziato che voleva riportare soffio vitale in un cadavere – Frankenstein o il nuovo Prometeo, pubblicato nel 1818.
Verranno altri lavori, ma nessuno ebbe la stessa fama e lo stesso riconoscimento, alcuni sono stati addirittura pubblicati da noi pochi decenni fa.
Intanto, l’ennesimo dramma era pronto per Mary: durante un temporale, mentre stava navigando in Liguria, Percy muore, nel 1822.
La loro unione si era andata sgretolando, di fronte a molte prove: le perdite, il tentativo del poeta di consolarsi con altre donne, i rimorsi e le reciproche accuse.
Eppure, fu proprio la vedova venticinquenne a scrivere la biografia di Shelley e a riunire i suoi versi, che consegnò al mondo con una visione dell’uomo che dentro di lei divenne idealizzata.
Si dedicò a quel punto ai suoi fogli fitti di racconti, ancora di più al figlio, non più alla sua vita di donna.
Si riscoprì figlia di un padre che l’aveva perdonata, ma che più non le si era realmente avvicinato, e i giorni di Mary scorrevano rinchiusa in casa.
La sua produzione letteraria è sterminata – fino al 1848, quando inizierà a manifestare i primi segni di un probabile cancro al cervello.
Morì nel 1851 e fu inumata, come chiese espressamente, assieme ai suoi genitori.
 
Frankenstein non è solo la trovata letteraria di una figlia del proprio tempo, presa dallo stranimento e dal timore di fronte al progredire della scienza.
Non è esclusivamente monito alla superbia umana che si vuole sostituire a Dio, ma è anche il canto stanco di una donna cresciuta nel lutto.
Il tema del ritorno alla vita, così inquietante e grottesco, diviene forse tentativo di guargione: Mary è capace di avere bambini, ma le muoiono uno dopo l’altro – questa vitalità che svanisce in fretta, crudele.
Ancora nei suoi vent’anni, quasi tutte le persone a lei care son venute meno.
In lei, vivere è morire – questo le insegna l’esperienza.
E allora ecco un cadavere e un uomo di scienza, e l’energia infusa come gesto quasi ultraterreno di ritorno – eppure un gesto macabro, con un epilogo spaventoso.
Ciò che si tenta di riportare a noi, contro la natura e contro il nostro desiderio, è un mostro – un mostro che è il doppio.
Non è un caso che tutti noi diamo a questo corpo rianimato del celebre romanzo il nome di Frankenstein – quando in realtà nessuno lo chiama e Frankenstein è il suo inventore.
Questa scissione simbolica in due caratteri che sono uno solo – la razionalità, l’ingegno da una parte e l’oscura forza istintuale dall’altra.
Il terrificante protagonista dell’opera non ha un nome, non ha un’identità dunque: è la Creatura, recipiente di impulsi e disperazione e proiezione di quanto di buio e ostile e ignoto è nell’autrice stessa e nel suo passaato così segnato – una creatura non amata, non compresa, indefinita e tolta dal suo sonno.
E’, in un certo senso, un dottor Jekyll e mr Hyde più drammatico (comunque un coraggioso inno alla complessità della psiche umana) – il dare vita come perversione, con una fine infelice, come continue maternità date e poi tolte.
Mary è sempre stata al centro di una figura in cui sfuocano i ruoli – figlia di una donna che è morta per averla, madre di piccoli che muoiono.
Nella sue parole distruttive è lei la distruttrice per antonomasia – almeno nella propria testa.
Distruttrice del vigore e della salute di chi ama e di chi l’ha amata, del rapporto con l’adorato padre, del matrimonio di Percy – nessuno scampa a Mary.
E in quella mente che le fa ripudiare la morale vittoriana, lei pure tenta comunque di realizzarla, senza successo – una mamma amorevole come tante e http:\\/\\/psicolab.neta più.
La scia di infelicità che la segue continua come un mantra in cui il poeta Shelley è il soggetto primo di ogni speranza: è in lui, giovane e capace, che lei investe affettivamnte ed emotivamente nel tentativo di un qualche equilibrio.
Lui la ama, eppure sopravvive.
Quando però Percy affoga, pur nelle incoerenze della loro unione, a Mary non resta che esaltarlo, idealizzarlo, immettere in lui quelle qualità che ne fanno l’oggetto buono, almeno una prova che qualcosa di positivo c’è stato in lei.
Lo eterna – riuscire a eternare almeno lui, consegnare alla propria epoca un letterato di fama, se non altro.
E convincersi così che tutto lo scalpore e il sacrificio venuto dal loro incontro, non è stato inutile e solo fonte di una sofferenza percepita quasi come punizione o maledizione.
Il doppio che è in Frankenstein è il doppio che è in Mary – l’ambivalenza fra la donna moderna, colta e “superiore” che sente di dover essere (per natali e formazione) e l’incessante necessità di una realizzazione più modesta, privata quieta, che non avviene.
La Creatura è il fallimento, l’odio, la rabbia, la vendetta – ciò che non ha funzionato, l’utopia disastrosa.
 
Mary non ha mai smesso d’essere figlia – ma è stata una figlia afflitta.
Ancor più afflitta come madre e non considerata come moglie – guardata con diffidente stupore la scrittrice.
Dei suoi ruoli, nessuno ha raggiunto quella pienezza che sperava – non le è restato che onorare la memoria di un uomo e chiedere la sepoltura coi propri genitori.
Troppo ferita e colpita, ha dedicato pensieri e forze all’altro, al diverso da sé – a coloro che verosimilmente sentiva (irrazionalmente) d’aver privato di quel soffio vitale che – Frankenstein ce lo insegna – è impossibile dare.
Anche a riuscirci, ne vien solo dolore.

Alessia Ghisi Migliari

Alessia Ghisi Migliari

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