Psicologia Clinica e Psicopatologia

Sport e Disabilità

Lo sport è un diritto di tutti, non un privilegio di pochi. Per le persone con disabilità l’attività sportiva è molto più di un allenamento: è una via per l’autostima, l’autonomia e lo sviluppo globale della persona. E per chi le accompagna è anche un’occasione preziosa per rivedere i propri limiti e i propri pregiudizi. […]

Psicolab — Sport e Disabilità
Lo sport è un diritto di tutti, non un privilegio di pochi. Per le persone con disabilità l’attività sportiva è molto più di un allenamento: è una via per l’autostima, l’autonomia e lo sviluppo globale della persona. E per chi le accompagna è anche un’occasione preziosa per rivedere i propri limiti e i propri pregiudizi.
Nota: in questo articolo si parla di “persone con disabilità” e “bambini con disabilità”, nel rispetto di un linguaggio person-first che mette sempre al centro la persona, non la condizione. Ogni bambino è unico. Il testo ha valore divulgativo; per percorsi specifici il riferimento sono professionisti ed educatori qualificati.

Ripensare la “normalità”

Persiste ancora oggi un pregiudizio diffuso: pensare che una persona con disabilità fisica sia automaticamente limitata anche sul piano mentale, priva di idee, gusti ed emozioni. Chi ha davvero occasione di conoscerle scopre invece spesso il contrario: un desiderio di partecipazione e di normalità che, a volte, manca a molti di noi.

Il punto cruciale è proprio la parola “normalità”. Cosa significa davvero? Comunemente si intende una persona autonoma, autosufficiente, con un buon percorso scolastico, lavorativo e affettivo. Eppure esistono persone pienamente autonome sul piano fisico ma molto fragili e dipendenti sul piano emotivo, o incapaci di orientarsi in certe situazioni. Se ciascuno di noi guarda con onestà a sé stesso, riconosce di avere aree di fragilità. La rigida distinzione tra “normale” e “non normale”, insomma, regge poco. Non a caso la parola stessa, se usata come etichetta (“tanto per lui è normale così”), rischia di imporre un limite a chi già vive una situazione di difficoltà.

Il disabile come “specchio” dell’adulto

Spesso la disabilità viene usata dagli adulti, inconsapevolmente, come un’etichetta dietro cui nascondere i propri limiti. Riconoscere invece le proprie fragilità migliorerebbe la relazione con l’altro e con sé stessi. Capita che il bambino con disabilità funzioni come uno specchio che amplifica i difetti dell’adulto che lo accompagna, portandolo a confrontarsi con parti di sé che di solito ignora.

Prima di operare con persone con disabilità, dunque, è bene ricordare una cosa semplice ma fondamentale: sono persone, e come tali hanno emozioni, sentimenti, pensieri, valori e potenzialità nascoste che aspettano solo la giusta stimolazione per emergere. L’atteggiamento giusto non è concentrarsi sulla patologia, ma sulla persona, con le sue capacità e i suoi desideri.

Lo sport come sviluppo globale

C’è ancora chi pensa che l’attività sportiva sia una prerogativa di chi non ha disabilità. Le Paralimpiadi smentiscono clamorosamente questa idea sul piano agonistico, ma il discorso vale anche (e soprattutto) per l’attività amatoriale e di gruppo: a scuola, nel cortile, nel gruppo dei pari.

Le discipline praticabili sono moltissime: dallo sci (praticato anche da atleti non vedenti) all’equitazione, dal nuoto al basket. Quest’ultimo, per esempio, è particolarmente adatto a molte disabilità perché il canestro, posto in alto, spinge a “superare” i propri limiti spaziali. Lo sport ha un valore straordinario proprio perché porta una persona spesso limitata nel tempo e nello spazio ad aprirsi, a raggiungere gli stessi traguardi dei coetanei: uno sviluppo che è insieme fisico e psicologico, cioè globale.

Alla base c’è un principio antico, sintetizzato dal celebre mens sana in corpore sano: mente e corpo sono un binomio inscindibile, indipendentemente da qualsiasi condizione fisica. Chi separa i due piani perde di vista la persona nella sua interezza.

Guardare oltre i limiti

I limiti, in fondo, non li stabilisce nessuno (tanto meno una disabilità) se decidiamo di guardare oltre. Viene in mente la celebre lezione del Piccolo Principe: “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Il contesto di quel libro è diverso, ma l’immagine coglie perfettamente il punto: sta a noi trovare e valorizzare la spinta interiore presente in ogni bambino con difficoltà, andando oltre le etichette.

