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Comportamento

La sindrome del turnista

Il ritmo circadiano: funzioni e disfunzioni

Il sonno è una delle funzioni regolata attraverso la ritmicità circadiana ( che si compie cioè ogni 24 ore) a sua volta condizionata dal processo di alternanza luce- buio, cui l’essere umano viene reso particolarmente recettivo grazie alla presenza del nucleo soprachiasmatico, una coppia di aggregati di nuclei composti da circa diecimila cellule e situati nell’ipotalamo. Il nucleo soprachiasmatico, mostrandosi particolarmente ricettivo alla presenza della luce, nella fase diurna si attiva provocando una minore produzione di melatonina, mentre nella fase notturna si disattiva provocando la diminuzione di questo ormone.
La melatonina è un ormone contenuto nella ghiandola pineale la cui produzione si mostra negativamente correlata alla quantità di luce fornita dall’ambiente: un livello maggiore di luce provoca una minor produzione di melatonina, laddove un più basso livello ne favorisce la produzione. Nello specifico, la luce diurna comporta una inibizione della produzione dell’ormone da parte del nucleo soprachiasmatico, che di rimando si riattiva al diminuire della luce solare. Pertanto al mattino la produzione di melatonina risulta minore favorendo stati di veglia, mentre alla sera, grazie alla diminuzione della luce solare, essa torna a calare predisponendo alla fase di riposo notturno.
Esistono casi in cui questo ritmo biologico, naturalmente scandito, subisce modifiche o variazioni. Le cause possono essere di natura soggettiva, nello specifico inerente la tipologia del sonno cui ciascun essere vivente è naturalmente predisposto. Questa tendenza, cui ci si riferisce con il termine cronotipo, distingue tra individui che avvertono una maggiore attivazione e capacità produttiva durante le ore mattutine, e individui che, contrariamente sono più operativi durante la fascia serale, e per questo tendono svegliarsi molto tardi per rimanere impegnati anche fino a notte inoltrata. Da qui la distinzione tra un cronotipo individuale anticipato, le c.d. allodole, e cronotipo individuale ritardato, definiti collettivamente gufi.
In condizioni non patologiche si parla di una semplice tendenza, una preferenza che non inficia il benessere individuale né l’alternarsi funzionale del ciclo sonno veglia. Ma talvolta, quella che inizia come un’abitudine tende ad estremizzare le proprie caratteristiche, assumendo una connotazione patologica. Sono i casi condizionati da esigenze di natura ambientale – più spesso lavorativa-, in cui il soggetto, a causa di esigenze esogene, inverte totalmente il ritmo circadiano naturale: dunque tende a riposare nel momento in cui l’organismo avverte una biologica necessità di riposo, e a riposare in quella fase biologicamente destinata all’attività. La conseguenza è l’alterazione totale del ciclo sonno veglia, da cui scaturisce, al mattino, un effetto chiamato slee drunkenness, – ubriacatura da sonno- talvolta associata ad un vero e proprio stato sub confusionale prolungato.
L’esempio più classico ci viene offerto dal c.d. dal sonno del turnista, in cui l’esigenza di svolgere un’attività lavorativa durante la notte si sovrappone alla necessità di rispettare il normale ritmo biologico. In questa circostanza precipua il sonno subisce sostanziali modifiche quantitative e qualitative, presentandosi durante il periodo naturalmente predisposto alla veglia, per mostrarsi assente in quella parte del giorno biologicamente deputata al riposo.
Il risultato si traduce in una decurtazione della qualità e della quantità del riposo, con diminuzione del sonno Rem, risvegli anticipati o frequenti micro risvegli: il sonno compensativo diurno non avrà il medesimo effetto ristoratore di quello notturno, a causa dell’intervento di una serie di fattori biologici- la produzione di melatonina risulta alterata e il ciclo sonno veglia viene letteralmente invertito- e ambientale (luce artificiale, luce solare, rumori diffusi si pongono come elementi ostativi del sonno). Senza contare i fattori di carattere abitudinale, che vedono il consolidarsi di una serie di condotte disfunzionali atte a mantenere un adeguato stato di vigilanza anche durante le ore notturne ( eccessiva consumazione di caffeina, teina, carboidrati, zuccheri, fumo), con effetti talvolta anche gravi per la salute.

