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Comportamento

Uno sguardo alle disprassie evolutive

Nel DSM-IV la disprassia è classificata all’interno dei Disturbi della Coordinazione Motoria, giacché viene evidenziata la coesistenza di problemi di incoordinazione motoria e problemi percettivi, che spesso esitano nella disprattognosia (DSM-IV, criterio A). Sebbene escludano condizioni di ritardo mentale e/o disturbi generalizzati dello sviluppo (DSM-IV, criterio C), tali disturbi interferiscono con l’apprendimento scolastico e lo svolgersi delle attività quotidiane (DSM-IV, criterio B), poiché sono caratterizzati da una marcata difficoltà e/o da un ritardo della coordinazione motoria, dall’assenza di condizioni patologiche mediche1 e da una prevalenza rispetto ad altre generalmente associate.
Piuttosto, l’ICD-10 mette la disprassia in relazione con il disturbo evolutivo specifico della funzione motoria attraverso i seguenti criteri:
– difficoltà di coordinazione, presente dalle prime fasi di sviluppo e non dipendente da deficit neurosensoriali e neuromotori; il deficit della coordinazione motoria non può essere spiegato da una condizione di ritardo mentale;
– entità della compromissione variabile e modificabile in funzione all’età;
– ritardo di acquisizione delle tappe dello sviluppo motorio, a volte accompagnato da ritardo dello sviluppo del linguaggio (componenti articolatorie);
– goffaggine nei movimenti;
– ritardo nell’organizzazione del gioco e del disegno (tipo di deficit costruttivo);
– difficoltà in compiti visuo-spaziali;
– presenza (non costante) di segni neurologici sfumati, privi di sicuro significato localizzatorio;
– presenza (non costante) di difficoltà scolastiche e di problemi socio-emotivo-comportamentali.

La disprassia in età evolutiva viene inserita nell’ambito della psicopatologia delle condotte motorie (Simonetta, 2007, p. 85), giacché è l’incapacità a compiere movimenti volontari, coordinati intenzionalmente tra di loro, in funzione di uno scopo. Queste difficoltà, nella realizzazione degli automatismi motori, possono interessare la prassia della marcia, l’organizzazione del tratto grafico e dei movimenti oculari. I movimenti scoordinati, l’andatura poco sciolta, le difficoltà a salire e scendere le scale, ad allacciarsi le scarpe e a impugnare correttamente matite, penne e pennarelli sono i segni visibili di una difficoltà che, sotto il profilo del tekmerion, significa anche tensione agli arti, scarso orientamento, paura a muoversi in uno spazio più ampio, scarsa confidenza con il movimento del proprio corpo e con le sensazioni cinestetiche correlate. L’elemento uditivo-temporale della prassia viene spesso coinvolto in queste difficoltà, dal momento che ogni automatismo ha una propria durata ritmica, la quale implica un prima e un dopo, ovvero un’organizzazione nel tempo e nello spazio. La presenza di una disprassia dello sguardo, così come una difficoltà nel disegno e nelle attività visuocostruttive, permette alcune riflessioni circa il valore predittivo per la comparsa di una disprassia aprassica in età scolare, la quale si palesa attraverso una difficoltà ad assemblare le parti di un modello. Il semeion della disprassia costruttiva viene rivelato anche dalle difficoltà nella copia di figure geometriche, nella riproduzione di oggetti o immagini. L’elaborato risulta essere una brutta copia del modello da riprodurre, attenta soltanto alla forma globale ma non ai dettagli. Ne consegue che i sintomi di disfunzione dei sistemi di pianificazione dell’atto motorio volontario possono essere spesso associati a disturbi dell’area delle competenze visuo-spaziali.

