Psicologia Sociale e del Comportamento

Uno sguardo alle disprassie evolutive

Un bambino goffo, lento a vestirsi, con una scrittura faticosa, viene spesso descritto come pigro o distratto. In una parte dei casi si tratta di una condizione del neurosviluppo riconosciuta, e riconoscerla cambia sia la richiesta che gli si rivolge sia gli esiti. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione clinica. La diagnosi richiede una valutazione […]

Uno sguardo alle disprassie evolutive
Un bambino goffo, lento a vestirsi, con una scrittura faticosa, viene spesso descritto come pigro o distratto. In una parte dei casi si tratta di una condizione del neurosviluppo riconosciuta, e riconoscerla cambia sia la richiesta che gli si rivolge sia gli esiti.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione clinica. La diagnosi richiede una valutazione multiprofessionale ed esclude altre cause: rivolgersi ai servizi di neuropsichiatria infantile e la via appropriata.

Di cosa si parla

La denominazione oggi usata nei manuali diagnostici è disturbo dello sviluppo della coordinazione, spesso indicato anche come disprassia evolutiva. Va precisato che i due termini non sono usati in modo uniforme in letteratura, e le raccomandazioni internazionali suggeriscono di attenersi alla prima.

I criteri sono quattro: acquisizione e uso delle abilità motorie coordinate sotto le attese per età ed esperienza; una interferenza significativa con le attività quotidiane, la scuola o il gioco; esordio nel periodo dello sviluppo; e l’esclusione di altre cause, come condizioni neurologiche o disabilità intellettiva.

Va sottolineato il secondo criterio, che viene spesso trascurato: non basta essere poco coordinati. Serve che questo limiti la vita quotidiana.

La prevalenza stimata è di qualche punto percentuale in età scolare, con maggiore frequenza nei maschi, ed è quindi una condizione tutt’altro che rara.

Come si manifesta

Le difficoltà riguardano l’organizzazione e l’esecuzione del movimento, non la forza.

Nelle autonomie: allacciarsi le scarpe, usare le posate, vestirsi, tempi molto lunghi per operazioni ordinarie.

Nella scrittura, dove la fatica grafica è fra i motivi più frequenti di segnalazione scolastica.

Nelle attività di gioco motorio e negli sport, con conseguenze sociali che spesso pesano più della difficoltà in sé.

Un elemento decisivo per il riconoscimento: le difficoltà emergono soprattutto nell’apprendimento di nuovi movimenti e nel loro automatizzarsi. Ciò che è stato appreso può risultare adeguato, e questo genera l’impressione che il bambino «se vuole ci riesce».

Va aggiunto che la compresenza con altre condizioni del neurosviluppo è la regola più che l’eccezione: disturbi dell’attenzione, disturbi specifici dell’apprendimento e difficoltà di linguaggio si associano frequentemente.

Cosa va corretto

Alcune convinzioni diffuse non reggono.

Che si tratti di una fase da cui si esce: gli studi longitudinali indicano che in una quota consistente le difficoltà persistono in adolescenza e in età adulta, cambiando forma.

Che il problema sia solo motorio: sono documentate ricadute su autostima, ansia, partecipazione sociale e, per la riduzione dell’attività fisica, sulla condizione fisica generale. Queste conseguenze secondarie sono spesso più invalidanti della difficoltà primaria.

E vanno segnalati gli approcci senza evidenze, che in quest’area circolano molto: i trattamenti basati sull’integrazione sensoriale, gli esercizi di integrazione dei riflessi primitivi e i programmi di allenamento percettivo generico non hanno sostegno empirico come interventi sulla coordinazione.

Ciò che ha evidenze sono invece gli approcci orientati al compito: si lavora direttamente sulle attività che il bambino ha bisogno di svolgere (quella scrittura, quella bicicletta, quel gesto) anziché su funzioni sottostanti presunte. Fra questi, gli approcci che insegnano al bambino una strategia esplicita di problem solving motorio hanno il supporto migliore.

Cosa aiuta nella pratica

  • Concedere tempo e ridurre le richieste di velocità, che sono il fattore che più penalizza.
  • Adattare gli strumenti: impugnature, quaderni, uso della tastiera quando la scrittura manuale resta faticosa.
  • Valutare gli apprendimenti separando il contenuto dalla forma grafica.
  • Preservare la partecipazione alle attività motorie scegliendo quelle meno esposte al confronto e più graduabili.
  • Nominare la difficoltà al bambino: sapere che ha un nome ed è nota riduce l’attribuzione a un proprio difetto.

Il criterio che riassume: non è una questione di impegno. Chiedere più impegno a chi già ne mette molto è la risposta più comune e la meno utile.

Domande frequenti

Cos’e il disturbo dello sviluppo della coordinazione?

Una condizione del neurosviluppo in cui le abilita motorie coordinate sono sotto le attese per eta ed esperienza e interferiscono con la vita quotidiana.

Si supera crescendo?

In una quota consistente le difficolta persistono in adolescenza e in eta adulta, cambiando forma. Non e semplicemente una fase.

Perche a volte sembra che il bambino ci riesca?

Perche la difficolta riguarda soprattutto l’apprendimento di nuovi movimenti e la loro automatizzazione: cio che e gia stato appreso puo risultare adeguato.

Quali interventi funzionano?

Gli approcci orientati al compito, che lavorano sulle attivita concrete da svolgere. Integrazione sensoriale e riflessi primitivi non hanno sostegno empirico.

Il disturbo dello sviluppo della coordinazione e una condizione riconosciuta, non rara, e non si limita alla goffaggine: richiede un’interferenza reale con la vita quotidiana. Le difficolta riguardano soprattutto l’apprendimento e l’automatizzazione dei movimenti, e spesso persistono nel tempo. Le conseguenze su autostima e partecipazione pesano quanto quelle motorie. Cio che funziona sono gli approcci orientati al compito, non i trattamenti su funzioni presunte.
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