Psicoterapia e Psicoanalisi

Sullegomanìa

Esiste una tendenza silenziosa che fa parte di noi e da cui è difficile liberarsi: quella a collezionare tutto, senza il controllo necessario a rendere fine ed elegante un ambiente. L’autrice le dà un nome, “sullegomanìa”, dalla radice greca che significa raccogliere, unita a “mania”, e la definisce un fenomeno antropologico del benessere. Una riflessione, […]

Psicolab — Sullegomanìa
Esiste una tendenza silenziosa che fa parte di noi e da cui è difficile liberarsi: quella a collezionare tutto, senza il controllo necessario a rendere fine ed elegante un ambiente. L’autrice le dà un nome, “sullegomanìa”, dalla radice greca che significa raccogliere, unita a “mania”, e la definisce un fenomeno antropologico del benessere. Una riflessione, tra letteratura e vita quotidiana, su come in una casa curata sia necessario selezionare, più che accumulare.

Un’abitudine che ci portiamo dietro

Non ce ne accorgiamo, ma questa tendenza fa parte di noi, e non possiamo liberarcene di colpo gettandola dalla finestra: bisogna farle scendere le scale un gradino per volta, mentre “viaggiamo” guardandoci intorno con occhi nuovi e comprensivi. Metterci in discussione e sconfiggere la lanterninosofia di pirandelliana memoria sono gli imperativi che devono guidarci. Come ricorda Orazio, “caelum, non animum, mutant qui trans mare currunt”: chi corre di là dal mare cambia il cielo, non l’animo. Anche la riflessione su certi atteggiamenti culturali della vita di tutti i giorni è, in fondo, un viaggio che ci portiamo sempre dietro.

Ed eccoci al punto: l’espressione “sullegomanìa” nasce dalla radice greca che significa raccogliere, legata a “mania”, e si identifica con la tendenza a collezionare tutto senza un controllo adeguato a rendere elegante un ambiente. L’attitudine non si limita alla reale predilezione per gli oggetti posseduti, ma spesso è finalizzata all’inconscia azione di fruire delle collezioni, siano essi animaletti, vasi, bicchieri, penne, o a farci propendere verso un determinato genere: microfusione, cristalleria, argenteria, porcellana. Ho sentito l’esigenza di circoscrivere questa propensione definendola un “fenomeno antropologico del benessere”.

Il Vittoriale e la mania del collezionare

La “mania della collezione fine a se stessa” trova una configurazione emblematica nel Vittoriale, la dimora di D’Annunzio a Gardone. Quel “sacrario”, in cui sono raggruppate le testimonianze della partecipazione del Poeta agli eventi storici che portarono al compimento dell’unità del nostro Paese, scade spesso in un insieme confuso e atematico di cimeli disseminati per stanze e corridoi. Nella sola stanza da bagno blu sono raccolti circa 900 oggetti: dalle mattonelle persiane ai pugnaletti arabi, dalle cineserie agli avori, dalle coppe d’argento ai vasetti di ceramica, alle miniature di vetro o di porcellana.

Sullegomanìa e oniomanìa: non confondiamole

Erroneamente, per definire queste inclinazioni, si usa il termine “oniomanìa”; ma quel sostantivo si riferisce alla mania degli acquisti, propria di chi rivolge un interesse momentaneo a qualcosa che attira l’attenzione, senza che poi risulti realmente funzionale. La sullegomanìa è un’altra cosa: non riguarda il comprare compulsivo, ma l’accumulare e il disporre senza selezione. L’onnipotenza semantica del codice lingua impone di conferire un nome a questa disposizione, perché nominare un fenomeno è il primo passo per riconoscerlo e affrontarlo.

Una battaglia lessicografica

La diffusione del nuovo termine incontra però difficoltà formali che la stanno trasformando in una battaglia. I “ping pong telematici” avviati nel tempo con vicedirettori di case editrici, redazioni di riviste enigmistiche e di arredamento hanno portato sempre agli stessi riscontri sfavorevoli: l’immissione di nuove parole nel vocabolario non servirebbe se non è determinata dall’uso effettivo da parte di più autori; un lemma non ancora usato, se non è registrato dai motori di ricerca o da romanzieri, giornalisti e parlanti comuni, non sarà mai preso in considerazione; per riconoscere ufficialmente nuovi significati se ne deve trovare il riscontro in dizionari ed enciclopedie.