I risultati migliori arrivano quando il gruppo sportivo è misto, composto cioè da bambini con diverse disabilità e da bambini senza: è lì che accadono i veri “salti di qualità”, capaci di sorprendere chi era convinto che certi limiti fossero insuperabili. L’inclusione, insomma, non è solo un valore etico: è anche la condizione più efficace per far emergere le potenzialità di tutti.

Fiducia, linguaggio e autostima

Lavorare con persone con disabilità è impegnativo, perché spesso non hanno filtri sul piano emotivo: percepiscono con chiarezza se c’è vera stima e fiducia, o se c’è ipocrisia. Quando l’adulto diffida delle loro potenzialità, si innesca una profezia che si autoavvera: il bambino, sentendosi rifiutato, si chiude ancora di più nei propri limiti.

Per lo sviluppo dell’autostima (di qualsiasi bambino) sono decisivi il linguaggio e i rinforzi positivi. Alcune regole semplici:

  • rimproverare l’atto e non la persona: meglio “hai fatto una cosa sbagliata” che “sei cattivo”;
  • inserire l’osservazione critica tra due affermazioni positive: “sei un bravo bambino, a volte sbagli, ma so che puoi fare di meglio”.

In questo modo si rinforza l’immagine di sé e si accompagna il bambino verso comportamenti più adeguati, senza ferirne la dignità.

Cosa insegnano a chi le accompagna

Avere in famiglia una persona con disabilità è, oltre che una sfida, una risorsa: per la sensibilità, la voglia di fare e di crescere che spesso queste persone portano con sé. Insegnano anche il vero significato del tempo dell’attesa, vissuto da molti con ansia come una perdita, mentre attendere significa permettere all’altro di riconoscere i propri tempi. Persino il “tempo morto”, che agli adulti appare noioso, è per molti un momento di apprendimento profondo, una lezione preziosa anche per noi.

Prima di un’attività sportiva strutturata, infine, è importante un lavoro preparatorio sul piano psicomotorio: la psicomotricità, che integra movimento, emozione e relazione, è la base propedeutica su cui costruire qualsiasi percorso sportivo. Perché lo sport, per le persone con disabilità come per tutti, non è solo gesto atletico: è un modo per scoprire chi si è e fin dove si può arrivare.

Domande frequenti

Le persone con disabilità possono praticare sport?

Assolutamente sì, a ogni livello. Le Paralimpiadi lo dimostrano nell’agonismo, ma il valore maggiore è nell’attività amatoriale e di gruppo. Le discipline praticabili sono moltissime (sci, equitazione, nuoto, basket) e favoriscono uno sviluppo globale, fisico e psicologico, della persona.

Perché è meglio un gruppo sportivo misto?

Perché è nei gruppi che uniscono bambini con e senza disabilità che si ottengono i risultati migliori: l’inclusione stimola le potenzialità di tutti e produce veri “salti di qualità”. Non è solo un valore etico, ma la condizione più efficace per far emergere le capacità di ciascuno.

Come sostenere l’autostima di un bambino?

Con il linguaggio e i rinforzi positivi: rimproverare l’atto e non la persona (“hai fatto una cosa sbagliata”, non “sei cattivo”) e inserire le critiche tra affermazioni positive. Fondamentale è trasmettere fiducia sincera, perché i bambini percepiscono l’ipocrisia e reagiscono chiudendosi.

Cos’è la psicomotricità e perché è importante?

È un lavoro che integra movimento, emozione e relazione, propedeutico a qualsiasi attività sportiva. Prepara il bambino, sul piano psicofisico, ad affrontare discipline più strutturate, valorizzando l’unità di mente e corpo che sta alla base dello sviluppo globale della persona.

Lo sport è un diritto di tutti e per le persone con disabilità è una via all’autostima, all’autonomia e allo sviluppo globale. Il primo passo è ripensare la “normalità”, un’etichetta rigida che regge poco: ognuno ha fragilità. Contano le persone, non le patologie, con le loro emozioni e potenzialità. Le discipline praticabili sono moltissime, e i risultati migliori arrivano nei gruppi misti, dove l’inclusione stimola tutti. Mente e corpo sono un binomio inscindibile. Decisivi la fiducia sincera e il linguaggio: rimproverare l’atto e non la persona, usare rinforzi positivi. Chi accompagna impara il valore dell’attesa e del tempo. Alla base di ogni percorso sportivo c’è la psicomotricità, che integra movimento, emozione e relazione.
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