La sindrome del turnista

In ambito clinico questa condizione viene identificata con il nome di sindrome del turnista, i cui sintomi, di natura variegata e multidimensionale, vanno ad interessare il benessere psicofisico in tutti i suoi aspetti: dal punto di vista emotivo si riscontrano stati disforici, con tendenza all’irritabilità o alla deflessione dell’umore, ma anche stati d’ansia, anedonia, isolamento; sotto l’aspetto cognitivo troviamo difficoltà di mantenimento del focus attentivo con tendenza alla distrazione, disturbi mnestici, difficoltà di concentrazione; dal punto di vista fisico possono originarsi condizioni di ipertensione, aritmie cardiache, dispepsia, gastroduodenite, ulcera peptica, colite, dismetabolismi e alterazione dei parametri della coagulazione); ma anche stati di obesità e aumento della glicemia, dovuti alla maggior consumazione di carboidrati durante la notte. Il tutto si associa ad uno scadimento generale della prestazioni, unito ad una riduzione del tempo totale di sonno, che si verificano durante un arco temporale ininterrotto di tre mesi.

Diagnosi e terapia

Il disturbo viene identificato mediante una misurazione diagnostica trascritta all’interno del c.d. diario del sonno, tenuto almeno per 14 giorni, nel quale devono essere riportate dettagliatamente le caratteristiche qualitative e quantitative del periodo di riposo: durata, numero dei risvegli, difficoltà nel ciclo Rem- Non rem. A questo si aggiunge l’osservazione effettuata con l’actigrafo, uno strumento simile ad un orologio da polso con il quale si è soliti indagare la microstruttura del sonno: indossato 24 ore su 24, grazie alla elevata specificità dei suoi sensori, esso è in grado di registrare la durata del riposo e della veglia, i risvegli avvenuti durante la notte ed eventuali addormentamenti diurni, così come i movimenti, la temperatura corporea periferica nonché il livello di luce e di temperatura circostanti. In caso di diagnosi positiva, l’indice Cap, uno dei più indicativi della qualità del sonno, si mostra particolarmente elevato.
La terapia per il disturbo da turnazione è caratterizzata in primo luogo da una razionalizzazione degli orari del turno lavorativo, la cui rotazione dovrebbe mostrarsi o ravvicinata- (2-3 giorni circa tra un turno e l’altro) oppure distanziata di almeno 21 giorni, in modo da garantire al lavoratore un’ adeguata possibilità di recupero. sarà poi opportuno procedere con un intervento psicoeducativo in grado di migliorare la quantità e la qualità del sonno, oltre che di favorirne la presenza e il mantenimento: ad esempio si potrò consigliare di andare a letto sempre alla stessa ora, di non consumare carboidrati o zuccheri alla sera, di evitare la consumazione di caffè, tè e sostanze alcoliche, facendo attenzione a mantenere, all’interno della stanza nella quale verrà consumato il riposo, delle condizioni in grado di favorire l’insorgenza e il mantenimento dello stesso( ad esempio una temperatura non troppo elevata né eccessivamente bassa, con un livello di illuminazione assente o minimo per non inficiare la produzione di melatonina). Consigliabile anche l’assunzione di un agonista della melatonina, come il ramelteon, che agisce direttamente sui recettori dell’ormone promuovendo l’addormentamento, e l’utilizzo della fototerapia, in grado di regolarne il livello di produzione specifico. Ove sia necessario un intervento farmacologico, sarà invece opportuno ricorrere a benzodiazepine con funzione auto inducente, preferibilmente con emivita breve, e dunque inferiore alle 24 ore, unito ad promotori di vigilanza per contrastare la sonnolenza nel periodo di veglia.

m. rebecca farsi

m. rebecca farsi

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