Mi uniformo, in linea di massima, a queste confutazioni oggettive, anche perché, purtroppo, molto spesso un dizionario non si consulta nemmeno. Eppure ho terrore delle “tante certezze” di cui molti si gloriano: aveva ragione Montale quando scriveva dell’uomo che se ne va sicuro e non cura la propria ombra. Non posso però condividere l’idea che l’Italia sia il Paese dei circoli viziosi, in cui “Cristo si è fermato a Eboli”, e che una proposta linguistica pregnante debba passare attraverso difficoltà insormontabili.

Il sostantivo, ancora inesistente nelle fonti ufficiali, non ha pretese di autorevolezza, ma vuole sottolineare come, in una casa ben arredata e curata nei particolari, sia necessario selezionare più che raccogliere. Il problema ormai è stato riscontrato, e se ne deve trovare una risoluzione. Chi non ha mai notato che, in un bellissimo appartamento, si accavallano decine di manufatti di grande pregio che “riempiono senza arredare”? Che tanti oggettini, splendidi di per sé ma disposti in modo confuso, l’argento accanto alla porcellana, al cristallo, alle cineserie, cozzano tra loro e spengono la luce di una stanza? Che perfino un tavolino intarsiato prezioso può trasformarsi in un bazar?

Innamorarsi delle persone, non delle cose

La mia non è testardaggine, ma la reale esigenza di combattere l’idea che l’Italia sia il Paese dei circoli viziosi. Non desisterò: le mani tese al confronto dialettico ridaranno linfa alla “social catena” di leopardiana memoria e aiuteranno a riaprire il dialogo. Dobbiamo imparare a dare valore non alle “cose” né alle “novità” acquistate quando, da turisti distratti e frettolosi, scegliamo con entusiasmo souvenir che “fanno a pugni” tra loro, ma che con la mente e con il cuore continueranno a farci “navigare verso casa”.

Non dobbiamo innamorarci degli oggetti, ma di chi li ha realizzati e armonizzati in un contesto preciso, di quell’essere che, come scriveva Pascal, “è solo una canna, la più fragile della natura, ma è una canna che pensa” e che si confronta. Che dire ancora? Nulla di più: alea iacta est.

Domande frequenti

Cos’è la “sullegomanìa”?

È un neologismo, dalla radice greca che significa raccogliere unita a “mania”, che indica la tendenza a collezionare e accumulare oggetti senza selezione, fino a “riempire senza arredare” un ambiente. L’autrice la definisce un “fenomeno antropologico del benessere”.

Che differenza c’è tra sullegomanìa e oniomanìa?

L’oniomanìa è la mania degli acquisti, il comprare compulsivo di ciò che attira l’attenzione sul momento. La sullegomanìa riguarda invece l’accumulare e il disporre gli oggetti senza selezione, indipendentemente dal fatto che siano stati acquistati o meno.

Perché il Vittoriale è citato come esempio?

Perché la dimora di D’Annunzio a Gardone raccoglie migliaia di oggetti disseminati senza un ordine tematico: nella sola stanza da bagno blu se ne contano circa 900. È l’immagine emblematica della collezione fine a se stessa, che accumula senza armonizzare.

Qual è la lezione di fondo dell’articolo?

Che in una casa curata bisogna selezionare più che raccogliere, e che il valore non sta nelle “cose” ma nelle persone che le hanno realizzate e nel contesto che le armonizza. Accumulare senza criterio spegne la luce di un ambiente invece di valorizzarla.

La “sullegomanìa” dà un nome a un’abitudine diffusa: collezionare e accumulare senza selezione, fino a soffocare la bellezza di un ambiente. A differenza della mania degli acquisti, riguarda il disporre le cose, non il comprarle. La lezione, tra citazioni letterarie ed esempi come il Vittoriale, è chiara: in una casa, come nella vita, selezionare vale più che raccogliere, e ciò che conta non sono gli oggetti, ma le persone e il senso che sappiamo dare loro.
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