Poiché ancora oggi mancano criteri univoci rispetto alla definizione, alla diagnosi e all’eziologia della disprassia in età evolutiva,3 è necessario distinguere tra disturbo dell’atto motorio e disprassia. Il disturbo dell’atto motorio può essere incluso nei disturbi della coordinazione motoria (DCD), invece la disprassia implica «il deficit di esecuzione di un gesto intenzionale e difficoltà rispetto alla pianificazione, programmazione ed esecuzione di una serie di atti deputati al raggiungimento di uno scopo» (Sabbadini, 2005, p. 29). Per comprendere meglio il significato della parola disprassia in un’ottica evolutiva, è necessario evidenziare la mancata acquisizione di funzioni adattive in riferimento al concetto di prassia, inteso come un sistema di movimenti intenzionali, coordinati, finalizzati e compiuti in funzione di uno scopo. Oltre al disturbo esecutivo, nella disprassia sono presenti disordini dello schema corporeo, dispercettivi, costruttivi, temporospaziali e linguistici. In particolare il disturbo espressivo viene interpretato come un disordine dell’input propriocettivo, il cui risultato è il fallimento nella programmazione e nell’esecuzione dei movimenti necessari per il linguaggio espressivo. Il deficit sequenziale investe non soltanto la programmazione della sequenza dei movimenti per la produzione del linguaggio, ma soprattutto l’idea stessa di sequenzialità. I bambini con disprassia verbale hanno bisogno di ricevere messaggi corti e lenti, hanno la tendenza a esprimersi a gesti, presentano un deficit dell’attenzione, hanno difficoltà sul piano dell’organizzazione temporale e spaziale. Questi bambini presentano spesso associati altri segni di disprassia a carico degli arti, dell’abbigliamento e della scrittura. Rispetto alla capacità di eseguire i movimenti in sequenza con gli arti superiori e agli aspetti legati alla gestualità, viene confermata l’ipotesi di un comune meccanismo sottostante le abilità di esecuzione di movimenti delle mani, delle dita, degli arti e dell’articolazione.
Difatti lo stato attuale delle ricerche e delle sistemazioni teoriche evidenzia una correlazione tra difficoltà linguistiche e prassiche, dal momento che è stato identificata, dal punto di vista anatomico, l’esistenza di un sistema neuronale a specchio, dove la rappresentazione cerebrale della bocca e delle mani risulta connessa alla percezione e alla produzione di gesti transitivi e di gesti intransitivi, e dei movimenti articolatori della bocca, sembra spiegare la presenza di problemi di tipo percettivo, visuo-spaziali, prassico-costruttivi e di coordinazione motoria nei soggetti affetti da disprassia verbale. Si ritiene utile, pertanto, evidenziare la compresenza di significative componenti disprattiche rispetto alle difficoltà prassiche esecutivo-gestuali.
Tra le specifiche caratteristiche si riscontrano problemi relativi alle abilità della motricità fine e ai pattern di preferenza manuale. Questi aspetti possono essere collegati a quelle situazioni genericamente definite di incoordinazione, impaccio e goffaggine, in cui sono evidenti difficoltà nell’equilibrio statico e dinamico, nella coordinazione generale e nell’esecuzione di compiti che implicano sequenzialità. Le polarità compromesse, tali da provocare una difficoltà nella gestione delle azioni quotidiane e negli apprendimenti scolastici, sono la qualità e l’organizzazione motoria nonché l’esperienza emotivo-affettiva. In un’ottica psicomotoria, una riflessione sulle disprassie non può essere avulsa dalle considerazioni relative allo sviluppo psicomotorio delle diverse funzioni del bambino: il riferimento evolutivo facilita la riflessione sui rapporti intercorrenti tra prassia, postura e schema corporeo, nonché sui processi dell’analizzatore visivo, uditivo, tattile, propriocettivo e vestibolare (Sabbadini, 2005, p. 16).

I differenti analizzatori contribuiscono alla definizione della permanenza prattognosica dell’oggetto, che «è assimilato con tutto il corpo e non solo con quella parte direttamente coinvolta» (Ambrosini e Wille, 2005, p. 294). La considerazione appena enunciata implica la necessità di non svincolare la prassia settoriale dalla prassia globale corporea, poiché in ogni persona l’abilità prassica varia in relazione a una buona adattabilità, variabilità, fluidità e armonia degli schemi in termini qualitativi e quantitativi. Un bambino disprattico «non sa fare» o «non sa anc

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Dott.ssa Cristina Peluso

Psicologa Clinica e della Comunità

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