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Silenzio, Ascolto e Verità Globali

Abbiamo una sola bocca e due orecchie, osservava già l’antichità: un invito ad ascoltare più di quanto parliamo. Eppure oggi, nell’epoca della comunicazione globale, sembra accadere il contrario: si parla tantissimo e si ascolta pochissimo. Riscoprire l’arte dell’ascolto (che passa dal saper tacere e dal “pensiero lento”) è una sfida culturale e psicologica quanto mai […]

Psicolab — Silenzio, Ascolto e Verità Globali
Abbiamo una sola bocca e due orecchie, osservava già l’antichità: un invito ad ascoltare più di quanto parliamo. Eppure oggi, nell’epoca della comunicazione globale, sembra accadere il contrario: si parla tantissimo e si ascolta pochissimo. Riscoprire l’arte dell’ascolto (che passa dal saper tacere e dal “pensiero lento”) è una sfida culturale e psicologica quanto mai attuale.

Un problema antico, non solo moderno

Il filosofo greco Zenone sosteneva che l’uomo possiede due orecchie e una sola bocca perché possa ascoltare più di quanto parli. È un’immagine efficace, che ci ricorda come il problema dell’ascolto non sia un’esclusiva del terzo millennio. Anche gli antichi, seppur in forme diverse, ne percepivano la difficoltà. Plutarco, nel suo L’arte di ascoltare, paragonava la mente non a un vaso da riempire, ma a un fuoco da accendere: un’immagine che restituisce all’ascolto un ruolo attivo e vitale.

Il pensiero filosofico antico attribuiva grande valore a quella particolare “azione-non-azione” che è l’ascolto, considerandolo fondamentale per la crescita intellettuale ed esistenziale. Chi parla non dovrebbe mai dimenticare chi ascolta, e dovrebbe offrirgli la possibilità di comprendere davvero. Ma questo è possibile solo se entrambi gli interlocutori sono realmente coinvolti.

Leggere o ascoltare: due esperienze diverse

C’è una differenza profonda tra leggere e ascoltare uno stesso messaggio. Capita spesso di sentire, in televisione o in un discorso pubblico, frasi che sul momento ci sembrano dotate di senso compiuto. Ma se le trascriviamo su un foglio e le rileggiamo, quello stesso senso può svanire, rivelando difficoltà di comprensione che l’ascolto non aveva fatto emergere.

Perché accade? Perché il cervello, nella sua funzione cognitiva, formula giudizi diversi in momenti diversi. Il giudizio di apparente comprensione durante l’ascolto è differente da quello espresso dopo la lettura. L’ascolto comporta infatti un forte coinvolgimento emotivo oltre che cognitivo, mentre la lettura è un’azione più analitica. È un fenomeno interessante, perché mostra come la stessa informazione possa essere elaborata in modi molto diversi a seconda del canale attraverso cui la riceviamo.

Informare non è comunicare

Per capire meglio il tema dell’ascolto, è utile distinguere due parole spesso confuse: informare e comunicare. Informare significa “dare forma”, dare ordine alla realtà per ridurne la complessità: si fornisce conoscenza per semplificare il rapporto tra le persone e ciò che le circonda.

Comunicare, invece, deriva dal latino e rimanda all’idea di “svolgere un compito insieme ad altri”. Comunicare significa mettere in comune, condividere, rendere partecipe l’altro di una propria idea o convinzione. Da questa distinzione emerge un punto delicato: chi informa mira a facilitare l’esistenza dell’altro con informazioni valide e comprensibili, senza voler modificare il suo comportamento. Chi comunica, invece, spesso crede di possedere certezze e desidera modificare il comportamento dell’interlocutore, affinché agisca in modo diverso. È proprio questo meccanismo a rendere problematico l’ascolto.

Verità, certezze ed emozioni

Al cuore della questione c’è il rapporto tra verità e certezze. Dal punto di vista cognitivo, tendiamo a confondere le nostre verità con le nostre certezze, ma i due termini sono diversi. La mente costruisce opinioni e giudizi sugli eventi con cui entra in relazione; più frequentiamo una situazione o un’idea che ci procura benessere emotivo, più questa si trasforma in certezza, e la certezza viene poi comunicata come verità.

