Storia, Teorie e Personaggi

Termodinamica, Campi Quantici e Funzioni Mentali – Terza Parte

La mente è ciò che il cervello fa, o è qualcosa che il cervello serve? La differenza non è verbale: nel primo caso non esiste alcun confine tra i due, nel secondo sì. La terza sezione dello studio affronta questa domanda, la più antica e la più aperta delle neuroscienze. Questo testo presenta riflessioni teoriche […]

Psicolab — Termodinamica, Campi Quantici e  Funzioni Mentali – Terza Parte
La mente è ciò che il cervello fa, o è qualcosa che il cervello serve? La differenza non è verbale: nel primo caso non esiste alcun confine tra i due, nel secondo sì. La terza sezione dello studio affronta questa domanda, la più antica e la più aperta delle neuroscienze.
Questo testo presenta riflessioni teoriche di carattere speculativo. Il collegamento tra termodinamica, campi quantistici e funzioni mentali non è un modello consolidato nelle neuroscienze. La questione del rapporto mente-cervello è invece un problema filosofico e scientifico aperto, su cui esistono posizioni legittimamente diverse. Articolo divulgativo.

Le due posizioni

Il ragionamento parte da un’ipotesi: considerare il cervello come uno strumento adatto alla conoscenza del mondo circostante, idoneo a metterci in rapporto con il nostro corpo e con la realtà esterna.

Se lo si intende così, si potrebbe ammettere un certo dualismo mente/cervello: la mente sarebbe un’entità che utilizza uno strumento particolare, la materia cerebrale.

In questo caso esisterebbe quello che l’autore chiama un limite di funzione, cioè una linea di separazione tra i due termini.

L’ipotesi opposta

Se invece c’è identità tra mente e cervello, quel limite non esiste: non c’è nulla da separare, perché si tratta di due descrizioni della stessa cosa.

L’argomento del computer

Per chiarire il concetto l’autore ricorre a un confronto.

Nel funzionamento di un computer, per quanto potente, quel limite non ha modo di esistere, perché non c’è una mente intrinseca alla macchina. E questo varrebbe anche nel caso dell’intelligenza artificiale, ammesso che risultasse superiore alla mente umana.

L’argomento è interessante ma va maneggiato con attenzione, perché in realtà presuppone la conclusione: affermare che nel computer non c’è mente equivale a stabilire in partenza ciò che si vorrebbe dimostrare. Chi sostiene l’identità mente-cervello risponderebbe che la mente emerge da un certo tipo di organizzazione, non da una sostanza particolare, e che la domanda su quale organizzazione sia sufficiente resta aperta.

La posizione riduzionista

Il testo riporta correttamente l’altra tesi in campo.

Alcuni scienziati negano il dualismo cartesiano e descrivono il funzionamento cerebrale come quello di un computer sofisticato, in cui l’io sarebbe una delle molte proiezioni funzionali del congegno.

È una posizione con una lunga tradizione, e la formulazione dell’«io come proiezione funzionale» ne coglie bene il nucleo: non un centro che governa, ma un effetto prodotto dal sistema.

La conclusione dell’autore

L’osservazione finale è misurata, e questo va riconosciuto: resta da dimostrare l’inesistenza di un’identità assoluta tra ciò che consideriamo mente umana, nella sua interezza di attributi, e il funzionamento cerebrale.

In altri termini: la posizione riduzionista non è stata confutata, ma nemmeno stabilita. È una constatazione onesta dello stato della questione.

Perché la domanda resta aperta

Vale la pena aggiungere qualche coordinata, perché il dibattito è più articolato della contrapposizione tra due poli.

La ricerca ha stabilito in modo solido che gli stati mentali hanno correlati neurali: interventi sul cervello modificano l’esperienza, e le esperienze modificano il cervello. Su questo non c’è controversia.

Ciò che resta discusso è se la descrizione neurale esaurisca il fenomeno: in particolare per quanto riguarda l’esperienza soggettiva in prima persona, ciò che nella letteratura filosofica viene chiamato il problema difficile della coscienza.

Va segnalato che tra dualismo e riduzionismo esistono posizioni intermedie ampiamente sostenute: l’emergentismo, che considera la mente una proprietà emergente di sistemi sufficientemente complessi, e le teorie che parlano di due livelli di descrizione dello stesso fenomeno anziché di due entità.

Ed è proprio quest’ultima l’ipotesi più diffusa oggi, che consente di riconoscere il radicamento biologico della mente senza ridurre l’esperienza a un epifenomeno.

Domande frequenti

Cos’è il dualismo mente-cervello?

La posizione secondo cui la mente sarebbe un’entità distinta che utilizza il cervello come strumento. Comporta l’esistenza di un confine tra i due termini, assente nell’ipotesi opposta dell’identità.

L’argomento del computer dimostra che la mente non è riducibile al cervello?

No. Affermare che una macchina non ha mente intrinseca presuppone la conclusione che si vorrebbe dimostrare. Chi sostiene l’identità replica che la mente emerge da un’organizzazione, non da una sostanza particolare.

Cosa è scientificamente stabilito su questo tema?

Che gli stati mentali hanno correlati neurali: interventi sul cervello modificano l’esperienza e viceversa. Resta discusso se la descrizione neurale esaurisca il fenomeno, specie per l’esperienza soggettiva in prima persona.

Esistono posizioni intermedie?

Sì, ed è l’orientamento più diffuso: l’emergentismo, che vede la mente come proprietà emergente di sistemi complessi, e le teorie che parlano di due livelli di descrizione dello stesso fenomeno anziché di due realtà distinte.

La terza sezione affronta il rapporto mente-cervello ponendo l’alternativa in termini netti: se il cervello è uno strumento che la mente utilizza esiste un confine tra i due, se c’è identità quel confine non esiste. L’argomento del computer (che una macchina, anche superiore all’uomo, non avrebbe mente intrinseca) è però circolare, perché presuppone la conclusione. Onesta invece la constatazione finale: l’identità assoluta tra mente e funzionamento cerebrale non è stata né confutata né stabilita. Va aggiunto che il dibattito attuale non si esaurisce nei due poli: l’ipotesi più diffusa parla di due livelli di descrizione dello stesso fenomeno, non di due realtà.
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