In altre parole, la formazione delle nostre verità dipende dalle certezze che le sostengono, e queste a loro volta si formano in base al benessere emotivo che ci procurano. Ognuno, così, si fa scudo delle proprie verità e fatica ad aprirsi al dubbio. Chi comunica informa gli altri delle proprie verità; gli interlocutori, possedendo a loro volta le proprie, si chiudono in esse. È qui che l’ascolto si inceppa: non ci si apre davvero a ciò che l’altro ha da dire.

Il ruolo del silenzio e del tacere

Saper ascoltare implica saper tacere. Il tacere è il prerequisito cognitivo di chi vuole realmente ascoltare, perché è proprio tacendo che si sospendono le proprie verità. Una vera “didattica dell’ascolto” non chiede di negare le proprie convinzioni, ma di predisporsi ad ascoltare mettendole temporaneamente tra parentesi, nella convinzione che le verità altrui possano essere interessanti.

C’è però una distinzione sottile tra silenzio e tacere. Il silenzio può avere due valenze. Una è “transitiva”: si tace qualcosa, una verità, e in questo caso il silenzio è solo una riduzione del dire, una forma di segreto. L’altra è “intransitiva”: si tace e basta, senza tacere di qualcosa in particolare. È questa la piena realizzazione del silenzio, come radicale assenza di parola. Ed è proprio su questa seconda forma che potrebbe fondarsi una vera educazione all’ascolto: se comunicare le proprie verità significa “far luce” sul proprio pensiero, ascoltare significa tacere la propria verità per lasciare spazio a quella dell’altro.

L’elogio del “pensiero lento”

Nell’epoca della comunicazione globale, un flusso incessante di certezze, verità ed emozioni circola a una velocità tale che facciamo sempre più fatica a pensare lentamente. Il rumore di sottofondo generato da infinite verità simultanee è, in fondo, il risultato di una globalizzazione comunicativa gestita male: non tanto uno scontro tra verità diverse, quanto il fatto che esse ci raggiungono tutte insieme, nella contemporaneità e nella fretta.

Eppure il pensiero lento è il prerequisito per la formazione di certezze solide, perché è per sua natura analitico e sintetico insieme. Il pensiero veloce, quello “globale”, è invece solo sintetico e lascia dietro di sé il dubbio di un ragionamento non del tutto chiarito. Una didattica dell’ascolto si lega quindi alla stimolazione di un pensiero lento, capace di sedimentare nella memoria le verità che riceviamo e di vagliarle con quell’attenzione critica tanto preziosa per la razionalità. Ascoltare davvero, in fondo, significa rallentare.

Domande frequenti

Perché oggi si ascolta così poco?

Perché la comunicazione globale ci travolge con un flusso incessante di messaggi che circolano a grande velocità, impedendoci di pensare lentamente. Inoltre ciascuno tende a chiudersi nelle proprie certezze, faticando ad aprirsi davvero alle verità altrui.

Che differenza c’è tra informare e comunicare?

Informare significa dare forma e ordine alla realtà, fornendo conoscenza senza voler modificare il comportamento altrui. Comunicare significa mettere in comune e condividere, ma spesso implica il desiderio di modificare il comportamento dell’interlocutore in base alle proprie certezze.

Perché il silenzio è importante per l’ascolto?

Perché tacere è il prerequisito di chi vuole ascoltare davvero: solo sospendendo le proprie verità si può lasciare spazio a quelle dell’altro. Ascoltare significa mettere temporaneamente tra parentesi le proprie convinzioni, considerando interessanti quelle altrui.

Cos’è il “pensiero lento”?

È un pensiero analitico e sintetico insieme, capace di sedimentare e vagliare criticamente le informazioni. Si contrappone al pensiero veloce e globale, solo sintetico, che lascia dietro di sé il dubbio. È il prerequisito per un ascolto autentico e per la formazione di certezze solide.

Abbiamo due orecchie e una sola bocca, ricordavano già gli antichi: un invito ad ascoltare più di quanto parliamo, oggi più che mai disatteso. Ascoltare e leggere sono esperienze cognitive diverse, e l’ascolto coinvolge fortemente le emozioni. Al cuore della difficoltà c’è la distinzione tra informare (dare forma) e comunicare (voler modificare l’altro), e il fatto che ciascuno confonde le proprie verità con le proprie certezze, chiudendosi in esse. Saper ascoltare implica saper tacere, sospendendo temporaneamente le proprie convinzioni. E richiede soprattutto di riscoprire il “pensiero lento”, capace di vagliare criticamente ciò che riceviamo: ascoltare davvero, in fondo, significa rallentare.
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